CIVITAVECCHIA – La cultura è di attualità a Civitavecchia.
La notizia trainante è stata quella dello stanziamento di un milione di euro, promesso dal sottosegretario ai beni e alle attivita’ culturali, Francesco Giro, “da impiegare per il rilancio e la riqualificazione del patrimonio storico artistico e architettonico di Civitavecchia”.
E’ stata, quella del sottosegretario, una girandola di emozioni: riqualificazione del forte Michelangelo, rilancio del museo nazionale, delle terme taurine e dell’area della ficoncella.
Questo perché Civitavecchia dovrebbe giocare, come “porta di Roma”, un ruolo di primario impatto anche in vista delle olimpiadi del 2020, cui la città eterna è candidata.
Mi duole, di fronte a tanto entusiasmo, far notare che per tutto il ben di dio elencato un milione di euro sia del tutto insufficiente. Credere che basti così poco per ristrutturare e mettere in sicurezza il solo forte Michelangelo, ad esempio, è una pura e semplice utopia ad uso e consumo delle imminenti amministrative.
Vile propaganda, insomma.
Inoltre il sottosegretario, che dovrebbe essere ben avvezzo a questo tipo di questioni, ignora la situazione in cui si trova il forte Michelengelo che è, a tutti gli effetti, una base militare.
Certo si tratta di un bene che, grazie al federalismo demaniale, dovrebbe essere consegnato (non si sa bene ne come ne quando) nelle mani della città.
Resterebbero da discutere solo alcune quisquilie come l’ubicazione delle famiglie dei militari che adesso risiedono nella struttura, i diritti che la capitaneria di porto continuerebbe a vantare grazie alla presenza del proprio museo, nonché quelli della curia, perchè all’interno del forte vi è una cappella funzionante.
Ma gli interessi che girano intorno al forte non si fermano qui: tanti progetti, tutti contrastanti tra di loro, tante lobby che fanno pressione.
Il federalismo demaniale rischia di consegnare al comune non un bene architettonico, ma una polpetta avvelenata.
Ma per tornare a fare i conti della serva, per poter essere utilizzato a dovere anzitutto le attuali abitazioni dovrebbero essere ristrutturate per finalità confacenti al “primario impatto” culturale del forte. Stiamo parlando di un’intera ala dell’immobile.
Il milione di euro si assottiglia visibilmente.
A ciò si deve aggiungere la messa in sicurezza del maschio, oggi nella disponibilità, virtuale e non reale del comune, perché per svolgere una qualsiasi iniziativa bisogna comunque chiedere il permesso alla capitaneria. Al momento utilizzato molto saltuariamente come punto espositivo, in caso di incidenti il maschio si rivelerebbe una trappola mortale perché privo di vie di fuga. La messa in sicurezza di quei locali, operazione doverosa e non procrastinabile, assottiglierebbe ancora di più il nostro caro milione di euro.
Se a questo aggiungiamo l’ordinaria manutenzione, ad oggi quasi inesistente, della struttura, il nostro caro milioncino è già svanito.
Il signor Bonaventura è rimasto in mutande.
Peccato che avanzino, ancora, nell’elenco degli interventi fatto dal sottosegretario, le terme taurine, la ficoncella, il museo nazionale.
Ma questo non è che l’inizio del problema. Per fare cultura non ci vogliono solo i soldi, ma anche una certa familiarità con la cultura stessa.
Nessuno pretende che l’amministratore sia un critico d’arte o un archeologo di fama internazionale, ma che sappia fare delle scelte, programmare e sorvegliare il fatto che l’azione amministrativa vada a buon fine, seguendo poi la vita delle sue creature.
Civitavecchia ci ha insegnato che questa familiarità con la cultura non esiste se non a livello libresco e che il concetto di “politica culturale” è sconosciuto agli amministratori che fino ad oggi si sono alternati alla guida della città.
Gestire la cultura non è gettare spiccioli da una limousine in corsa, né farsi fotografare alle inaugurazioni, ma fare scelte che indirizzino le risorse esistenti (magre e che diventeranno sempre più magre, vista l’attuale situazione economica) in funzione del massimo risultato ottenibile.
Gestire la cultura vuol dire entrare in una logica di obiettivi da raggiungere, organizzando, seguendo passo per passo, mettendo in rete tutte le risorse disponibili, da quelle istituzionali a quelle dei privati, a quelle delle associazioni operanti sul territorio.
Gestire la cultura vuol dire, sopratutto, avere un serio e realistico programma di intervento.
Al momento attuale, invece, non esiste una pianificazione degli interventi in materia culturale; si campa, letteralmente, alla giornata.
Le associazioni non sono stimolate né sorvegliate, né sono integrate in una pianificazione della pubblica amministrazione.
Anch’esse si limitano alla mera sopravvivenza.
La cultura è priva di obiettivi. Le poche “cose fatte” sono solo delle medagliette che gli amministratori di turno si appuntano sulla giacca, come fanno i boy scouts con i loro distintivi.
Una volta “fatte” le “cose” vengono tristemente abbandonate a se stesse, per languire e poi morire.
Credo che questa città meriti di meglio.
Credo inoltre che l’onorevole Giro, se vuole evitare altre figuracce, non debba fidarsi più di tanto dei propri referenti sul territorio i quali, probabilmente, pensano che si possa trattare la materia cultura come Achille Lauro trattava i napoletani.
Ci attendiamo, da un sottosegretario della repubblica, una maggiore professionalità che derivi da una maggiore conoscenza dei problemi dei territori su cui decide di intervenire.
Il personale del ministero a sua disposizione, in fondo, è pagato proprio per svolgere questo compito.
Mario Michele Pascale – Psi Civitavecchia






