“Old Town Sound”. I “Quattro di picche” e l’energia travolgente del folk

CIVITAVECCHIA – “Il nostro intento è quello di far fare un viaggio a chi ci ascolta”: così i 4 di Picche (Francesco Pizzabiocca percussioni, Francesca Spada violino, Camilla Crisostomi voce e secondo violino, Federica Sanzolini chitarra e banjo), un giovane gruppo folk ormai noto sulla scena locale, descrivono la passione per la musica popolare che li ha uniti e che gli permette di riscuotere un successo notevole tra il pubblico. Un viaggio, quello di cui parlano, che attraversa terre e culture assai diverse, ma legate tutte dal filo conduttore della musica tradizionale che ha contribuito a scrivere la storia di queste popolazioni.

Come avete iniziato e da dove viene il vostro nome?

“L’idea è venuta al percussionista, che aveva sempre voluto mettere su un gruppo folk; lui ha contattato la violinista che a catena ha chiamato le altre e il gruppo si è formato senza troppe difficoltà. Siamo tutti amanti di questo genere e crediamo che avere la possibilità di suonarlo in un gruppo sia una bellissima opportunità. Volevamo tirare fuori qualcosa di diverso, qualcosa che ancora non si sentisse per le strade e nei locali del posto, qualcosa che la veracità e l’entusiasmo della musica popolare ci hanno permesso di condividere. Per quanto riguarda il nome diciamo che ci è venuto in modo molto naturale, le carte sono un simbolo tipico della tradizione popolare e abbiamo deciso di cambiare la tipica formula ‘2 di Picche’ in vista del numero dei componenti del gruppo”.

Come avete costruito il repertorio?

“Ognuno di noi ha portato all’interno del gruppo i pezzi che più amava e li abbiamo arrangiati tutti insieme per renderli adatti a noi. Chiaramente abbiamo subito pensato di prediligere l’assetto acustico perché questo tipo di musica e gli strumenti che suoniamo lo richiedono piuttosto fortemente. Nello specifico i generi che ci ispirano maggiormente sono il country, lo swing, la musica irlandese e diverse componenti della musica tradizionale italiana come la pizzica, la taranta e anche la musica popolare romanesca. Basandoci su queste ‘linee guida’ scegliamo i pezzi senza limitarci troppo: anche se un brano che ci piace non ci appartiene molto, cerchiamo comunque di renderlo nostro attraverso un arrangiamento che si confaccia al tipo di musica che suoniamo. Magari non verrà fuori una cover perfetta dell’originale, ma sicuramente sarà personale e rispecchierà ciò che siamo”.

E’ stimolante per voi avere un repertorio così eterogeneo?

“Sì, sicuramente ci sprona ad esplorare sempre di più e a non fermarci a quello che già conosciamo: il contributo di ognuno di noi arricchisce enormemente il gruppo, perché ci sono tantissime declinazioni della musica popolare e le singole preferenze che ci caratterizzano sono una risorsa preziosa anche per gli altri”.

La musica popolare spesso viene associata alla facilità nell’esecuzione; potete sfatare questo mito? Quali sono gli aspetti più difficili e insidiosi di questo genere?

“Lo sfatiamo assolutamente: ci sono tantissimi aspetti tecnici a cui occorre prestare la giusta attenzione, altrimenti la riuscita del brano ne risente in modo decisamente significativo. Una componente da non trascurare è sicuramente quella dei dialetti: avvicinandoci a molti generi diversi, gli altrettanto numerosi dialetti che vi appartengono presentano caratteristiche differenti anche se fanno parte della stessa lingua. Fortunatamente abbiamo una cantante che è in grado di interpretare praticamente tutto. Un altro aspetto che possiamo considerare impegnativo è quello della costruzione dei singoli pezzi, perché a noi piace sperimentare e non amiamo fare tutti i brani uguali, quindi cercare di variare la struttura senza perdere l’integrità del brano è una fase che richiede notevoli premure”.

Qual è il vostro punto forte secondo voi?

