LADISPOLI – Il 13 dicembre presso il Centro Polifunzionale di via Ivon De Begnac arriva “La pescespada, il clandestino” di Laura Masielli. Lo spettacolo, riservato alle scuole medie, realizzato grazie al contributo dell’assessorato alla Cultura del comune di Ladispoli, si inserisce in un clima d’interesse multietnico sempre più attuale.
“Il punto di forza dell’intero progetto – ha detto l’assessore alla cultura, Daniela Ciarlantini – attraversato dal filo dell’interculturalità e della multietnicità, è la consapevolezza che soltanto con il confronto con il diverso da sé può svilupparsi un profondo senso di rispetto verso il prossimo e, allo stesso tempo, di appartenenza al proprio gruppo”.
Ne “La pescespada e il clandestino” durante una notte di tempesta nel mare di Sicilia avvengono contemporaneamente due episodi, opposti tra loro, ma legati da un sottile filo che li unisce per sempre nella dinamica della vita.
Una pescespada sta giocando all’amore con il suo compagno quando viene improvvisamente catturata da una barca durante una battuta di pesca illegale fatta con le spadare. Qualcuno la vuole su, tra gli uomini, per essere mangiata, e per dare alimento ed energia al sistema.
Sulle le note e la poesia di una celebre canzone di Modugno, la pescespada viene allontanata dal suo compagno nell’atto di difendersi. È ferita, forse incinta, ma comprende che non rivedrà più il suo amore, e che presto morirà.
La pescespada, imbrigliata nella spadara, ha due possibilità: morire perché mangiata dagli stessi pesci con lei catturati, o perché mangiata dagli umani sulla barca. Invece un clandestino di poco più di diciotto anni sta su una barcaccia vecchia e scassata con altri come lui e due scafisti. L’intento è quello di raggiungere Lampedusa, e iniziare lì una nuova vita. Ma dall’isola giungono le voci dei luoghi comuni, un coro di cittadini isolani, che in piedi sul promontorio invoca la morte dei clandestini mascherandola con litanie di dolore false e ipocrite. Durante il viaggio, il clandestino nota uno scintillio inconsueto sul fondo del mare, e crede che sia un tesoro, fatto di monetine dall’aspetto brillante e suadente. Convinto che quella sia la realtà, si getta in mare, pensando che sia importante prima impadronirsi di tutto quell’oro, e solo dopo raggiungere la terra ferma. Con quell’oro avrebbe voluto e potuto comprare un lavoro, una nuova identità, ma non sa che in realtà sono state le illusioni a fargli vedere ciò che non c’era, perché le illusioni vagano nell’aria anche loro quella notte a caccia di prede.
Il ragazzo si tuffa convinto che sul fondo ci sia il tesoro e non il triste destino della morte. Ma prima di morire s’incontra con la pescespada in un altro luogo comune: quello del fondo del mare. Forse il vero luogo comune che non appartiene che ai pesci, ma di cui i pesci non sono possessori.
La pescespada è consapevole di quello che sta per accadere: sa che presto sarà forse mangiata da quella folla di pesci che le passa sopra la testa, o dagli umani della barca, mentre il ragazzo non accetta la morte perché a diciotto anni, per le leggi della natura, è (o dovrebbe essere) vietato morire!
Nell’assurdità della storia i due tenteranno un confronto attraverso un dialogo aspro e sprezzante nel quale la pescespada cercherà di aiutare il clandestino a rimettere le cose in ordine, con il solo mezzo che ha a disposizione, vale a dire la profonda conoscenza delle leggi della natura, e la dolcezza di una tenera madre.
Per loro il destino sta per compiersi, e in apparenza sembra che l’eredità della morte gravi su di loro come un destino ormai più che accreditato.
Sarà la pescespada a dare un senso morale a quella triste storia in cui il protagonista ripete: “Vietato morire a diciotto anni, deve essere vietato morire a diciotto anni, deve essere vietato dalla legge morire a diciotto anni”. Tuttavia, morire può anche significare trasformarsi, dare vita a una nuova vita, e rientrarne poi nel meccanismo intimo e generale. La pescespada romperà il suo eterno silenzio utilizzando come codice di comunicazione un dialetto siciliano stravagante, intriso di poesia. Il clandestino, invece, parlerà uno strano italiano, ereditato da lontane miscugli di razze.






