Associazione socio-culturale Il Trittico:”Un ricovero per i clochard”

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La cronaca quotidiana registra con sempre maggiore frequenza la notizia di forme di degrado traumatico del consorzio civile che condizionano pesantemente la nostra esistenza: problemi sociali di grande rilevanza che caratterizzano purtroppo i nostri giorni. Uno di questi è rappresentato dalle tante persone emarginate, barboni e mendicanti, che di giorno popolano le vie e gli angoli più trafficati della città cercando di comunicare ai passanti il proprio disagio e la propria dolorosa ma, se vogliamo, anche preziosa contestazione. Sappiamo tutti che sebbene siano “persone senza fissa dimora”, in tutta sostanza non dispongono di un luogo dove consumare un cibo caldo né di un tetto sotto cui dormire.

E infatti trascorrono la notte all’addiaccio e al pericolo: i cartoni che troviamo al mattino negli angoli più disparati, nelle zone verdi, sulle panchine, nei portici dei palazzi ne sono l’inequivocabile dimostrazione.
La loro condizione non è diversa da quella dei tanti immigrati clandestini e dei richiedenti asilo alla disperata ricerca di assistenza, che privi di un valido punto di riferimento si rifocillano dove possono, magari nell’ormai antigienica e malsana caserma De Carolis, come la cronaca giornalistica riferisce.

Ciò che maggiormente rattrista è che le istituzioni, siano esse civili, militari o religiose, che in questo caso vorremmo più propriamente chiamare autorità per riferirci al loro ineludibile compito di preservare il senso della collettività, dell’interesse comune, della solidarietà, non si preoccupano abbastanza di governare fenomeni di così grande rilevanza. Di svolgere un ruolo regolatore che ogni giorno diventa più necessario, anzi insopprimibile nell’attuale società, che sembra ormai aver perduto i suoi punti fermi e i suoi principi etici, e che in assenza di precisi inequivocabili orientamenti pubblici di fronte a quanto accade costringe i cittadini ad una pura difesa, a rinchiudersi nella sfera individuale e a maturare atteggiamenti d’indifferenza e di egoismo.

E per rimediare alla situazione vogliamo ricordare che almeno un’operazione sarebbe di non difficile attivazione. Ad esempio, in località Caravani, proprio a ridosso della pizzeria, esistono non pochi locali che già la Caritas diocesana utilizzava per fornire a chi ne aveva bisogno un servizio mensa e di accoglienza notturna a tanti diseredati. Che accorrevano numerosi e fiduciosi nella struttura. E i benefici di una tale attività si facevano sentire, e come. Riattivare in poco tempo una tale forma di assistenza non dovrebbe essere difficile: sarebbe intanto una prima misura di emergenza dal profondo significato di inclusione sociale.

IL CONSIGLIO DIRETTIVO

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