“La mia Vittoria”

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CIVITAVECCHIA – Lettera in Redazione di Fabio Angeloni:

“Maria Vittoria Celi Zagari è scomparsa. Credo che almeno la metà della “intellighenzia” (si dice così, vero?) di questa città sia passata per il suo insegnamento. A Lei questa città deve moltissimo. Altri parleranno della sua importantissima opera culturale e educativa con opportune parole e riferimenti . Come suo allievo, voglio solo ricordarla. La nota di dolore che mi accompagna non consente altro che il fluire dei ricordi.
«Quindi…cosa hanno in comune questa penna e un albero? »
Ottobre 1972 ore 11 Liceo classico P.A. Guglielmotti. Classe Prima B. Quarta ora, Filosofia. Era la prima volta.
«Questa penna… e un albero. Su forza, cosa hanno in comune?»
A quell’epoca quando entravano i professori ci si alzava, qualcuno di noi portava i pantaloni corti e i grembiuli delle ragazze, chissà perché, profumavano sempre di fresco.
Un albero e una penna. Era quella la filosofia?
Ma la sfida era lanciata.
Quelli che “Oddio, mi sta guardando”” si nascondevano dentro i gomiti, poggiati sui banchi.
Quelli che «Voglio proprio vedere come va a finire» erano alle prese con il tentativo di nascondere il loro sorrisetto.
Quelli che “ripetevano” sapevano già come andava a finire. Male.
Quelli che sapevano sempre tutto, in genere le più brave, si facevano avanti con intimidite risposte. Merceologiche a volte. Sorprendenti, strampalate e quasi sempre prive di logica.
«No….no…. avanti sù….» la penna roteante abbatteva le certezze (poche a dire il vero) di affermatissimi professionisti di oggi, timidissimi adolescenti di ieri.
«Il tempo» … perché l’ho detto?
«Come dice, scusi?»
Oddio, mi sta dando del “lei”… «Il tempo, si insomma sia l’albero che la penna sono immersi nel tempo»
«Mmmh potrebbe andare. Ma se adesso le dico…»
Il resto non lo capii bene, ma la mia risposta fu certo la più pleonastica che potesse venirmi in mente. Foriera della peggiore delle sorti : «Ci rinuncio»
«Ah sì… e allora vada fuori. Fuori. Se rinuncia, vada fuori….»
Dopo un secondo, ero fuori dalla porta, sul serio. Espulso. Cartellino rosso.
La mia prima lezione di Filosofia con la professoressa Vittoria Celi Zagari era durata…un quarto d’ora.
Tanto bastò per far nascere il mio grande amore. Dopo quel dannato exploit mi imposi cento giorni di assoluto silenzio in aula. E di ascolto. Ascoltavo incantato.
Oh sì….la Filosofia. Ma la filosofia era Lei.
La sua chioma bianca trattenuta da uno chignon che faceva i conti ogni giorno con la vivacità dei suoi pensieri. Gli occhi grandi e profondissimi. Le sopracciglia nere.
E come con tutti i miei amori capitò, nel corso del tempo, che la feci arrabbiare, come all’esame di maturità. Ma ci furono tanti giorni felici che si chiamavano Cartesio, Kant, Freud, Kierkegaard, Schopenhauer, Russell, Sarte.
«Angeloni che cosa ha combinato con questo Gailileo?» consegnava i compiti scritti, con l’elenco dei voti davanti. Sbirciavo e …in seconda posizione, la mia, c’era un clamoroso 4 e mezzo. Gelo. Delusione: «Non lo so… forse ho scritto quello che pensavo io anziché quello che pensava Galileo». «Beh, vuol dire che la pensate quasi uguale». Sul compito cera 9 e mezzo.
Con arguta malizia aveva coperto il primo nome dell’elenco. Un piccolo tranello.
E’ tutto? No.
Un libro intero dei ricordi della mia vita porta il suo nome.
E finisce con un semplice, ma enorme “Grazie”.
Grazie, per avermi aperto le porte del pensiero ed il pensiero con esse. Della dirittura morale, che sola è capace di dare senso alla vita. Che il pensiero è dubbio e che nel dubbio alberga l’unica certezza. Che “nelle tombe è la vita”, anche se questa di Nieztche, che pure amavi citare, oggi suona così beffarda.
Ma soprattutto, Grazie per quella “prima volta”, per quella penna agitata nell’aria e quell’albero mai esistito, spuntato tra i banchi, sintesi meravigliosa della ricerca dell’archè che accomuna le cose: l’acqua, l’aria, il fuoco. Il tempo.
Anassimandro, Anassimene, Talete ed Eraclito erano comparsi in classe quel giorno, in quella tua lucidissima e provocante intuizione.
A me era toccato il tempo. E mi avevi soprannominato Eraclito.
E, anche se, poi, ho saputo che era il nome del tuo gatto, ne sono andato sempre molto, molto orgoglioso”.

Fabio Angeloni