Non è di “troppo amore” che muore una donna ogni tre giorni in Italia.
Si tratta invece di una vera e proprio guerra domestica.
Negli ultimi giorni sono state uccise altre donne, che si vanno ad aggiungere al conteggio delle vittime, ormai incessante.
È intollerabile che questa carneficina resti confinata nella “casistica” – raptus, gelosia, odio per le donne ecc.-, che come tale non va aldilà della patologia del singolo, lasciando in ombra il rapporto di potere e la cultura di secoli che si porta dentro questa barbarie.
È in questa cultura che vanno cercate e nominate le cause, le ragioni profonde che vedono comparire la violenza dentro i luoghi e le relazioni che ancora più o meno inconsapevolmente continuiamo a chiamare “normali”.
-Per rendersi conto di quanto sia fuori di ogni misura e giustificazione questo silenzio da parte maschile, basta provare a rovesciare le parti (una specie di prova del 9): donne che quasi ogni giorno ammazzano mariti, fidanzati, fratelli, figli..Si fermerebbe il mondo.
Se non accade per i femminicidi, è perché ancora restano coperti dal sessismo inscritto nelle istituzioni, nel senso comune, e, come dice Bourdieu, “nell’oscurità dei corpi”.-
La polemica, che a me non appassiona per niente, su quello che ha scritto Michela Murgia, paragonando gli uomini ai mafiosi, per esempio, è comunque un’occasione di parlare di come, la totalità degli uomini, non si sia mai sentito dire nella vita che qualcosa gli sia precluso, proprio in quanto uomo.
Che il patriarcato, il “maschilismo” sia violento, non significa certo che lo siano per questo tutti gli uomini, ovvio.
Ogni titolo di giornale, di telegiornale, di ogni mezzo di comunicazione, però, vicino alla notizia della morte di una donna per mano di un uomo, ha sempre la “giustificazione” pronta: era malato, era geloso, forse non accettava la separazione, la moglie lo tradiva..
Non è di troppo amore che si muore.
Si muore, in quanto donne per mano di uomini, in quanto uomini.
VDG







