L’ultimo docu-film di Barbato De Stefano contro il fenomeno blue whale e l’odio in rete

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BRACCIANO – Tutto sembra nato in Russia da un’inchiesta apparsa su Novaya Gazeta a maggio del 2016, che collegava 80 morti di adolescenti ad alcune comunità virtuali che li avrebbero istigati al suicidio. Un amministratore di siti risulta indagato, ma il processo è ancora in corso. In Italia il caso è venuto alla luce dopo la puntata della trasmissione Le Iene, andata in onda il 14 maggio del 2017. In Italia circa una cinquantina di morti sospette sono al vaglio della Polizia Postale, che sta cercando di individuare con sicurezza i termini di una effettiva correlazione fra quei suicidi e la Blue Whale Challenge: il “gioco di ruolo” che spingerebbe adolescenti e giovani a cimentarsi in gare virali e letali: 50 “prove di coraggio” in 50 giorni, un crescendo incontrollato e incontrollabile di azioni inconsulte, per arrivare ad atti di autolesionismo o, addirittura, al suicidio.

La Polizia Postale monitora giorno dopo giorno il fenomeno, fornendo consigli precisi a genitori e a ragazzi: “le nostre indagini – si legge sul sito – si concentrano sull’identificazione di adulti, giovani o gruppi di persone che inducono via web bambini e ragazzi ad esporsi ad un rischio concreto per la loro vita. Poniamo molta attenzione a quanto i cittadini ci segnalano su casi di rischio associati a questa pratica. Ogni informazione utile contribuisce a potenziare la nostra azione di protezione”.

Ed è con questo tema delicato e scottante che si è cimentato il regista Barbato Di Stefano nel suo ultimo documentario, intitolato “#ViVi” (il trailer). Al centro dell’obiettivo, dunque, i pericoli del web, in qualunque modo si chiamino. L’odio e l’estremismo dei comportamenti corrono sulla rete, soprattutto nelle sue aree più oscure: è il cosiddetto “deep web” o, peggio ancora, “dark web”, l’altra faccia del ‘www’, su cui è necessario non perdere la presa. Ma al di là del mezzo è soprattutto sul messaggio che occorrerebbe interrogarsi, sui motivi di una crescente aggressività da bulli che scherza con il fuoco e sempre più spesso veicola fra gli adolescenti contenuti ispirati alla cultura dell’odio e al nichilismo.

«L’idea è partita dalla voglia di sensibilizzare i miei studenti sull’argomento; ho assegnato loro un tema sull’amore e sulla bellezza della vita e successivamente ho realizzato alcune dirette dalla mia pagina Facebook per combattere il fenomeno della Blue Whale e altre challenges che spingono gli adolescenti più deboli a togliersi la vita», racconta De Stefano.
Il documentario è stato già proiettato agli allievi dell’Istituto “Amerigo Vespucci” di Roma e giovedì 1° marzo arriverà anche all’Istituto Superiore “Luca Paciolo” di Bracciano.

Quando ti è venuta l’idea di girare un documentario sul fenomeno Blue Whale?

«L’idea mi è venuta nel maggio del 2017, mi trovavo in classe, sono stati i miei alunni a farmi scoprire il mondo che si cela dietro pericoli come la “Blu Whale”, “F57”, “La Fata di Fuoco”, “Blackout game”, “pass out game”, noto anche come “scarf game”, “space monkey”, perché la Blue Whale è solo l’apice più famosa e pubblicizzata di un problema molto complesso. Scoprire questa cosa ha generato in me, quasi in antitesi, come reazione, una “ challenge”, una sfida opposta. Vita contro morte. A fine anno ho proposto ai miei ragazzi un tema: “La vita è unica e meravigliosa, che cosa ne pensi?” E lì si sono sbizzarriti, mostrando tutta la loro bellezza. Io ho continuato la mia “ challenge” personale girando una serie di video con il cellulare e postandoli sulla mia pagina facebook, video nei quali parlavo della bellezza della vita. Così mi è stato suggerito di realizzarne un film, divenuto poi appunto il mio documentario. Il messaggio è arrivato in maniera naturale, perché il mio inno alla vita apre dei dibattiti formativi sull’utilizzo dei social».

Quali sono state le reazioni degli studenti dell’Istituto Amerigo Vespucci che hanno assistito alla proiezione?

