“Old Town Sound”. I Myr e l’evoluzione del metal

CIVITAVECCHIA – “Se tradisci te stesso sei finto, se non dai niente a chi ti ascolta sei povero”: è così che Enrico Giannacco, frontman del gruppo metal “Myr” (Simone D’Alessandri basso, Dario Morgillo tastiere, Luca Zamberti batteria, Nunzio Sannino Chitarra, Raffaele Borgi chitarra), descrive il capzioso bivio a cui si trovano di fronte tutte le band emergenti costrette a conciliare autenticità e fruibilità della propria musica. La soluzione è senza dubbio un compromesso non sempre facile da trovare, ma che questa band nata proprio a Civitavecchia e ormai conosciuta anche sul suolo internazionale, sembra aver scoperto nel produrre musica di altissima qualità, rendendola tuttavia adatta ai gusti dell’uditorio contemporaneo.

Quando avete cominciato?

“Alcuni di noi hanno iniziato a suonare insieme dal lontano 2003, ma lo facevamo con un altro nome, un’altra formazione e suonavamo un genere completamente diverso. Diciamo che nel 2009 c’è stata la cosiddetta svolta, perché abbiamo deciso di chiuderci in studio di registrazione e rivoluzionarci completamente. Nel 2011 avevamo pronto il nostro primo album col quale ci siamo avvicinati al genere che suoniamo attualmente, anche se negli anni seguenti ci siamo evoluti ulteriormente. Poco prima della pubblicazione ufficiale dell’album abbiamo scelto il nome ‘MYR’, che in astronomia è l’unità di misura che indica un milione di anni”.

Come si chiamano invece gli album che avete pubblicato finora? Siete andati in tour per promuoverli?

“Il primo si chiama ‘Days of convergence’, è uscito nel 2013 ed è stato pubblicato da un’etichetta di Bologna. Il secondo invece si chiama ‘Habits’ e lo abbiamo fatto uscire tramite un’etichetta romana che si occupa prevalentemente di artisti metal. Per far conoscere il primo abbiamo fatto delle date di promozione in Italia senza costituire un vero e proprio tour, per quanto concerne ‘Habits’ invece, abbiamo suonato in diverse città inglesi come Manchester, Bristol e Birmingham e poi siamo venuti in Italia dove ci siamo esibiti soprattutto a Roma”.

Gli album presentano delle tematiche peculiari che fungono da concept di base o sono eterogenei?

“Non possiamo parlare propriamente di concept album, ma sicuramente ci sono dei temi-guida molto forti che costituiscono l’idea centrale. In ‘Days of convergence’ ad esempio, l’argomento principale è lo smarrimento dell’individuo contemporaneo che, soggetto a stimoli infiniti, subisce la frammentazione dell’io perdendo un punto di riferimento e tutte le certezze che ne scaturirebbero. ‘Habits’ invece parla, appunto, di ‘abitudini’, intese come forme di pigrizia intellettuale, come debolezze che non riusciamo a cambiare. Al suo interno infatti abbiamo inserito temi come la violenza sulle donne, la visione del sesso traviata dalla pornografia che crea aspettative lontanissime dalla realtà o l’aspirazione ad un modello imposto dai media che è solo un’immagine fatiscente e irraggiungibile”.

Che tipo di pubblico avete? Mirate ad un target particolare?

“Il nostro pubblico è composto prevalentemente da amanti del metal e dell’hard rock, anche se noi non puntiamo a categorie specifiche di ascoltatori. Ultimamente ci stanno arrivando delle considerevoli soddisfazioni soprattutto dall’estero: abbiamo impiegato delle risorse per la promozione del gruppo negli Stati Uniti e dobbiamo dire che la risposta è stata più che buona. Il nostro obiettivo come gruppo è riuscire a raggiungere quante più persone possibili, perché anche se non abbiamo mai avuto difficoltà a ricevere critiche positive o apprezzamenti, è sempre il giudizio di chi ti ascolta ai concerti o girando sul web quello che dà più soddisfazioni. Entrare nella vita di una persona e suscitare qualcosa attraverso un tuo brano è una sensazione impagabile”.

Pur suonando un genere molto particolare riuscite ad avere dei feedback positivi da un pubblico eterogeneo?

