CIVITAVECCHIA – Per i nostri consiglieri comunali “pensare in grande” relativamente alle materie come l’ambiente, lo sviluppo e il lavoro sia diventato il quesito che lì “attanaglia” oltremodo ai buoni propositi delle campagne elettorali.
Nonostante i tristi problemi di “dumping sociale” – senza dimenticare le”variegate” situazioni di cronaca che oramai si susseguono giornalmente – che accompagnano una diffusa insoddisfazione civica e occupazionale – che quotidianamente mette a dura prova quella pur minima “coesione sociale” della nostra comunità – si nota altresì, una mancanza del “ruolo pubblico” che metta al “centro dell’attenzione” i problemi dei cittadini. Essenzialmente si denota la mancanza di un confronto nel “governo” cittadino su delle “idee” – provenienti da scuole diverse di pensiero dei consiglieri eletti da schieramenti politici diversi, dalle forze politiche e sociali sui temi dell’economia e di politica industriale locale – che implichi comportamenti coerenti e condivisibili democraticamente al proposito d’intese o patti in grado di orientare il consolidamento e miglioramento dei servizi, del tessuto imprenditoriale e occupazionale del territorio.
E’ nota la questione degli intrinseci problemi degli investimenti pubblici strutturati nei patti di stabilità – che richiedono una svolta radicale – che amplia le difficoltà dei Comuni e di chi non ha lavoro. Ma, non toglie niente a nessuno la ripresa di una forte iniziativa politica verso un nuovo dinamismo economico-sociale nelle condizioni di contesto esistente nel nostro territorio.
Tuttavia, vedere la “conquista” di un consenso dell’opinione dei residenti con un approccio sistematico ai problemi di tipo “pragmatico e funzionalista” sulle cose da fare nel miglioramento dei servizi per la popolazione e per le imprese, d’integrazione e nella tutela “ambientale”. Non penso che sia “utopistico”.
Il riequilibrio del nostro territorio può anche passare attraverso un “dibattimento” che valorizzi la presenza degli attuali siti occupazionali. La classe politica e sindacale potrebbe ragionare su quali sinergie e di valore aggiunto si possano trasformare in attività economiche. Forse, chissà, potrebbero anche emergere e anche essere concepiti degli opportuni progetti integrati nel quale siano in grado di raggiungere – in misura diversa – dei risultati di “efficienza gestionale” delle risorse naturali ed energetiche, di rispondenza ecologica e di costi.
Di solito, una “comunità” in genere, impegna chi ha il “ruolo pubblico” a stimolare la crescita o alla nascita di iniziative socio-economiche sia dei singoli cittadini, della cooperazione o di attività imprenditoriali avendo l’impegno di costruire un tessuto sociale migliorandone la qualità della vita.
Benedetto Salerni







