12 dicembre 1969: storia di bombe, fascisti e servizi segreti

LADISPOLI – Il 12 dicembre del 1969 una bomba esplodeva nella filiale della banca Nazionale dell’Agricoltura in Piazza Fontana, a Milano. Morirono sul colpo 13 persone e poi, in seguito alle ferite, altre 4. I feriti furono 87. Un’altra bomba, piazzata nella sede milanese della Banca Commerciale in Piazza della Scala rimase inesplosa. Contemporaneamente a Roma scoppiavano altre tre bombe: una in un sottopassaggio di una banca in Via Veneto e due in Piazza Venezia, provocando altri 16 feriti. La strage della Banca dell’Agricoltura non fu la più atroce tra quelle che hanno insanguinato l’Italia, ma diede avvio al periodo stragista. Da molti è stata considerata «la madre di tutte le stragi» e ritenuta da alcuni l’inizio del periodo passato alla storia in Italia come quello degli anni di piombo. Per tanti aspetti si può parlare d’un prima di piazza Fontana e d’un dopo piazza Fontana. Le indagini, dietro segnalazione dell’Ufficio Affari riservati del Ministero dell’Interno furono immediatamente indirizzate verso la sinistra dei gruppi anarchici, La sera stessa della strage, intervistato dalla trasmissione RAI TV7, Indro Montanelli espresse dei dubbi sul coinvolgimento degli anarchici, e vent’anni dopo ribadì quella tesi affermando: «Io ho escluso immediatamente la responsabilità degli anarchici per varie ragioni: prima di tutto, forse, per una specie di istinto, di intuizione, ma poi perché conosco gli anarchici. Gli anarchici non sono alieni dalla violenza, ma la usano in un altro modo: non sparano mai nel mucchio, non sparano mai nascondendo la mano. L’anarchico spara al bersaglio, in genere al bersaglio simbolico del potere, e di fronte. Assume sempre la responsabilità del suo gesto. Quindi, quell’infame attentato, evidentemente, non era di marca anarchica o anche se era di marca anarchica veniva da qualcuno che usurpava la qualifica di anarchico, ma non apparteneva certamente alla vera categoria, che io ho conosciuto ben diversa e che credo sia ancora ben diversa…». Diversi anarchici furono arrestati e uno di loro Pietro Valpreda, fu indicato da una feroce campagna di stampa come il “mostro” autore della strage, nonostante le stesse evidenze giudiziarie risultassero lacunose e contraddittorie. Il leader dello storico Circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa di Milano, il ferroviere Pino Pinelli, morì “suicidato” in questura durante un interrogatorio. In un primo momento lo stesso questore Guida dichiarò alla stampa che il suicidio di Pinelli era la dimostrazione della sua colpevolezza, ma questa versione fu poi ritrattata quando l’alibi di Pinelli si rivelò credibile. Partì nei mesi seguenti una ampia campagna di contro-informazione (termine ora di uso quasi comune, ma allora usato per la prima volta), da parte di tutte le formazioni e le testate di stampa della sinistra che denunciò invece come responsabili i gruppi neofascisti con la collusione di pezzi dei servizi segreti, che riuscì a scagionare completamente gli anarchici, portò alla scarcerazione di Valpreda ed alla scoperta di ambigue figure come quella di Mario Merlino, presentato prima come anarchico, ma in contatto con molti ambienti fascisti e dei servizi, si iniziò ad indagare su personaggi come Franco Freda, editore veneto militante del gruppo nazifascista Avanguardia Nazionale e sull’oscuro ruolo di Guido Giannettini fascista e agente dei servizi segreti. La strage di Piazza Fontana divenne per tutti la “Strage di Stato” Il Commissario di P.S. Luigi Calabresi, accusato dalla stampa della sinistra radicale di essere l’assassino di Pinelli, venne poi ucciso anni dopo in un attentato per il quale, dopo una clamorosa confessione posticipata di oltre 25 anni di un militante di Lotta Continua, Leonardo Marino, furono condannati per l’omicidio i dirigenti di Lotta Continua Ovidio Bompressi, Adriano Sofri e Giorgio Pietrostefani. Per Leonardo Marino divenuto collaboratore di giustizia il reato fu dichiarato prescritto.. Oggi, dopo un interminabile iter giudiziario fatto di sentenze in seguito smentite, riaperte e riarchiviate, i responsabili materiali non sono ancora stati identificati e condannati. Furono comunque condannati dalla Corte di Cassazione esponenti dei Servizi Segreti per aver depistato le indagini. I vari imputati neofascisti furono infine assolti per insufficienza di prove o per prescrizione, ma la stessa Cassazione nel maggio 2005 ha stabilito che comunque la strage di piazza Fontana fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo (organizzazione neofascista fondata da Pino Rauti) capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987. Al termine il processo nel maggio 2005 ai parenti delle vittime sono state addebitate le spese processuali.
Martedì 12 dicembre alle ore 17,00 presso la Casa del Popolo di Via Rimini 10 a Ladispoli non ci saranno esperti a parlare di questi fatti.
“La nostra intenzione – spiegano i responsabili della Casa del Popolo – è quella invece di rievocare, attraverso la memoria storica di coloro che quei momenti li hanno vissuti, quello che fu il clima di quel momento, di quelle che furono le esperienze personali di chi allora militava e di ricordare, le con letture ragionate di testi e canzoni, le storie personali di alcuni dei protagonisti di un episodio che ha profondamente segnato e, per molti, cambiato la vita”.