“E noi suoneremo le nostre campane!”

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CIVITAVECCHIA – Le trombe questa Amministrazione le ha suonate. Le campane della città però restano mute. L’Amministrazione sembra infatti aver dichiarato guerra ai propri cittadini i quali non manifestano alcuna volontà di difesa. Non occorre essere osservatori attenti. Anche ai più distratti non sfugge che siamo al disastro. Ciò che è peggio è che siamo anche sull’orlo di una rottura sociale dagli esiti purtroppo prevedibili. La qualità della vita, già notevolmente compromessa, viaggia veloce verso il basso e questo non potrà che produrre nel tempo reazioni sempre più scomposte. Forse già circolano i germi di un ribellismo che al di là di fiamme dolorose non produrrà nulla di positivo. E’ una città confusa e smarrita che ha allevato il mostro che sta divorando le residue nostre speranze di crescita e di sviluppo economico, sociale e culturale. La nostra Civitavecchia sembra incerta tra sporadici e sterili focolai di rivolta e una profonda rassegnazione. Non è questa la strada. Vi sono energie, intelligenze e vi è chi, malgrado tutto, serba amore per questa città. Creare luoghi di confronto aperto e civile; ricucire tele che il tempo ha logorato e stracciato. Non vedo alternative. O la comunità si raccoglie attorno ad una idea di rilancio, mettendo al bando arroganza, presunzione, supponenza, interessi individuali e di gruppo o la via che porta al baratro è irrimediabilmente segnata. Le campane debbono suonare per chiamare a raccolta l’intera collettività, con l’unico obiettivo di uscire dalle sabbie mobili che, giorno dopo giorno, stanno inghiottendo prospettive e speranze. Alcune questioni sono lì a dimostrare come non si deve operare nell’interesse generale. Ne cito solo quattro a titolo di esempio: 1) ENEL; 2) intesa con Autorità Portuale; 3) Municipalizzate; e infine più di recente 4) CARA.
Tutte assieme considerate pongono in evidenza un approccio alle emergenze cittadine che è l’esatto contrario di ciò di cui avremmo necessità. Ciascuna delle questioni richiamate si caratterizza per la estrema complessità; per la sua delicatezza; per le molteplici implicazioni sociali e persino culturali. Il buon senso avrebbe voluto che, spinti dal desiderio di risolvere i problemi, e non dalla velenosa ansia di dimostrare vizi altrui, le porte di palazzo del Pincio si fossero aperte ai contributi e alle idee dei molti che in città hanno le competenze, la passione e la volontà per affrontare una situazione che non è di ordinaria amministrazione. Invece le porte sono rimaste ben serrate. Fuori sono rimasti i partiti ma anche le associazioni. In definitiva fuori dalla porta tutti coloro che non sono iscritti a questa nuova e moderna forma di massoneria dai simboli stellari ma non per questo più luminosi. Il risultato è stato di accordi pasticciati che hanno sancito una profonda subordinazione economica, ma anche politica e culturale; situazioni già pesanti si sono aggravate per l’intervento di ben retribuiti ma poco efficienti giovani manager; questioni delicatissime sono state affrontate con una tale dose di improvvisazione da meritare cattiva stampa e impietosi riflettori persino a livello nazionale. Solo in questi giorni attorno alla notizia di un possibile inceneritore al Centro Chimico si è adottata una linea che considero corretta quanto al tentativo di coinvolgimento, ma ancora molto lontana dall’idea di una consapevole e partecipata costruzione di una proposta comune. E comunque, a voler vedere il pelo nell’uovo, non è neppure troppo nascosta la fastidiosa sensazione che, anche in questa circostanza, siano i presunti “giusti” che coltivano la speranza che tutti gli altri si redimano dai loro peccati e li seguano carichi di catene quaresimali.
Forse è davvero giunto il tempo che la società politica e civile rompa qualche silenzio di troppo, metta mano alle campane e le suoni a martello come si faceva nei paesi per fare appello alla popolazione in presenza di un grave pericolo.

Piero Alessi

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