CIVITAVECCHIA – Nel 1989 il regista romano Ettore Scola sceglieva Civitavecchia come set per il suo “Che Ora è?”, delicato racconto della difficile relazione tra un padre e un figlio – interpretati rispettivamente da Marcello Mastroianni e Massimo Troisi – e della loro giornata “particolare”: Marcello è un facoltoso avvocato romano, borghese e un po’ borioso; uomo di mondo, amante dei piaceri della vita, Marcello sogna per il figlio – con cui in realtà non è mai riuscito a stabilire un rapporto – pre-confenzionate scalate al successo, mentre lo riempie di regali che per Michele rappresentano solo un “superfluo” in cui non ripone alcun interesse. Dal canto suo Michele preferisce nutrirsi di piccole cose; a Civitavecchia, dove sta svolgendo il servizio militare, si è creato una sorta di habitat naturale fatto di partite a calcio con i pescatori, di letture in biblioteca e della relazione con una ragazza del posto. Michele non ha grandi aspirazioni: solo quella di una vita normale, sicuramente diversa da quella di suo padre. Nelle ore passate insieme, inevitabilmente emergono le loro profonde diversità ma anche i tentativi di stabilire un rapporto, di cercare un linguaggio comune. A fare da sfondo una Civitavecchia uggiosa, malinconica come i fischi delle sirene delle navi che ne interrompono la quiete, struggente nel continuo contrasto tra i colori di un viale vestito a festa e il grigiore dei fiumi del porto. Complice anche la bellissima fotografia di Luciano Tovoli, con questo lungometraggio Scola riusciva benissimo a cogliere la bellezza della città proprio nelle sue contraddizioni, e a farne un perfetto correlativo oggettivo della complessa relazione tra i due protagonisti. Ad oltre vent’anni di distanza, Pino Quartullo tenta un’operazione, almeno sulla carta, piuttosto difficile: quella di trasporre a teatro il film, in un dichiarato omaggio alla sua città. Lo fa’ supportato da due sceneggiatrici d’eccezione, Silvia e Paola Scola (figlie del regista), molto abili nel concepire un lavoro di riduzione che tiene benissimo conto delle ragioni del teatro, e della sua sostanziale diversità rispetto al cinema. E proprio in questa attenzione alla specificità del linguaggio teatrale risiede secondo noi il merito principale della regia di Quartullo: evitando intelligentemente di cadere nel tranello del continuo richiamo al film, l’attore e regista costruisce una messinscena povera, ma efficacissima nella sua essenzialità: una serie di panche di legno riempiono un palcoscenico vuoto; continuamente riposizionate nel corso della rappresentazione, evocano di volta in volta la banchina del porto, i tavoli di un bar, o gli interni del disordinato appartamento della fidanzata di Michele. Proiettati sul fondo come ombre, alcuni riferimenti a luoghi della città aiutano ad orientarci, ricostruendo passo dopo passo la mappa della città così come è attraversata dai due. A dare corpo a questa struttura solo i dialoghi tra padre e figlio, interrotti dall’uso ricorrente dell’ ‘a parte’ , specifico espediente teatrale capace di tradurre in modo efficacissimo i molti raccordi di azione. Supportato da un talentuoso compagno di scena – il rapper napoletano Clementino – restituisce un Michele dolce e ironico, misurato e mai fuori posto, con la sola pecca di richiamare troppo spesso alla mente, nella gestualità eloquentemente partenopea e nella fragile delicatezza del timbro, l’inimitabile Troisi. Brava anche l’attrice Valentina De Giovanni (nel ruolo di Loredana, la fidanzata di Michele), che incarna con verità e ironia gli stereotipi del civitavecchiese doc. Valore aggiunto di questa prima civitavecchiese, la bellissima mostra fotografica che ripropone gli scatti inediti dal set del film ad opera di Mario Tursi. Un viaggio nel cinema, e nella memoria della Civitavecchia di vent’anni fa’, visitabile nel foyer del teatro fino al 27 novembre.






