CIVITAVECCHIA – In un periodo di professori al Governo la Politica deve prendersi il tempo per interrogarsi sul mondo del lavoro senza esclusioni.
Questo non è un governo che ha il mandato per fare delle riforme senza la coesione sociale. Parlare quindi di mercato del lavoro, in un Paese in cui di lavoro si continua a morire, suonerebbe anacronistico suona anche come miracolistico pensare ad una panacea in tasca a qualcuno.
Questo è un Paese che non si indigna più, che è stato affamato nel tempo e neanche se ne è accorto: oppresso dalla precarizzazione del lavoro che oggi potremmo, definire come una classe sociale, una forma organizzativa da studiare, e trovare in questo un punto sui cui dividerci, di più, “precarietà” è diventata una parabola della vita di intere generazioni.
A dieci anni dall’introduzione della flessibilità del lavoro possiamo affermare che non si è trattato di un errore facilmente superabile, ma di una vera e propria malattia cronica di cui il mercato del lavoro è saturo e non può fare a meno.
L’effetto del morbo è un Paese in cui il 30% dei suoi disoccupati ha meno di 35 anni e da tempo hanno rinunciato a cercare un impiego!
E’ Paese che investe poco e male nella scuola, università e ricerca, che continua a puntare su settori a basso contenuto tecnologico e labour intensive e non attrae investimenti esteri, non facilita il raccordo fra sistema educativo e il mondo del lavoro finendo per allungare a dismisura il numero degli anni trascorsi dalla fine degli studi all’occupazione.
E’ un paese che si interroga se abolire o meno l`art. 18, poi si dirà che la compensazione monetaria va ridotta, e così si ritroverà con delle condizioni lavorative al ribasso da fare gola a una certa globalizzazione colonialista e vorace come i paesi in via di sviluppo.
I diritti e le salvaguardie sul lavoro non sono una risorsa finita che deve essere ridistribuita tra chi ne ha di più e chi non ne ha mai avuti: non serve dire che in questo modo si otterranno maggiori posti di lavoro se non si corrispondono interventi a sostegno della crescita e della flex security.
Non è possibile pensare che licenziando e riassumendo il lavoratore il conto riparta da zero.
Per competere col resto del mondo abbiamo bisogno di un aumento di produttività che non può basarsi sulla flessibilità ma sul suo opposto: rapporti di lunga durata attraverso i quali il lavoratore raggiunge l’esperienza ed il know-how necessario.
Bisogna sostituire qualità alla precarietà.
Stefano Giannini – Segretario dei Giovani Democratici






