Barbaranelli: “Gli investimenti per la cultura non sono superflui”

CIVITAVECCHIA – “La polemica sui costi del Teatro rischia di diventare stucchevole”. Inizia così il lungo intervento con cui il Sovrintendente Fabrizio Barbaranelli torna sulla gestione del teatro comunale dopo il nuovo dibattito innescatosi in questi giorni, con l’ipotesi Fondazione a gestire la struttura. Polemica su cui Barbaranelli manifesta tutto il suo disappunto.
“E’ iniziata sui compensi ai collaboratori esterni – afferma – per estendersi poi a tutta la gestione. Provo un senso di piacer e nel costatare tanto interesse. Ma provo stupore nel registrare che questo interesse nasce solo ora, malgrado i costi del teatro siano gli stessi degli scorsi anni. I costi del Teatro sono alti e sostenere che lo sono sempre stati non è certo una giustificazione. E’ però una precisazione doverosa: il teatro è oggi quello che abbiamo ereditato. Ma il ballo delle cifre disorienta: si è passati da 700.000 a 1.700.000. Troppo divario per non suscitare l’impressione che si parli senza alcun onere di verifica. Al di là delle cifre, esiste il problema della loro riduzione e a questo si sta lavorando. Ma avendo chiaro fin d’ora che mentre ci sono costi comprimibili (cartellone, collaborazioni esterne, utenze), altri sono in rapporto diretto con l’attività che vi si svolge e sono quindi problema di scelte. La debolezza di molti contributi e dei giudizi venuti fin qui sta proprio nel fatto che prescindono dalla questione centrale e cioè dal ruolo del Teatro nella città e dalla dimensione della sua attività”.
“Ci sono nel Lazio teatri che costano pochissimo – prosegue Barbaranelli – Non hanno personale, non hanno collaboratori esterni, hanno ridotti costi di gestione: un custode e una direzio ne affidata spesso all’Ufficio cultura o a un collaboratore esterno con compenso simbolico. Non hanno bisogno di altro perché la loro attività è episodica: il teatro apre quando serve e serve pochi giorni l’anno. Si tratta di scelte di politica culturale che le Amministrazioni fanno e su cui si caratterizzano. Ma veniamo al nostro teatro. Nel corso della stagione 2012-2013 abbiamo avuto 51 spettacoli di cartellone e 75 spettacoli ed iniziative fuori cartellone. Dal teatro è passata una realtà straordinaria a rappresentare la pluralità e vivacità degli interessi presenti sul nostro territorio: gran parte della realtà culturale della nostra città si è avvicendata sul palcoscenico del Traiano. Centinaia i protagonisti, migliaia gli spettatori. Se si vuole continuare sulla strada di un teatro aperto e impegnato ogni giorno, riferimento permanente delle attività culturali del territorio, una struttura permanente è necessaria. L’attenzione deve quindi spostarsi su come contenere al massimo i costi di questa struttura e su dove si può tagliare. La cultura costa. Costano le scuole, le università, i musei, la tutela del patri monio artistico e culturale, le stesse manifestazioni estive e tutto ciò che serve per offrire servizi ritenuti essenziali per migliorare la vita di una comunità e farla progredire. Gli investimenti per la cultura non sono superflui.
Affermare, come qualcuno ha fatto, che di questi tempi la cultura non è una priorità, che il Teatro è un lusso che non possiamo permetterci lo considero un errore gravissimo, perché è soprattutto nei momenti di crisi che si sente di piùil bisogno di guardare al futuro e di investire quindi sulla scuola, sulla ricerca, sulla cultura. Questa scelta culturale non è obbligatoria anche se molti di noi la sostengono con convinzione”.
“Si possono fare scelte diverse e meno costose, riducendo l’impegno – la conclusione del Sovrintendente – Il Comune può anche rinunciare ad offrire questi servizi ai tanti operatori culturali della nostra città e al pubblico che così numeroso partecipa al le iniziative che nel Teatro si svolgono. E può esternalizzare (come si usa dire) il servizio e quindi appaltare la cultura. E’ una tentazione per chi amministrando deve fare i conti con le scarse risorse disponibili. Ma è anche una rinuncia, un declinare a un ruolo su cui s i misura davvero la differenza tra le diverse amministrazioni. Né mi convincono alcune semplificazioni nella definizione del pubblico e del privato. Una gestione è pubblica quando chi gestisce lo fa in forza di un mandato popolare e da esso trova la sua legittimazione e ad esso risponde. E’ privata quando il mandato discende da singoli o da gruppi, indipendentemente dagli scopi sociali o dalle intenzioni. E’ una differ enza da poco nel campo della cultura e dei servizi? Se così fosse molte delle mie convinzioni vacillerebbero”.