Ad ottobre e non ad agosto il Vesuvio distrusse Pompei

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Fino ad ora la data dell’eruzione del Vesuvio era attribuita sulla base di quanto scrisse in una lettera Plinio il Giovane (lo zio Plinio il Vecchio, Gaio Plinio Secondo, comandante della flotta romana stanziata a Capo Miseno, morì sotto l’eruzione) all’amico Tacito (al quale trent’anni dopo descrisse quanto accaduto con dovizia di particolari) ove veniva detto che il tragico evento (che durò ben 25 ore di seguito e che con i materiali emessi allungò la linea costiera di circa 600 metri) sarebbe avvenuto nove giorni prima delle Calende di settembre; una data che all’epoca corrispondeva al 24 agosto (ma potrebbe essere, come dice il ministro dei Beni Culturali prof. Albero Bonisoli, che nel Medioevo un emanuense abbia errato nel trascrivere la lettera di Plinio il Giovane) ma tale giorno ha avuto una nuova datazione in base ad un recente ritrovamento effettuato, all’inizio di questo mese di ottobre 2018, fra i resti di una casa recentemente scavata nella Regio V di Pompei (dal 1997 Sito UNESCO Patrimonio Mondiale dell’Umanità insieme ad Ercolano e Torre Annunziata – Oplontis – ) ove è stata rinvenuta un’iscrizione a carboncino con la data del 17 ottobre, presumibilmente dello stesso 79 dopo Cristo considerando la labilità delle scritte a carboncino (in questo caso “bloccata” nel tempo con tutto il resto dal magma eruttivo ovviamente muro recante la scritta incluso) che hanno un durata piuttosto scarsa.

L’eruzione del Vesuvio, come è noto, avvenne nel 79 p.C.n. e fu un terribile evento eruttivo che modificò profondamente la morfologia del vulcano stesso e dell’attiguo Monte Somma (sempre poco citato) provocando la distruzione totale di Ercolano, Pompei, Stabia ed Oplontis (oraTorre Annunziata) (causando ben oltre 2.000 morti solo a Pompei, con una nube vulcanica che superò i 25 km d’altezza!), le cui rovine sono rimaste sepolte per quasi diciassette secoli e furono riportate alla luce, all’epoca solo molto parzialmente, a partire dal 1.700 p.C.n. (XVIII° secolo).

Vi è da dire che, comunque, alcuni dati archeologici, emersi in itinere, già mal si accordano con il mese di agosto come ad es. il ritrovamento di frutta secca carbonizzata, di bracieri, usati all’epoca per il riscaldamento, di mosto in fase di invecchiamento rinvenuto sigillato nei dolia e, cosa ancor più dirimente, il ritrovamento, a Pompei, conservatasi nel magma vulcanico, di una moneta che cita la quindicesima acclamazione di Tito ad imperatore, fatto storico avvenuto dopo l’8 settembre del 79 dopo Cristo. Ora con l’evidenziazione della scritta a carboncino (di per se sempre fragile ed evanescente) vi è la certezza della datazione precisa del tremendo evento distruttivo.

Dice il direttore generale di Pompei il bravissimo archeologo italiano Massimo Osanna (che chi scrive ebbe il piacere di conoscere e di intervistare (anche per Canale 10 TV), durante la conferenza stampa di presentazione dell’evento dell’”Egitto a Pompei” c/o l’allora MiBACT (ora solo MiBAC visto che il Turismo è stato inglobato, dall’attuale governo, con una scelta “forse” un po’ opinabile, nel Ministero dell’Agricoltura): “E’ un pezzo straordinario di Pompei a datare finalmente in maniera sicura l’eruzione. Già nell’800 un calco di un ramo che fa bacche in autunno aveva fatto riflettere, oltre al rinvenimento di melograni e dei bracieri”, prosegue Osanna: “Una iscrizione in carboncino potrebbe ridatare l’eruzione del Vesuvio che ha distrutto Pompei ed il merito potrebbe essere di un operaio buontempone che lo ha scritto sul muro di una stanza in ristrutturazione, all’interno di una frase scherzosa”.

Tutto ciò comunque grazie a due dimore di pregio con preziose decorazioni che sono venute alla luce nei recenti scavi e hanno ridefinito lo spazio urbano nella Regio V di Pompei tutto ciò grazie agli interventi di manutenzione e messa in sicurezza dei fronti di scavo previsti dal Grande Progetto Pompei. Le due domus succitate sono la “Casa con giardino” con il suo bel portico affrescato e gli ambienti decorati da vivaci megalografie, e la “Casa di Giove” ornata di pitture in “primo stile” e gli eccezionali mosaici pavimentali dalle raffigurazioni fino ad ora senza precedenti a ciò si aggiungono iscrizioni ed ulteriori resti delle vittime del Vesuvio che recano altri dettagli alla storia tragica dell’eruzione e della città antica.

