“Ecco chi era Giorgio Almirante”

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LADISPOLI – «Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli […]. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei […]. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue.»

(Giorgio Almirante, in “La Difesa della razza”, 5 maggio 1942.)

A questa persona, all’autore di queste e di altre (mai rinnegate) farneticanti righe l’Amministrazione Comunale di Ladispoli ha deciso di intitolare una “importante piazza” della nostra città. Una mozione in tal senso è stata approvata dalla maggioranza di estrema destra che appoggia il Sindaco Grando.
Potrebbe sembrare la solita disputa ideologica, per alcuni fuori tempo, tra antifascisti e fascisti o loro simpatizzanti. Anche qualche ossequioso organo di stampa locale è sceso in campo a favore di questa intitolazione. Se esistono vie e piazze dedicate ad esponenti politici democristiani, comunisti, socialisti e di altri partiti politici perché non una ad un esponente della destra?
In realtà è un falso pretestuoso. A Ladispoli da tempo, esistono, accanto a strade e scuole dedicate a Gramsci, Berlinguer, Moro, Pertini, strade e giardini dedicati ad esponenti locali della destra. Ma nessuno di questi aveva avuto problemi con la giustizia (e con la storia) come ne ha avuti Almirante. A tale proposito pare necessario precisare come su un comunicato stampa si possa fare solo un breve riassunto ed un rapido (e per forza di cose, incompleto) excursus su quanto compiuto dal personaggio.
Almirante, dalla prima ora fanatico fascista ed ammiratore di Mussolini, fu tra i firmatari, nel 1938 del Manifesto in difesa della Razza e collaborò dal 1938 al 1942, con un ruolo importante alla rivista razzista “La Difesa della Razza” che spianò la strada alle famigerate leggi razziali che permisero la persecuzione, l’arresto, la deportazione e lo sterminio di migliaia di italiani di religione ebraica, di testimoni di Geova, di rom e sinti, di omosessuali, oltre a prigionieri “politici”.
Dopo l’otto settembre del 1943, aderì con entusiasmo alla Guardia Nazionale Repubblicana Fascista dove ebbe il grado di Generale e ricoprì l’incarico di capo gabinetto del Ministero della Cultura Popolare del governo fantoccio della Repubblica Sociale Italiana, alleato dei nazisti tedeschi e combattè al loro fianco contro le brigate partigiane italiane e le forze alleate anglo-americane.
Nel dopoguerra fu tra i fondatori e più volte segretario del Movimento Sociale Italiano che nel nome volle ricordare la RSI di Mussolini e per stemma adottò una fiamma tricolore che usciva da una simbolica bara di Mussolini.
Anche dopo la guerra e fino alla sua morte, avvenuta nel 1978, continuò a collezionare denunce, rinvii a giudizio e condanne.
Nel 1947 fu condannato a 12 mesi di confino a Salerno per Apologia di Fascismo, condanna poi sospesa dal Questore di Roma. Nella nota della Questura si fa risaltare Almirante “come elemento pericoloso per la democrazia e la libertà” ed “acceso fanatico fascista, soprattutto nel periodo repubblichino”.
Il 5 maggio del 1958, dopo un comizio tenuto a Trieste, Almirante fu denunciato per “Vilipendio alle Istituzioni”.
Nel 1969 tornato alla guida del MSI, fece rientrare nel partito, parecchi esponenti dell’organizzazione “Ordine Nuovo”, fondata da Pino Rauti, un ramo della quale si macchierà in seguito di diversi attentati stragisti ai danni di cittadini, giudici e di militari delle forze dell’ordine.
Nel 1971 il Procuratore di Spoleto chiese ed ottenne dalla Camera l’autorizzazione a procedere contro Almirante, per l’accusa di Pubblica Istigazione ad attentato contro la Costituzione ed Insurrezione armata contro lo stato, avendo Almirante, durante il congresso nazionale del MSI invitato i giovani italiani a”prepararsi all’attacco” e fare come si era fatto in Grecia, Portogallo e Spagna allora dominati da regimi fascisti.
Sempre nello stesso anno il quotidiano L’Unità pubblicò un manifesto del maggio 1944, rinvenuto negli archivi di Massa Marittima, a firma dello stesso Almirante, nel quale si obbligavano gli “sbandati” ad arruolarsi nelle fila dell’esercito nazifascista, pena la fucilazione alla schiena. Almirante querelò il giornale, ma perse la causa in virtù dei numerosi documenti ritrovati e presentati, che dimostravano la sua schiacciante responsabilità personale.
Nel 1982 il terrorista neofascista Vinciguerra, reo confesso della strage di Peteano (dove 10 anni prima, furono attirati in una trappola ed uccisi 3 militi dell’Arma dei Carabinieri e feriti gravemente altri due). Fu comprovato il finanziamento diretto di 35000 dollari da parte di Almirante al segretario del MSI friulano Cicuttini, coautore della strage. Cicuttini e Vinciguerra furono condannati per la strage. Almirante si fece più volte scudo dell’immunità parlamentare (allora pressocché totale) anche per sottrarsi agli interrogatori della magistratura inquirente. Approfittò in seguito di un’amnistia.
Almirante fu pure accusato senza seguito da suoi stessi ex sodali di partito di aver partecipato a momenti oscuri della vita del paese. Secondo De Marzio, nel 1970, si mise a disposizione di Junio Valerio Borghese (autore di un tentato golpe), secondo Birindelli il MSI aveva rapporti ambigui con elementi del terrorismo nero e coprì gli assassini dell’agente di PS Marino a Milano e secondo Giulio Caradonna, Almirante in persona aveva sollecitato finanziamenti al partito da parte della P2 di Licio Gelli.
Sembra effettivamente ben altro da quello che si può considerare come uno specchiato esponente politico, pur rappresentante di idee non condivisibili. Almirante nel corso della sua intera vita non ha mai pronunciato una sola parola di condanna o di ripensamento per i crimini di guerra, per l’odio razzista, per le vicende giudiziarie che lo vedevano protagonista. Non c’è stata mai alcuna autocritica o testimonianza di solidarietà per le vittime delle azioni nazifasciste da lui effettuate o per lo meno sostenute.
Appare quindi assolutamente ingiustificabile la forzatura intrapresa da sindaco ed amministrazione. Una ferita vera e profonda alla vita democratica di una città, fin dalla sua nascita “multietnica”, oltre che un’offesa a tutti e tutte coloro che hanno combattuto per dare alla città quei principi e quelle basi democratiche che hanno finora garantito il rispetto e la convivenza civile a Ladispoli.
La Casa del Popolo, dando la sua piena adesione a qualsiasi espressione democratica ed unitaria di protesta che partiti o associazioni ritengano di mettere in campo contro questo scempio, si mette a piena disposizione di questa battaglia di civiltà, memoria storica e difesa democratica contro pericoli di revanchismo e nostalgismo fascista.

 

La Casa del Popolo di Ladispoli

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