“Beh il nostro è comunque un pubblico di nicchia rispetto a quello del pop o di altri generi, però da una parte è più soddisfacente perché i giudizi che arrivano provengono da persone che apprezzano quello che facciamo in modo consapevole e spesso anche competente, è difficile che un nostro pezzo possa registrare dei consensi perché orecchiabile. Però a noi piace molto ricevere anche apprezzamenti provenienti da chi non è particolarmente interessato a questo genere e semplicemente si emoziona ascoltando quello che facciamo, perché si tratta di una critica più genuina e ci dà informazioni utili sulla nostra riuscita dal punto di vista evocativo”.

Come definite il vostro genere attuale e come ci siete arrivati?

“Diciamo che noi siamo partiti dall’heavy metal e dal power metal perché abbiamo cominciato da ragazzi quando ascoltavamo prevalentemente questo. Col tempo abbiamo deciso di adeguarci a delle sonorità più moderne e ci siamo avvicinati ad un genere che possiamo definire ‘post progressive metal’: sostanzialmente si presenta come un ‘post’ metal in quanto scevro da alcuni tipi di virtuosismi e ‘prog’ perché ci piace dare vita a strutture elaborate e variazioni temporali. Non abbiamo dei gruppi specifici di riferimento, ci rifacciamo a quello che ci piace, perché anche se suonano qualcosa di completamente diverso, i cosiddetti grandi della musica riescono comunque ad arricchirti in qualche modo. Noi inoltre proveniamo tutti da percorsi diversi, chiaramente con dei tratti comune come l’attenzione per la tecnica, ma ognuno di noi può fornire il suo contributo personale senza ostacolare la stesura dei pezzi. Spesso ci avvicinano ai ‘Tool’, per genere e stile”.

 

A proposito dei Tool, come loro avete un’iconografia specifica e ricorrente?

“Non particolarmente: nel primo disco ci siamo ispirati ad un mito antico rivisitato in chiave moderna, nel secondo invece c’è un avatar inserito in un contesto urbano e un po’ straniante. Da questo punto di vista ci piace cambiare e lasciarci ispirare da immagini nuove. Diciamo che una sorta di iconografia vorremmo riuscire a crearla noi attraverso le immagini evocative che i nostri brani riescono ad ispirare: se pensiamo a quello che scriviamo ci vengono sempre in mente queste atmosfere postmoderne un po’ cupe come metropoli nelle ore notturne o ampi spazi geometrici. Spesso ci dicono che le nostre canzoni starebbero bene come colonna sonora di film alla guisa di Sin City e simili; ovviamente riuscire a realizzarne una ci renderebbe molto felici”.

Come giudicate la scena musicale italiana per i gruppi emergenti come il vostro?

“Prima di tutto occorre dire che l’underground si è ingigantito tantissimo, tanto che è diventato improprio parlare di underground. Ora che tutti possono registrare degli album a casa quasi senza costo, la scena dei musicisti che si propongono si sta allargando in modo esponenziale. Questo fa sì che l’offerta risulti decisamente maggiore rispetto alla domanda e la conseguenza è che per spiccare devi riuscire a fare qualcosa di veramente speciale. È anche vero che molti si ostinano a fare qualcosa che la gente non chiede: quando si intende intraprendere un percorso di nicchia, occorre anche avere l’umiltà e la professionalità di capire dove ti devi inserire a livello di mercato o di pubblico. È facile dire ‘la gente con capisce’, ma spesso chi lo afferma produce musica scadente, suonata male o che sa di vecchio; tutto va contestualizzato, anche la musica e le occasioni giuste in cui farla ascoltare. Poi quando ti trovi ad un livello semi-professionistico come il nostro, dove hai un’etichetta dietro e un’agenzia di booking che si occupa di trovare le serate non puoi dire ‘chi se ne importa del pubblico’, sarebbe una mancanza di rispetto e di professionalità. L’arte quando si inserisce nel mercato è sempre in bilico tra la natura dell’artista e ciò che gli altri vorrebbero da lui”.

Che progetti avete per il futuro?

“Stiamo lavorando sul terzo album, ma è troppo presto per parlarne. Sicuramente sarà diverso dal secondo come il secondo è stato diverso dal primo, ma il nostro obiettivo è quello di lasciare un marchio riconoscibile, grazie al quale è possibile capire che siamo noi ascoltando i brani già dalla prima prima volta. È normale che se un artista è coerente nel suo percorso, pur evolvendosi, riuscirà comunque a creare una sorta di linea guida che collega il primissimo brano all’ultimo”.

 

Giordana Neri