“Paesaggi d’Arte”. Biennale di Venezia parte III, quando l’arte è follia

Nuovo appuntamento con la rubrica “Paesaggi d’Arte” di Michele Galice e terza full immersion nella Biennale di Venezia 2017.
(per rileggere la parte I: https://www.centumcellae.it/principale/paesaggi-darte-la-biennale-di-venezia-2017/)
(per rileggere la parte II: https://www.centumcellae.it/principale/paesaggi-darte-la-biennale-di-venezia-parte-ii-larsenale/ )

EVENTI COLLATERALI: TRA FOLLIA E TRADIZIONE

L’interesse per la Biennale di Venezia risiede anche nel suo programma articolato che aggiunge agli allestimenti nelle sedi istituzionali dei Giardini e dell’Arsenale molte altre occasioni sparse per la Laguna. Si tratta di mostre ospitate da spazi prestigiosi come Palazzo Grassi e da altri meno noti come edifici, chiostri o splendidi magazzini altrimenti inaccessibili.
Dopo avervi raccontato nei precedenti articoli le mie impressioni sui padiglioni ubicati ai Giardini e all’Arsenale, voglio incuriosirvi sulla parte più spettacolare della Biennale, quella costituita dagli eventi collaterali che quest’anno possono contare su alcuni titoli eccezionali.

IL FARAONICO PROGETTO DI DAMIEN HIRST

E iniziamo con l’evento dell’anno, il faraonico progetto di Damien Hirst.
biennale1La mia amica Silvia si era raccomandata prima della partenza: ”Vai alla mostra di Damien Hirst! Non so se ti piacerà ma non puoi perderla!” Non poteva essere più precisa. Il provocante artista inglese, balzato all’attenzione mondiale qualche anno fa con le sue mucche sezionate e gli squali messi sotto formalina che ne hanno decretato, esattamente come sperava, fama e ricchezza incontenibii (sic), ha lavorato quasi dieci anni per allestire, praticamente su commissione, una mostra colossale dislocata nelle due prestigiose sedi di Palazzo Grassi e di Punta della Dogana, una di fronte all’altra rispetto al Canal Grande. Il concept è di una pacchianeria quasi irritante: il finto ritrovamento in mare avvenuto nel 2008 di statue e monili risalenti ad una presunta civiltà scomparsa. Hirst ricostruisce e documenta tutte le fasi della sua assurda finzione: dai filmati dei sommozzatori che recuperano i resti, alle relative foto subacquee, alle imponenti statue di cui offre un’accurata descrizione nel libretto di accompagnamento degno di un museo archeologico. Libretto accurato quanto inutile perchè illustra finte opere d’arte ispirate alla vera cultura mitologica mondiale. Tutto qua? Tutto qua. Costo del progetto: stime al ribasso parlano di oltre 50 milioni di euro (!!).

biennale2Ha un senso tutto questo? Forse no, O forse sì, visto che Hirst riuscirà sicuramente a recuperare la spesa grazie alla messa all’asta delle opere ed agli incassi. Se c’è qualcuno che se li compra un senso alla fine ci sarà, almeno per lui. Ma non è tutto. La verità è che questo investimento spropositato paragonabile ad una produzione cinematografica hollywoodiana ha dato corpo ad un progetto mostruoso che stupisce sotto tutti i punti di vista, a cominciare dall’ingresso della mostra di Palazzo Grassi dove, vidimato il biglietto, ci si imbatte in un enorme piede: il piede, finto bronzeo, appartiene ad una statua mastodontica alta 18 metri che a momenti ci fa ribaltare per terra dalla sorpresa.

biennale3Il resto della mostra è un susseguirsi di statue gigantesche, montate e saldate sul posto, fintamente coperte da spugne marine, coralli e mitili, a raccontare, più che testimoniare, la presunta permanenza sul fondo del mare. Un vasto apparato iconografico che pesca a piene mani soprattutto dalla mitologia greca e dalla statuaria egizia, citando ironicamente la cultura pop contemporanea: teste di Gorgoni e di unicorni, Sfingi, enormi teschi di Ciclopi, Cerbero e Buddha, statue egizie con il volto di star della musica pop, la dea Kalì e… Topolino.

biennale4Sì perchè Hirst non perde l’occasione di strizzare l’occhio al visitatore sottolineando l’assurdità del suo progetto e l’ambigua potenzialità del fake, lo spunto di riflessione centrale della mostra, così attuale nel mondo della comunicazione che stiamo vivendo. Hirst non rinuncia a nulla di quanto ha imparato da questo mondo, citando se stesso e affermati colleghi contemporanei che tanto hanno ricavato dal futile, inutile ma assai redditizio esercizio del kitsch d’autore, come il celeberrimo e famigerato Jeff Koons. Cosa fa di Hirst un artista? Forse ben poco, visto che l’idea di partenza non ha nulla di intellettualmente valido e che, per assurdo, potrebbe non avere neppure toccato le sue creature affidate alle abili mani degli oltre 200 collaboratori assoldati per questo progetto monumentale. Siamo di fronte all’esempio più eclatante ed emblematico di quel grande paradosso che è diventata la punta dell’iceberg dell’arte contemporanea, quella sostenuta dal mercato d’élite e dalle case d’asta. Il vero gesto artistico, in fondo, potrebbe essere individuato nell’aver materializzato un’idea folle, nell’avere dato concretezza ad un investimento che sembrava impossibile. Il tutto – e questo è certamente un valore aggiunto – calamitando l’interesse generale e la nostra curiosità. La mostra è divertente, rimane impressa e ci fa riflettere; di questi tempi non è poco e se non fosse così, il suo “gesto” sarebbe stato solo un ridicolo quanto eclatante suicidio artistico. Damien Hirst, invece, ha messo a segno un altro colpo leggendario, nel bene e nel male.

