“Paesaggi d’Arte”. La Biennale di Venezia parte II, l’Arsenale

Nella prima parte di questo articolo (recuperabile al seguente link: https://www.centumcellae.it/principale/paesaggi-darte-la-biennale-di-venezia-2017/) ho raccontato le mie impressioni sui Padiglioni della Biennale d’arte di Venezia collocati nella sede centrale dei Giardini, da sempre vetrina principale dell’evento. Li ho trovati deludenti e infatti quest’anno è opinione diffusa che la sezione più interessante sia inaspettatamente quella dell’Arsenale. Fatto inusuale perché da sempre all’interno dei Magazzini dell’Arsenale vengono proposti gli allestimenti più disinvolti e di secondo piano, tra tante inutilità e pochi ma significativi colpi di genio.
biennale1A proposito, ci siete mai stati? Un posto veramente magico ancora pervaso dagli echi di una grandiosa attività capace di costruire una delle flotte più prestigiose della storia navale. Al centro, uno specchio d’acqua su cui si riflettono architetture eccezionali, mura, torri, arcate e i poderosi magazzini dai quali è possibile ammirare uno skyline urbano senza pari.

Se ci andate, entro il 26 novembre, troverete una serie sorprendente di opere degne di nota con alcune proposte veramente notevoli, come il Padiglione Italia allestito proprio in fondo al percorso. Finalmente ho potuto ammirare un bellissimo progetto espositivo nel nostro spazio tricolore dopo anni di vere sciatterie. Ma ne parlerò fra poco. Vi metto in ordine sparso alcune cose che mi sono rimaste impresse.

biennale2Metto in cima alla lista il sorprendente padiglione Neozelandese. Appena entrato ci ho trovato uno schermo gigantesco lungo una dozzina di metri, animato da una bellissima multi-proiezione digitale in lento scorrimento che propone alcune scene di interazione tra indigeni locali e le milizie inglesi ai tempi dell’imperialismo. Attori veri, ripresi e montati sullo sfondo di una celebre carta da parati neoclassica di inizio ‘800. Un’operazione raffinatissima e molto coinvolgente L’effetto surreale dato dalla sovrapposizione di questi due elementi artistici è vincente. Lo è ancora di più il fatto che l’attenzione viene catturata proprio dalle coreografie che nella loro semplicità hanno un effetto magnetico. Date un’occhiata: https://www.youtube.com/watch?v=WmMRF5nw9UI

Ho provato la stessa ammirazione entrando anche nel Padiglione cinese dove si viene accolti da video meravigliosi. Sono quelli dell’artista Tang Nannan. Ho apprezzato tutta la sua produzione dal taglio minimalista che testimonia una spiccata creatività. Sono rimasto letteralmente incollato ad un video in particolare, intitolato The Southern Under World, realizzato con la tecnica dello stop motion: un piccolo capolavoro che andrebbe visto davanti in HD, come nel caso dello schermo in mostra. Se avete la pazienza di vederne alcuni passaggi potete sbirciare in questo link: https://www.youtube.com/watch?v=oe9eJlN0WyA.
Il padiglione trova il suo completamento in alcune divertenti istallazioni che rielaborano in chiave tecnologica alcune forme d’arte tradizionali come le ombre cinesi, mosse da goffi movimenti meccanici anziché dalle sapienti mani degli artisti. Molto significativo.

biennale3Il Padiglione argentino punta invece sugli effetti scenici. Interamente confezionato dall’artista Claudia Fontes, consta di un gruppo di statue dall’impianto monumentale che si candida ad essere in assoluto tra le proposte più gradite dal pubblico.
Si intitola The Horse problem ed è costituito da pochi elementi completamente bianchi collocati in modo sapiente all’interno del grande spazio che, con i suoi giochi di luci interni, contribuisce a modellare la scena: un ragazzo, una ragazza, un cavallo colossale e centinaia di rocce, alcune sospese, altre a terra, interagiscono tra loro in modo enigmatico, reagendo in modo diverso di fronte ad una situazione paradossale che è al contempo causa ed effetto. Una scena congelata che rimane impressa, sia per la grandiosità della scena che per la sua forte comunicatività. L’ho trovata una felice intuizione.

biennale4Nel lungo percorso interno ai Magazzini che mi porta verso il Padiglione Italiano passo velocemente ma con molto piacere anche nel Padiglione Cileno, una piacevole scoperta. Entrando nella sala ci si trova di fronte ad una selva di centinaia di maschere di legno montate su piedistalli metallici. Quasi un prato come ricorda il nome tedesco dell’opera, Werken (piante). Sono maschere realizzate dagli indigeni cileni Mapouche.

Sul muro, uno scroll digitale scorre i loro 7.000 cognomi. Il senso di una intera comunità racchiuso in una sala, per raccontarne la forte identità ma anche l’aspetto più fragile: un gesto altamente simbolico che centra l’obiettivo. Molto bello.

biennale5E proprio in fondo, nell’ultimo magazzino, l’attesissimo Padiglione Italiano. Dopo anni di mediocrità, riesce a proporre tre allestimenti di valore, riscuotendo unanimi consensi. Si coglie innanzitutto il respiro unitario di tre lavori inquieti e complementari che invitano il visitatore ad un gioco di percezioni successive snodate lungo un itinerario avvincente; tre ambienti bui, quasi tre stazioni, dei quali ho particolarmente apprezzato l’ultimo grandioso tassello. L’allestimento di Giorgio Andreotta Calò emoziona per la spazialità del percorso articolato su due livelli. Non a caso opera di un artista veneziano che sa bene come valorizzare questi ambienti poderosi. L’enorme sala a disposizione, totalmente nella penombra, invita inizialmente il visitatore ad attraversare una palificata metallica dall’impianto quasi basilicale.

In fondo, una larga scalinata metallica ci accompagna verso una sorpresa conclusiva che lascia davvero senza fiato: voltandoci dalla cima della scalinata assistiamo ad una magnifica illusione, un enorme specchio d’acqua riflette la bellissima copertura lignea a capriate raddoppiandola e creando un’inedita e destabilizzante percezione dello spazio. Un ribaltamento che gioca sul doppio suggerendo molteplici riflessioni sul senso di questo dialogo specchiato tra due facce della stessa medaglia, o forse no, tra un sopra e un sotto, un cielo e una terra che vorrebbero alludere a qualcosa di più grande e metafisico. Quella scalinata appena percorsa, vista dall’alto, offre tutta un’altra prospettiva e grazie al meraviglioso effetto ottico che la sovrasta, sembra alludere ad una discesa negli inferi. Tutti temi affrontati dall’antropologo Eugenio De Martino nei suoi libri che hanno ispirato l’intero progetto coordinato dalla curatrice Cecilia Alemani. Finalmente!

La prossima volta vi racconto la parte più prestigiosa ed eclatante della Biennale 2017, quella rappresentata dagli eventi collaterali. Se volete ricevere la mia newsletter con la quale segnalo mostre, eventi, opere e artisti, scrivetemi a: paesaggidiluce.it@gmail.com.

A presto!

 

Michele Galice