Il Trittico: “Il degrado investe anche il cimitero monumentale”

CIVITAVECCHIA – Dall’associazione politica “Il Trittico” riceviamo e pubblichiamo:

“In tema di cimiteri lo sfacelo non si limita al nuovo, riguarda anche quello monumentale di via Aurelia Nord, che versa ormai in uno stato di rovina totale, soprattutto nell’emiciclo che custodisce le tombe dei personaggi e delle casate che hanno dato maggior lustro alla nostra città. Forse è già tardi per provvedere a un recupero dell’istituzione, recupero che peraltro non sembra essere nei piani dell’attuale amministrazione comunale, come non lo è stato in quelli delle amministrazioni precedenti. Ciò che sta accadendo merita di essere accertato di persona: è di una gravità tale da investire inevitabilmente la questione del rapporto tra giunte comunali e beni culturali, tra pubblica amministrazione e cittadini. E suggerisce considerazioni di carattere politico oltre che partitico.
Di fronte a situazioni del genere non possiamo esimerci dal considerare che gli esponenti della vecchia borghesia liberale che dominava la politica civitavecchiese nei decenni a cavallo tra l’ottocento e il novecento, pur con i noti e censurabili limiti in materia di partecipazione democratica alla gestione, avevano offerto un grosso contributo al progresso civile e culturale della nostra città avendo ereditato dall’aristocrazia se non altro il dilettantismo inteso come il piacere di interessarsi di tutto e di ricavarne delle certezze valide universalmente. Molti degli amministratori del tempo manifestavano poi una curiosità intellettuale che non si fermava ad un unico settore di attività ma intrecciava più saperi e attitudini. E’ forse per tale ragione che possedevano una buona conoscenza delle componenti irrinunciabili del vivere civile. Alla luce di ciò trovano ad esempio spiegazione le solenni accoglienze che essi tributarono alle spoglie del grande concittadino Luigi Calamatta, noto e ammirato nei maggiori centri culturali europei per la sua eccezionale opera di incisore e spentosi a 68 anni a Milano. Esse furono traslate in città nel 1885, con sentita ed estesa partecipazione di popolo, e per l’appunto sepolte nell’emiciclo del cimitero monumentale. Con una evidente continuità d’interesse, in tempi successivi i governanti dell’epoca si sentirono in dovere di curare l’allestimento, in seno al museo civico, di una galleria che assicurasse “in una bella e decorosa sistemazione” la fruizione delle meravigliose incisioni dell’artista comprese nella collezione Cialdi. Nel secondo dopoguerra, anche per via delle gravi devastazioni materiali e morali prodotte dai bombardamenti, la mentalità della classe dirigente locale ha subito un radicale cambiamento. Con il risultato che le opere dell’insigne artista, dopo essere state restaurate negli anni settanta del secolo scorso, non avendo alcuna amministrazione comunale – nonostante le insistenti richieste – provveduto a realizzare una struttura espositiva che sostituisse quella distrutta dalla guerra, sono state escluse dallo sguardo del pubblico, espunte dalla storia dell’arte, per una sorta di arbitrio che le relega nel mondo dell’oblio, anche se il loro stato di conservazione viene – per ora – salvaguardato in ambienti protetti. La tomba poi, a suo tempo così amorevolmente e solennemente apprestata, viene lasciata andare addirittura in malora, come abbiamo denunciato in premessa, per l’inerzia del potere pubblico. E nessuno dei responsabili di quanto è avvenuto e avviene espone i motivi di questo incredibile epilogo.
Si potrà dire che i tempi sono profondamente cambiati e sono divenuti per tanti versi più complessi. Ciò è anche vero. Ma è tuttavia assurdo che adesso, nella nostra città si sia giunti al punto che debbano essere gli amministrati a ricordare agli amministratori la necessità di provvedere alla tutela – prima considerata null’altro che doverosa – delle poche testimonianze del passato rimaste. E soprattutto a rammentare che il governo locale è tenuto ad aver cura dei beni artistici e architettonici perché un popolo vive mediando il passato con il presente per costruire il futuro. E quindi all’autorità pubblica non è concesso trascurarli, e tantomeno alterare la natura di opere e monumenti nei quali confluiscono risorse estetiche, componenti spirituali, elementi in grado di educare al bello instillando nei cittadini la consapevolezza della propria storia, della propria terra e della propria identità. E in altri termini evidenziare che ogni comunità ha bisogno di una radice storica, di una memoria che collegando tra loro gli eventi del passato produce appartenenza. Perché facendo a meno del rapporto col passato si corre il rischio di costruire sulla sabbia, sia in ambito socioculturale che politico ed economico”.

Francesco Castriota – Presidente associazione “Il Trittico”