“Siete voi, ragazzi, la mia rivincita sull’orrore dell’Olocausto”

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TARQUINIA – Un incontro intenso, a tratti toccante. Ha parlato per più di un’ora, Alberto Sed, un fiume in piena di fronte a una platea assorta, silenziosa, rapita, alla quale ha donato un racconto per non dimenticare. E la storia di questa straordinaria persona di 84 anni, sopravvissuta all’olocausto e alle atrocità del campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau, ospite nei giorni scorsi dell’IIS “V. Cardarelli” di Tarquinia, resterà certamente scolpita nella memoria di tutti i presenti. Studenti, docenti, ma anche autorità, tra cui i sindaci di Tarquinia e Monteromano, Mauro Mazzola e Maurizio Testa, e l’assessore alla Pubblica Istruzione della cittadina tirrenica Sandro Celli. “Grazie ai professori Luca Bondi e Anna Maria Catalani per avere invitato qui, oggi, questa meravigliosa persona e, soprattutto, grazie a lei signor Sed per quello che ci vorrà donare”, ha dichiarato aprendo l’incontro il dirigente scolastico Laura Piroli. Questo grande “vecchio” è giunto accompagnato da Roberto Riccardi, ufficiale dei carabinieri e scrittore, che ne ha raccolto le memorie nel volume “Sono stato un numero, Alberto Sed racconta”, e si è rivolto alla platea con voce emozionata. “Sono venuto da voi, ragazzi – ha affermato – perché voi mi ci avete portato. Io l’ho presa la mia rivincita, andando in centinaia di scuole a portare la mia testimonianza a studenti e professori. È grazie a voi, che siete meravigliosi, se oggi posso dire di esserne uscito un po’ vincitore”. A tratti si concede un sorriso, da uomo cordiale qual è, e sembra spinto da una profonda necessità di narrare. Un racconto di circa un’ora e mezza, consegnato ai presenti con voce velata ma ferma, facendo scorrere le immagini del lager e dell’orrore che lo ha segnato per sempre. Deportato a soli 15 anni ad Auschwitz, dove sarebbe diventato il numero A5491, su un carro bestiame con la madre Enrica e le tre sorelle, Emma, di soli otto anni, Angelica e Fatina. Per sua madre e la piccola Emma non c’è scampo: giudicate inabili al lavoro vengono immediatamente inviate nelle camere a gas. La voce di Sed si assottiglia ma rimane ferma anche quando racconta del compagno di prigionia che lo fredda con questa frase: “ieri sera le baracche le hanno riscaldate con tua madre e tua sorella”; anche quando ricorda la morte della sorella Angelica, sbranata dai cani aizzateli contro dai soldati nazisti per un gioco crudele e perverso. Fatta a pezzi davanti agli occhi di Fatina che, insieme ad Alberto, riuscirà a sopravvivere, seppure con profonde ferite nell’anima. E racconta della fame, delle torture, delle marce della morte, di quando partecipò, per un tozzo di pane in più, ad incontri di pugilato tra prigionieri organizzati per divertire un pubblico di SS; di come i tedeschi ordinassero ai prigionieri di separare i neonati dalle madri all’arrivo, per poi costringerli a lanciarli in aria e colpirli: bersagli di un atroce tiro a segno. Da allora, Alberto non è più riuscito a prendere in braccio un bambino, nessuna delle tre figlie che ha avuto dalla moglie Renata, nessuno dei suoi sette nipoti e dei tre pronipoti. “Ogni volta che accompagno Alberto nelle scuole – ha sottolineato Riccardi – c’è la stessa identica commozione. Quello che voi fate oggi è immenso, perché lo liberate di una parte del suo dolore”. “Siamo noi che dobbiamo ringraziarlo per la lezione di vita che oggi ci ha donato. – ha dichiarato commossa una studentessa –. È stato un incontro veramente coinvolgente, emozionante. Le sue parole ci hanno coinvolto in modo totale e siamo riusciti a capire molte cose che non dimenticheremo mai”.