La Quartaccia celebra S. Antonio Abate

chiesa s. antonio s. marinellaSANTA MARINELLA – Quando il rione Quartaccia di Santa Marinella era ancora florido e ridente, al massimo del suo splendore, colorato dai fiori e vissuto dagli abitanti, in questo periodo fervevano i preparativi per una delle feste più sentite della zona e del paese, la festa di S. Antonio Abate. Lungo Via Aurelia Vecchia è situata la chiesa a lui dedicata, costruita nel 1963 per volere di Don Ostilio Ricci grazie alla donazione dei terreni ad opera delle famiglie Di Carlo e Perugini. Alla costruzione della chiesa di S. Antonio hanno partecipato attivamente anche alcuni abitanti della zona, lavorando alla giornata. Fortemente voluta da Don Ostilio, è stata dedicata a questo santo per la grandissima quantità di animali presenti nella zona, quasi tutte le famiglie infatti avevano cavalli, mucche, asini, maiali e soprattutto pecore in quanto molti provenivano dalle Marche, venuti a Santa Marinella per la transumanza. Il collegamento tra S. Antonio e la tradizione contadina umbro-marchigiana si nota anche in riferimento all’allungarsi delle giornate, recita infatti un proverbio: “A Natale ‘na pedeca de cane a San’Antò un’ora vo” (A Natale un passo di cane a S. Antonio un’ora avanti). Sin dal primo anno dopo la costruzione della chiesa, la mattina del 17 gennaio si accende il fuoco, simbolo del Santo che, secondo la tradizione cristiana, ha combattuto tutta la vita contro le tentazioni del demonio, che spesso gli appariva sotto forma di bestia. Inoltre, tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco vengono posti sotto la protezione di S. Antonio in onore del racconto che vedeva il Santo addirittura recarsi all’inferno per contendere al demonio le anime dei peccatori. Accanto al fuoco acceso la mattina presto e vegliato tutto il giorno perché non si spegnesse, si radunavano gli abitanti e i visitatori, mangiando bistecche e salsicce e bevendo vino. È infatti tradizione rappresentare i momenti sacri della sua vita e tra tutti, quello sempre presente, è il momento della questua, ovvero la richiesta di “offerte” in vino e salsicce. Oltre a questa tradizione, che per fortuna è stata mantenuta, fino a qualche anno fa si tenevano anche corse di cavalli e biciclette, giochi popolari come il tiro alla fune, il palo della cuccagna, la corsa coi sacchi, il gioco della pentolaccia, c’erano musica e balli, riffe con i premi. Ma il momento più suggestivo era senz’altro rappresentato dalla processione serale con la statua del Santo portata in spalla e le fiaccole in mano che, partendo dalla chiesa, un anno andava verso il cimitero e un anno verso l’ex passaggio a livello della ferrovia. La mattina del 17, o la domenica successiva, avveniva poi la benedizione degli animali, il prete andava di stalla in stalla a benedire quelli più grandi e dopo la messa benediva gli animali più “domestici” che venivano portati sul sagrato della chiesa. S. Antonio è infatti considerato il protettore degli animali, tanto da essere solitamente raffigurato accanto ad un maiale con al collo una campanella. La tradizione deriva dal fatto che gli Antoniani avevano ottenuto il permesso di allevare maiali all’interno dei centri abitati perché il grasso di questi ultimi veniva usato per ungere gli ammalati colpiti dal fuoco di S. Antonio. Finchè la tradizione era viva, il Comitato Rione Quartaccia curava una settimana intera di festeggiamenti, in cui si alternavano anche tornei di briscola, balli, bande musicali, coreografie delle majorettes. Il piatto tipico di questi giorni erano le pennette all’arrabbiata, i panini con la salsiccia e il buon vino. Purtroppo negli ultimi anni la tradizione ha perso tono, un po’ per la difficoltà ad ottenere finanziamenti e autorizzazioni, un po’ per il ricambio generazionale e l’allontanamento dei figli dalle tradizioni dei padri, un po’ per il semplice disinteresse o l’arrendevolezza a questi tempi bui di umanità e finanze. Rimane il fatto che questa festa è ancora molto sentita a Santa Marinella, soprattutto nel rione Quartaccia, e la voglia di fare è ancora tanta. Si auspica quindi un ritorno alle origini e alla ripresa delle feste tradizionali, specialmente di quelle significative come questa, che portava in paese anche tanta gente da fuori ed era motivo di orgoglio per tutta la zona. Negli altri paesi, a Cerveteri e Tarquinia per esempio, sono già pronti i programmi dei festeggiamenti, vediamo cosa ci riserverà la nostra Perla.

Francesca Ivol