Sembra esserci un destino scritto nelle vite delle giovani donne che si affacciano alla sfera pubblica. Quella sfera pubblica, che da millenni è stata palcoscenico del maschile. Pare ci sia invece un certo tipo di rispetto solo quando queste donne invecchiano, diventano simboli, icone. Un religioso rispetto da madonne, sessualmente ormai innocue.
Vi farei conoscere la meravigliosa storia di Thérèse Clerc e della sua utopia di “case per le streghe” dove le donne possano invecchiare insieme. Ma questa sarà un’altra storia di Americah. Quella di oggi parla della Meloni, della Raggi, della Boldrini, della Boschi, e di tante altre.
Parla di come queste donne si trovino ad essere giudicate per i capelli, il vestito, la taglia, la scelta di fidanzati e amanti. Non ricordo nessun Berlusconi, D’Alema, Di Maio o Grillo essere criticati per la riga del gessato, il colore della cravatta.
I social media hanno spalancato le porte a questi tipi di insulti sessisti. Dai giudizi sul corpo, all’augurio di stupri, sevizie: gli insulti peggiori quando si parla anche di immigrazione, di accoglienza.
È su facebook che il virus della cattiveria si propaga, a ritmo dei “mi piace” e “condividi” che hanno già reso l’odio un sentimento globale. Non è un caso se l’edizione 2018 dello Zingarelli ha incluso tra i nuovi termini d’uso anche quello di hater. E gli odiatori (e le odiatrici) del web danno il peggio di sé quando chi legge è una donna.
Un analfabetismo dei sentimenti prima ancora che funzionale, una paura di perdere spazio pubblico e consenso tra uomini. Costringere le donne competenti e brave a dover essere anche belle. E quando sono belle, non libere.
VDG