La casa, come già detto, era in corso di ristrutturazione al momento dell’eruzione e ciò può spiegare come mai, accanto a stanze con pareti e soffitti affrescati e con pavimenti cementizi in alcuni casi con tessere o con lastre marmoree, vi fossero alcuni ambienti con pareti semplicemente intonacate e addirittura privi di pavimento, come l’atrio e il corridoio di ingresso. Proprio le pareti dell’atrio e del corridoio di ingresso hanno conservato una notevole quantità di graffiti, in corso di studio, con frasi, in alcuni casi di carattere osceno e con disegni (tra cui alcuni volti stilizzati). In maniera insolita, si sono conservati in buone condizioni, disegni tracciati con calce o gesso, tra cui uno raffigurante un volto umano caricaturale di profilo, ed altri tracciati con il carbone, anche in questo caso trattasi di volti umani. Insieme a quest’ultimi c’è pure l’iscrizione a carboncino la quale supporterebbe l’ipotesi (vedremo che è più di una ipotesi) che l’eruzione del 79 dopo Cristo possa essere avvenuta il 24 ottobre piuttosto che il 24 agosto. Emerge quindi su questa epigrafe vergata a carboncino la data del 17 ottobre, quindi una settimana prima dell’eruzione che sarebbe avvenuta appunto il 24 ottobre e non il 24 agosto.

Chi scrive ricorda anche molto bene (avendolo letto con grande attenzione), che quel bravissimo divulgatore che è Alberto Angela (il quale, fra l’altro, come è noto è anche un fior di paleontologo) nel suo interessantissimo libro “I tre giorni di Pompei” del 2014 scriveva significativamente di aver trovato, durante le sue ricerche a Pompei, bracieri ancora pieni e che ciò sembrava piuttosto strano in pieno agosto, aggiungendo che magari ciò era confutabile sostenendo che erano stati preparati per l’autunno, ma dicendo anche del rinvenimento di un copricapo di pelliccia, di una coperta di lana sul letto di un bambino e di un piatto con castagne e datteri. Frutta difficile da trovare in estate. Diceva Agatha Mary Clarissa Miller (la formidabile Agatha Christie): “Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza ma tre indizi fanno una prova”. Nel caso dell’eruzione del Vesuvio che rase al suolo Ercolano, Pompei, Stabia ed Oplontis gli indizi ormai sono transumati da tali a prove certe, talmente tali che il ministro dei Beni Culturali prof. Alberto Bonisoli, dopo aver visto il tutto insieme al direttore Massimo Osanna, è arrivato concretamente a dichiarare: “… per tanto tempo abbiamo pensato che l’eruzione fosse stata ad agosto. Oggi con umiltà stiamo riscrivendo i libri di storia”. In questo caso sic stantibus rebus (rimanendo in tema con questa frase latina- così stando le cose) vi è da pensare che, nel suddetto caso, abbia proprio ragione. Fermo restando (a questo punto praticamente inamovibile) la nuova data dell’eruzione del Vesuvio c’è da segnalare, per dovere di cronaca, il dibattito, tutto scientifico, rispetto alla traduzione totale dell’ormai famosa scritta a carboncino vista la nuova proposta di lettura che viene dalla docente di Paleografia latina alla Normale di Pisa prof.ssa Giulia Ammannati la quale sostiene che la scritta significhi (il tutto tradotto in italiano): “hanno preso nella dispensa olearia” e non “lui indulse al cibo in modo smodato” quindi, secondo la suddetta bravissima docente, la scritta che precede la data andrebbe riletta perché l’’inscrizione, quasi illeggibile, che precede la famosa suddetta data (questa rimane tale – ndr.) non avrebbe lo stesso significato, oltre che sarebbe composta da altre parole “in olearia / proma sumserunt”, vale a dire “hanno preso nella dispensa olearia”, qualcosa di più legato ad un calcolo su una probabile dispensa olearia esistente. Non più dunque come era stato decifrato da Antonio Varone (già direttore dell’Ufficio Scavi di Pompei – ndr.) che nella scritta a carboncino, parzialmente cancellata, ha letto: “in[d]ulsit / pro masumis esurit[ioni]”, che in italiano è “lui indulse al cibo in modo smodato”. La nuova tesi fraseologica della professoressa Ammannati non viene affatto scartata dal direttore del parco Archeologico di Pompei Massimo Osanna che anzi aggiunge un’ipotesi: “Dopo sumserunt” (i.e.(cioè) sumpserunt) qualcosa è stato cancellato, forse il complemento oggetto retto da sumserunt, che può voler dire “hanno preso” nel senso di “ricevuto” (un’entrata) o “hanno preso” nel senso di “prelevato” (un’uscita) aprendosi completamente alle nuove possibili interpretazioni concludendo poi, da quell’ottimo archeologo ed applicatissimo ricercatore sul campo che è, con: “Ora bisogna scoprire la cella olearia!”.

 

Arnaldo GioacchiniMembro del Comitato Tecnico Scientifico dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale UNESCO