JAN FABRE: OSSA E VETRO

biennale5Una volta usciti piuttosto frastornati dal museo di Punta della Dogana con gli occhi ancora pieni delle gigantesche statue in resina dell’artista inglese Hirst, faccio pochi passi e mi avvicino alla celebre chiesa Rinascimentale di Santa Maria della Salute, splendida con i suoi marmi bianchi. Una visita quasi catartica che mi rassicura e mi riconcilia. A distanza di qualche metro, staccata da un piccolo canale, si trova la stupenda Abbazia di San Gregorio che contrasta cromaticamente con la Salute grazie alle calde tonalità del rivestimento in mattoni. Una struttura molto bella nella quale è incastonato un chiostro altrettanto mirabile. L’Abbazia ospita (e qui torniamo al tema dei cortocircuiti tra opere e contenitori) la mostra di Jan Fabre. L’Artista belga, grande protagonista dell’arte contemporanea internazionale a partire dagli anni ’70, propone a Venezia un prestigioso evento collaterale della Biennale: una mostra antologica che trova un degno coronamento proprio nel dialogo avvincente tra i suoi lavori sconcertanti ed un complesso monumentale intriso di atmosfere mistiche decisamente rivolte al passato. Fabre, fin dall’inizio del suo percorso artistico, ha preso spunto dai pittori fiamminghi che erano soliti creare gli impasti di colore triturando le ossa da mescolare successivamente ai pigmenti. Ma ha sempre amato anche il vetro, ispirandosi ai maestri artigiani veneziani. Ossa e vetro. I materiali prediletti di Fabre, carichi di valenze simboliche per la loro contraddittoria consistenza; così durevoli eppure molto fragili, come la vita stessa ed anche la morte, tema ricorrente della sua produzione. Non poteva scegliere ambiente migliore dove esporre opere in vetro, materiale rappresentativo delleccellenza veneziana, e le ossa, di cui sono piene le fondamenta di queste antiche Chiese e di cui sembra di cogliere ilrespiro tra gli ambienti dell’Abbazia.

biennale6Uscendo dalla mostra mi soffermo ad ammirare uninedita prospettiva dal basso sulla cupola di Santa Maria della Salute che, bianca ed elegante, incombe sul chiostro in modo davvero suggestivo. Il complesso è una proprietà privata e solitamente è chiuso. Come non approfittare di questa duplice occasione peraltro gratuita? Piccoli miracoli della Biennale!

EMILIO VEDOVA AI MAGAZZINI DEL SALE

biennale7Chiudo il mio resoconto  segnalandovi un piccolo gioiello espositivo che spero abbiate l’occasione di visitare. Non a caso finisco con un duplice cenno alla pittura ed all’architettura, due facce della mia formazione e della mia storia familiare. Conclusa questa strepitosa triangolazione di visite, Damien Hirst, Jan Fabre e Santa Maria della Salute, potreste raggiungere in pochi minuti l’altro versante di Punta della Dogana. Se vi affacciate sulle retrostanti Fondamenta di Dorsoduro, infatti, troverete l’ingresso della Fondazione Vedova: approfittate entro il 26 novembre dell’occasione di vedere una significativa mostra all’interno di spazi solitamente chiusi al pubblico. I Magazzini del Sale sono un ambiente enorme di forma molto allungata all’interno del quale sono esposte 14 tele in bianco e nero del grande pittore veneziano Emilio Vedova; si riferiscono al periodo americano quando il Maestro entrò in stretto dialogo con le stelle dell’astrattismo d’oltreoceano come Pollock. La mostra si intitola appunto “De America” e offre anche l’occasione non frequente di ammirare da vicino una cosa che in pochi conoscono: sul fondo del lunghissimo magazzino, coperto da un’impressionante serie di capriate in legno, incombe un’altrettanto gigantesca rastrelliera metallica, una macchina quasi leonardesca progettata dall’architetto Renzo Piano che, una volta ogni ora, con un meccanismo lento e ipnotico – quasi una danza se non fosse per i rumori sinistri che ne fuoriescono – estrae a rotazione 5 quadri per collocarli nella corsia centrale del magazzino, calati in mezzo a noi visitatori. Dopo 20 minuti lo stesso meccanismo se li riprende per riporli delicatamente nella rastrelliera. Un’esperienza singolare che vi consiglio, soprattutto se siete sensibili al fascino dei fantastici astratti monocromi di Vedova che visti di persona nel loro grande formato sprigionano una forza comunicativa incredibile.

 

Michele Galice

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