“L’angolo di Neanderthal”. Opere d’arte alla Marina

CIVITAVECCHIA – Dopo i successi della mostra di Monet al Vittoriano, Civitavecchia non poteva lasciarsi sfuggire l’occasione di rappresentare la propria vena artistica nel luogo probabilmente più espressivo della città, il suo water front. Opere d’arte a cielo aperto che fanno parte di un percorso artistico-emozionale curato da anonimi concittadini, ma anche da illustri artisti esteri. Alla riuscita di cotanta installazione artistica, oltre all’estro visionario degli esecutorii, ha di certo contribuito l’impeto della natura, in questo caso al fianco dell’azione umana, in una compenetrazione di dannunziana memoria. Per l’occasione, abbiamo selezionato tre opere che siamo sicuri susciteranno la curiosità del lettore:

“Transenna marina”
Opera di artista anonimo ma committenza certa. Questa installazione fa parte della scuola del transennismo civitavecchiese. Vari esemplari sono stati inseriti nel contesto urbano locale suscitando nel pubblico sentimenti contrastanti, dall’ira funesta all’ilarità incontrollata. “Transenna marina” rappresenta certo un pezzo unico per come si inserisce armonicamente tra l’aridità dello scoglio invernale e il freddo blu del mare toccato dalla Tramontana. Nonostante non si abbiano più notizie dell’ideatore della scuola, “er Transenna”, tale stile continua a crescere e radicarsi nel territorio.

“Frigorifero su battigia”
Opera complessa. Questa natura morta moderna è il frutto delle fatiche di uno o più artisti che, approfittando delle tenebre e della burrasca, magari dal ponte di una petroliera o similare, hanno regalato alle nostre acque il frigorifero naufrago. Il richiamo è senza dubbio ad Ulisse, costretto ad affrontare il senso di abbandono e di impotenza, di solitudine. Chiari i richiami a William Turner e al romanticismo.

“Trash spelacchio”
Non poteva mancare l’opera di denuncia sociale. Questo lavoro mette al centro il tema del rapporto tra uomo e natura nel contemporaneo. L’albero sofferente rappresenta la fragilità dell’ecosistema costretto a reggere il peso dei rifiuti, prodotto del turbo capitalismo e dell’antropizzazione selvaggia. A differenza del povero spelacchio di Piazza Venezia, prematuramente scomparso, “Trash spelacchio” è agonizzante, ma resiste. Denuncia, ma anche speranza per un futuro migliore.

 

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