“Non ti pago” strappa applausi ed emozioni, nel ricordo di Luca De Filippo

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CIVITAVECCHIA – E’ presso il teatro Traiano di Civitavecchia che è andata in scena la prima rappresentazione dello spettacolo “Non ti pago” di Eduardo De Filippo, e originariamente diretto da Luca De Filippo, dopo la triste scomparsa di quest’ultimo, da tempo sostituito a causa della malattia, avvenuta proprio nella giornata di venerdì 27 novembre.
Il sipario si apre prima del previsto, mostrando la schiera degli attori dai visi spenti per la malinconia e velati da un mesto contegno nel ricordare il loro direttore, ma anche compagno nell’Arte; visi che poco dopo si sono accesi per dare vita allo spettacolo.
Il drappo scarlatto dunque si squarcia nuovamente, mostrando la scenografia particolareggiata di un interno affacciato su un balcone, sul quale si impongono delle nuvole rosate appese ad un cielo diurno; nella stanza due signore, Donna Concetta e la cameriera, intente a discorrere usufruendo di uno stretto dialetto napoletano che inizialmente quasi lascia piacevolmente disorientati gli spettatori meno avvezzi all’ascolto. Ben presto le donne vengono affiancate da una bizzarra figura maschile, amico del protagonista Don Ferdinando, socio di quest’ultimo nella gestione del banco lotto di famiglia, e insieme compagni di giocate di numeriche che si rivelano però essere molto sfortunate. I due infatti non vincono mai nulla, ragion per cui Don Ferdinando è totalmente mal disposto nei confronti di Mario Bertolini, il commesso del banco lotto alquanto fortunato e innamorato della figlia di Ferdinando, che dopo aver giocato una sequenza numerica rivelatagli in sogno dal padre defunto del protagonista, ottiene la vincita di quattro milioni di lire, guadagnandosi in questo modo un astio ancora più profondo da parte di Don Ferdinando che rivendica i diritti del denaro. Dopo svariate peripezie e la comparsa di molteplici personaggi che a modo loro hanno contribuito allo scioglimento della vicenda, Don Ferdinando fa cadere la sua maschera di capofamiglia esigente e anaffettivo per mostrare la natura fragile di un padre apprensivo che si sentiva escluso dalla vita sociale della figlia e che, riconoscendo i suoi errori, si scopre ben disposto ad acconsentire alle nozze.
E’ attraverso la rivelazione degli stereotipi che la commedia prende vita, quello della famiglia patriarcale di inizio ‘900, quelli dell’avvocato arricchito e del prete mediatore, quello della perpetua dissonanza tra nord e sud Italia, quello della Napoli di un tempo dove la scaramanzia è un atto dovuto come la preghiera, dove la gelosia non è invidia, ma “sete di giustizia”, dove ci si rivolge alla “Madonna di Pompei”, dove un anatema costituisce la chiave di volta delle vicende narrate. Proprio in questo tipo di società si muovono i personaggi, più o meno caratterizzati psicologicamente, resi credibili dalla perizia degli attori nel riprodurre l’intercalare del luogo; gli stessi personaggi che nel finale “cacciano fuori”, per usare una tipica espressione del gergo, quella genuina anima campana che aggiunge sempre un posto a tavola, che in nome del bene comune, ma soprattutto della famiglia, riesce ad appianare qualsiasi divergenza.
Uno spettacolo che non ha paura di suscitare il riso, al quale entrambi i maestri del palcoscenico De Filippo hanno dedicato la loro vita, e non c’era modo migliore per onorarli se non quello di nascondere, seppur momentaneamente, la sentita tristezza per una simile perdita mettendo in scena il loro ingegno, con una dedizione unica e per il puro amore per l’Arte.

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