«Le reazioni sono state varie, ogni studente porta a casa fotogrammi diversi. Il mio feedback dopo le prime proiezioni è stato positivo. Tutti si aspettavano immagini violente di morte e di suicidi, ma ho voluto fortemente contrapporre la bellezza delle immagini al pensiero estremo di farla finita e, alla fine, vince la vita. I ragazzi delle Medie e dei primi anni delle Superiori hanno avuto una reazione molto positiva: hanno colto l’ironia, molte sfumature che gli adulti non sono riusciti a cogliere. Gli adulti, i genitori sono stati catapultati nell’angoscia totale, perché a volte può capitare di educare un figlio e poi magari abitando sotto lo stesso tetto non lo conosci abbastanza, non conosci le sue paure, i pericoli che potrebbe incontrare. Questo mette gli adulti in una posizione di preoccupazione, ma crea anche una maggiore attenzione nei confronti dei propri figli. Il mio risultato allora è stato raggiunto, volevo comunicare questo: ‘prendersi cura dei propri fiori’».

L’attenzione alle fragilità: questo sembra essere il filo conduttore che lega il tuo ultimo lavoro ai precedenti. E’ così?

«Oggi la distrazione è all’ordine del giorno, l’essere distratto anche. I miei lavori raccontano le anime fragili, come se volessi curare i ragazzi che hanno bisogno di amore. Tutti i ragazzi hanno bisogno di amore. C’è chi raggiunge una maturità in maniera precoce e chi invece ha bisogno di un po’ più di tempo. Io voglio, attraverso le mie opere, far capire ai ragazzi che sono speciali, tutti hanno un dono nascosto nella propria anima. Oggi si parla tanto di adolescenti violenti e questo mi rattrista. Bisognerebbe portarli a teatro, al cinema, farli innamorare della letteratura, di un pensiero poetico. Un docente se riesce a guardare i propri alunni negli occhi tutte le mattine, sicuramente riuscirà a trovare la chiave giusta per aprire il loro cuore, anche di quelli più distratti. Nelle mie opere non cerco la notorietà e neanche la ricchezza materiale o gli incassi al botteghino. Voglio lasciare un messaggio al mondo, spero di riuscirci, anche perché mi capita di pensare a quanti anni vivrò ancora, penso altri 10, 20, 30 forse 40, poi lascerò questa materia, ce ne andremo tutti, chi prima e chi dopo, quindi lasciare qualcosa di immateriale ai posteri che può generare emozione mi stimola molto».

Che ruolo assegni all’arte nella lotta contro quella sorta di delirio di onnipotenza che sembra caratterizzare le ultime generazioni, spingendole paradossalmente verso il nichilismo e la cultura della morte?

«L’arte è l’elemento salvifico di questa generazione flaccida, viziata, sciapa, maleducata. Nel mio lavoro di docente l’arte c’è sempre, ed è proprio l’arte che mi porta a motivare i miei alunni. Loro avvertono tutto, sono delle spugne. Insegnando in alcune realtà popolari avverto che l’arte diventa la via di uscita da alcune realtà difficili … L’educazione e l’arte salveranno il mondo».

Barbato De Stefano è attore di teatro, ma anche volto di diverse serie televisive. Ha preso parte al cast di produzioni come “Sotto Casa”, la nona stagione di “Incantesimo”, la terza di “Provaci ancora Prof” e “La nuova squadra” su RaiTre, “Don Matteo 7” e “La Ladra” su RaiUno. Ha collaborato come assistente alla regia di Vincenzo Salemme per “La vedova allegra” e “Bello di papà”. Diversi e su vari temi i corti girati da De Stefano: da “Napoli vincente” (video con il nuovo inno della squadra partenopea, vincitore del Premio “Special Award” per la regia) a “Sono” (sul tema drammatico dell’handicap fisico e invalidante); da “Sala buia” (che affronta in modo poetico il difficile rapporto fra disabilità e amore) a “Mezza sala” (dedicato alla vita ardua e talvolta ingrata di tutti gli artisti e artigiani del palcoscenico, ma anche ai tanti cinema e teatri abbandonati a se stessi). Proiettato in anteprima il 20 gennaio del 2017 all’Istituto Alberghiero di Ladispoli (dove Barbato De Stefano ha trascorso un anno in veste, stavolta, di docente di Lettere), “Mezza Sala” si è poi aggiudicato l’Audience Award al “12 Months Film Festival”.