Pubblichiamo di seguito il tema svolto da Irene Di Rollo, alunna 13enne della classe III^ T dell’Istituto comprensivo Don Milani di Cerveteri, incentrato sulla seguente traccia: “Roma, gennaio 1944: sei stato appena catturato dai soldati tedeschi e condotto nel Carcere di Via Tasso. Inizia così la tua permanenza nella più temuta delle prigioni nazifasciste, da cui non sai se e quando uscirai…”
Il buio…
Apro gli occhi e vedo un ambiente che non mi è familiare. Ho un terribile mal di testa, i miei ultimi ricordi sono un ponte, un posto di blocco e un tedesco che dice in un italiano improvvisato: “E’ da controllare perquisitela,!” Poi di nuovo il vuoto…
Mi sveglio, credo ore dopo e mi trovo davanti un uomo dal camice bianco che mi dice: ”Buongiorno, finalmente alzata!”.
Parlo con l’uomo e capisco che è il dottore del carcere e scopro anche dove mi trovo…nel Carcere di Via Tasso. Stranamente non svengo, ma scoppio in un pianto disperato. I miei tre fratellini e le mie due sorelline, ora chi baderà a loro? I miei genitori sono morti. Avrei dovuto sapere che sarebbe andata a finire così, è da quando andavo alle elementari che la maestra mi diceva: ”Irene, un giorno lo pagherai tutto questo odio verso il nazifascismo, ora allunga le mani!”.
Il dottore continua a guardarmi in modo apprensivo e paterno come se riuscisse veramente a leggere i miei pensieri e mi dice quasi sussurrando,d i nascosto dai tedeschi: ”Io lo so che sei innocente bambina, tu vuoi solo una patria che possa definirsi tale!”. Il dottore esce, nel frattempo entra un uomo alto e biondo con degli occhi più azzurri del cielo che mi spinge e mi chiude in una cella. Nella cella c’è un forte odore di sudore e sangue ed è talmente buia che non riesco a vedere se sono sola, ma intuisco di sì, perchè chiamo e non risponde nessuno. Così mi metto a seduta e non riesco a piangere, c’è un senso di orgoglio e dignità dentro di me che mi spinge a non farlo. Trovo per caso a terra una scatola di fiammiferi ne accendo uno e comincio ad ”esplorare” la minuscola cella. Leggo delle scritte sul muro, tutte dedicate alla mia amata Italia. E rifletto a quanto sono stata stupida a piangere prima e mi faccio coraggio pensando che i nostri sacrifici, quelli di noi partigiani, un giorno verranno ricordati e serviranno a rendere fiero e orgoglioso un uomo, una donna o un bambino di dire: ”Sono italiano”. I miei pensieri sono talmente intensi, che non mi accorgo neanche che il fiammifero che ho in mano si è spento. Appena me ne accorgo si apre bruscamente la porta alle mie spalle e il buio lascia spazio allo stesso uomo di prima, quello dagli occhi più azzurri del cielo, che mi dice con fare svogliato e in un italiano improvvisato: ”E’ ora del processo”. Finalmente ho davanti a me un tedesco, non ne avevo mai visto uno da così vicino. Li avevo immaginati spesso con quell’accento freddo come la loro terra e quel modo di fare ”da essere superiore” come il loro Furher. Esco dalla cella accompagnata dal tedesco e per la prima volta osservo il carcere. Le pareti dei corridoi sono di un color giallo incrostato. Dalle altre celle chiuse non esce alcun rumore, ma un odore di sangue ed escrementi. Ma da quelle celle esce anche un odore diverso…quello dell’orgoglio e della dignità! Quelle due cose che i tedeschi non riusciranno mai a togliere ai movimenti di opposizione italiani. Neanche con la più terribile delle torture.
Scendo le scale e il tedesco mi conduce in una stanza che puzza di fumo e alcool. Entro e mi trovo davanti un uomo basso, grassoccio e moro. Non proprio appartenente alla cosiddetta razza ariana. Quest’ultimo con un fare brusco, maleducato e presuntuoso, ma con un italiano quasi perfetto mi dice: ”Siediti, che non ho mica tutto il giorno da perdere con voi io!”. Ora che ci penso l’italiano parlato da un tedesco mi fa salire il vomito e penso: occupano le nostre terre, opprimono la nostra patria e ora parlano anche la nostra lingua. Quella che il nostro Manzoni si è impegnato tanto per ottenere.
Mi siedo e leggo il mio nome su un fascicolo: “Caso 223, Irene Di Rollo, 19 anni, Roma. Carcere di via Tasso”. L’uomo dagli occhi più azzurri del cielo esce e l’uomo dai capelli scuri mi domanda: ”Che crimine hai commesso?”. Io rispondo,con tono spero solenne nonostante la paura: ”Io?Crimine? Nessuno. Se credere nella patria è un crimine, bhè allora voglio essere una criminale”. Mi arriva uno schiaffo alla bocca che mi fa sputare sangue sul pavimento e sulla camicia. Nonostante il dolore alla bocca rispondo: ”Vedete, solo questo sapete usare voi, la violenza. Non avete un minimo di cervello e di equilibrio mentale”. Questa volta mi arriva un pugno allo stomaco che mi fa perdere fiato e cadere a terra; in quel momento parte la musica e l’uomo mi si butta praticamente sopra.
Comincia a prendermi prima a calci e poi a pugni ovunque. Io non mi ribello, il mio sangue sarà versato per la patria! Mentre lui mi strangola io gli faccio un sorriso…sono felice!
Sono felice di aver trovato un senso alla mia vita e di averla usata e donata per un saldo principio. I miei ultimi pensieri vanno ai miei fratellini; di loro si prenderà cura la zia. Io li proteggerò dall’alto, vicino a mia mamma e papà. MI mancheranno ma l’ultimo pensiero va alla mia patria: quella che sono fiera di onorare e servire con la vita!
Il mio ultimo grido rimarrà sempre nel vento: “Viva l’Italia libera e liberata!”.
Irene Di Rollo







