Al Teatro Vittoria di Roma dal 1 al 20 Marzo è in scena “Il Mistero Buffo di Dario Fo” (PS. Nell’umile versione pop) di cui Paolo Rossi è il protagonista.
Rossi reinventa il Mistero Buffo di Fo, presentato dallo scrittore per la prima volta nel 1969 e per il quale ricevette il Nobel per la Letteratura. Un omaggio all’artista e all’amico, con un testo–archetipo di un genere, il teatro di narrazione, tipico delle doti istrioniche dell’attore.
Si tratta di un monologo che si svela attraverso un linguaggio peculiare, una vera e proprio lingua creata ex novo, il grammelot, un mix in cui riecheggiano le sonorità dialettali del Nord Italia. Un artificio linguistico che i giullari e i comici dell’arte utilizzavano nel Medioevo quando recitavano nelle strade e nelle piazze con intrecci di lingue diverse miste a parole inventate, rafforzate da una forte gestualità. Fo, che aveva condotto degli studi approfonditi sul teatro del Medioevo, ricrea nella sua opera quel mondo, soffermandosi sull’analisi della figura del giullare, interprete dei malumori del popolo verso i detentori del potere.
Paolo Rossi tiene a sottolineare come la prospettiva del racconto sia sempre quella della povera gente, gli umili, ovvero “gli unici protagonisti veri del buono e cattivo tempo della nostra società di ieri e di oggi”. Egli intende recuperare le radici profonde del teatro popolare, i vecchi meccanismi d’improvvisazione e gli sketch. L’attore spazia da trent’anni dal teatro al cabaret e alla televisione. In Il Mistero Buffo di Dario Fo punta su cambi di registro tra comico e drammatico molto veloci, inaspettati e bruschi. Una performance in cui Rossi ha sostituito il grammelot – varesotto – inglese di Fo con una sua variante in triestino – pugliese – inglese, aggiungendo un valore satirico alla critica sulla società contemporanea.
Tutto lo spettacolo, in realtà, sottende una domanda precisa: cosa accadrebbe se Gesù tornasse oggi in Italia, ammesso che il Ministro Maroni lo lasciasse passare?
L. B.