“Probabilmente il coinvolgimento del pubblico: noi cerchiamo sempre di trovare qualcosa di nuovo o poco conosciuto per poterlo trasmettere a chi ci ascolta. Oltre a suonare ci piace anche spiegare l’origine dei diversi brani e delle tradizioni a cui appartengono, più che un concerto quello che facciamo noi è un percorso che, veicolato tramite la musica, permette all’uditorio di viaggiare tra le culture popolari del mondo e di farne parte per qualche minuto. Amiamo vedere gli ascoltatori interessati e anche divertiti da quello che facciamo, perché quello che è portiamo avanti è vero e proprio intrattenimento: accorgerci che chi sta conversando o consumando un pasto durante una nostra serata, distoglie per un attimo l’attenzione da quello che sta facendo per ascoltarci, è per noi la soddisfazione più grande”.

Quale contesto prediligete per le vostre esibizioni?

“Beh sicuramente il palco è quello che possiamo definire ‘l’habitat naturale’ di questo tipo di musica: ci piace anche suonare nei pub o nei locali, ma sicuramente diamo il meglio di noi in contesti un po’ più grandi dove le persone si possono riunire e perché no, anche ballare. Probabilmente le occasioni dei festival o delle rassegne sono quelle che ci appartengono maggiormente, infatti ci penalizza un po’ il fatto che nella nostra città non vengano organizzate iniziative di questo tipo. In altre zone di Italia, ma anche solo del Lazio, molte città ci tengono molto a dare vita a manifestazioni culturali e musicali dove le band locali possono esibirsi, perché probabilmente hanno capito che è una formula efficace per far venire persone anche da fuori e fare in modo che si divertano”.

Qual è l’esperienza che avete fatto come gruppo che preferite?

“Ce ne sono tante, a partire da un viaggio che abbiamo fatto insieme all’inizio, quando praticamente neanche ci conoscevamo e abbiamo suonato per le strade delle città toscane, per finire al palco della Marina di Civitavecchia o quello di Tolfarte. In quest’ultima occasione ci siamo divertiti particolarmente, perché c’erano tantissime persone e abbiamo avuto anche la possibilità di conoscere molti musicisti riuniti per questo evento”.

Ci sono delle critiche che avete ricevuto che vi hanno aiutato a crescere?

“Dipende: ci siamo sentiti dire che avremmo dovuto fare meno pezzi lenti, ma in realtà abbiamo capito che servono anche quelli per coinvolgere il pubblico e creare un’atmosfera più intima e contenuta che spezza un po’, e a nostro avviso in modo piacevole, il clima goliardico e ‘festoso’ degli altri brani. Sicuramente abbiamo apprezzato i suggerimenti che ci sono stati fatti in merito al suono, perché avendo un settaggio acustico non è sempre facile far uscire il suono al meglio, soprattutto se la cornice delle serate varia continuamente dal pub, ai palchi o ai locali all’aperto”.

Per il momento vi siete esibiti sempre con delle cover; avete pensato alla scrittura di inediti?

“Sì ci abbiamo pensato e probabilmente sarà il progetto cardine del 2018. Non è facile come può sembrare, soprattutto per la scelta della lingua e nello specifico del dialetto da utilizzare. Dal punto di vista musicale abbiamo molte idee, l’aspetto più insidioso è sicuramente quello del testo: probabilmente ci faremo aiutare da persone più esperte, magari provenienti anche dal Sud Italia, che ci diano dei consigli su come scrivere nelle diverse forme dialettali. Diciamo che la chiave sarà il compromesso tra qualcosa di non troppo simile a quello che già facciamo, per metterci del nostro e personalizzare i brani e qualcosa che non sia invece troppo diverso, perché l’ultima cosa che vogliamo è snaturare il gruppo e perdere quella componente folk che ci caratterizza”.

Altri progetti per il futuro?

“Suonare: suonare il più possibile, migliorarci ed esportare quello che facciamo. Soprattutto per questa estate abbiamo intenzione di andare fuori e suonare nelle fiere e nei festival che le diverse regioni organizzano ogni anno. Non trascureremo Civitavecchia perché è il luogo da cui partiamo, ma sicuramente non intendiamo fermarci qui”.

 

Giordana Neri