“A 30 anni dalla visita del Papa, ancora tanti problemi irrisolti”

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CIVITAVECCHIA – Nell’anno in cui si ricorda Traiano e l’importanza del suo principato per la nascita del nostro porto, un pensiero deve essere rivolto ad un’altra ricorrenza, sicuramente più recente, ma ricca di significato: il trentennale della visita di Papa Giovanni Paolo II.
Sei lustri sono nulla in confronto ai millenni, ma possono rappresentare motivo di riflessione.
La volontà di Traiano di costruire un nuovo porto per Roma permise al nostro territorio di modificare il suo destino.
Il mare, elemento naturale, ed il porto, opera dell’uomo, unendosi hanno dato vita ad una storia cittadina che giunge ai nostri giorni.
Nel corso dei secoli e dei diversi governi, Civitavecchia ha sempre avuto il suo centro vitale nel porto che ne ha determinato sviluppo, crisi, cambiamenti ma anche opportunità di cui fare tesoro.
Senza ripercorrere la storia millenaria del porto, riflettiamo sugli ultimi trent’anni.
Giovanni Paolo II fu l’espressione di un pontificato che ha lasciato un segno profondo sia nella vita religiosa sia nella politica.
A fine anno ’89 cadde il muro di Berlino: un evento che diede inizio ad una fase nuova della storia non solo europea, ma mondiale. Gli innumerevoli viaggi in paesi lontani, le encicliche e le scelte adottate fanno di Wojtyla un Papa unico.
Le stesse vicende umane lo resero una figura moderna e capace di suscitare ammirazione anche nelle menti più lontane dalla fede.
La visita di Giovanni Paolo II fu profondamente sentita dalla città anche da parte di coloro che, pur non essendo credenti, rispettavano il pontefice in quanto Capo di Stato.
La Sala ricreativa della Compagnia Portuale fu adibita a sala stampa: i lavoratori portuali vissero con partecipazione l’evento e accolsero il Papa all’interno del porto con un discorso molto sentito.
A quel tempo il porto terminava a Molo Vespucci: le banchine 5,7,9 e 10 erano quelle operative; i binari attraversavano lo scalo, che era principalmente un porto merci e passeggeri per la Sardegna.
I traghetti delle Ferrovie dello Stato e della società Tirrenia assicuravano i collegamenti.
Le merci erano costituite da: banane, tondelli, ferro, carbone per cementifici, granaglie. Il lavoro era soprattutto manuale, ma cominciavano ad essere usati i primi mezzi meccanici.
Erano gli anni delle battaglie per lo sviluppo dell’Alto Lazio. Non abbiamo ancora visto terminare il collegamento nevralgico con Orte, dopo che sono state fatte dalla nostra città scelte e rinunce in nome dello sviluppo portuale, che ha portato un beneficio a tutto il territorio
A metà degli anni ‘ 80 c’erano 500 portuali, numero mai più raggiunto perché in seguito i posti di lavoro furono aumentati ma solo grazie alla nascita delle imprese portuali.
I decreti Prandini e la legge 84-94 modificarono ulteriormente il lavoro nello scalo.
Il ’98 vede nascere il nuovo porto, frutto del piano regolatore precedentemente elaborato.
Arriviamo ai giorni nostri: uno scalo cresciuto, di carattere internazionale ma che ha più difficoltà nel rispondere ai bisogni della comunità, mentre quando era più piccolo riusciva ad essere più propulsivo.
Oggi, a fronte di scenari mondiali profondamente mutati, il porto stenta ad avere quel ruolo che da sempre è stato suo: fulcro dello sviluppo e base per ripartire verso traguardi ambiziosi in grado di determinare crescita e benessere, nel rispetto dei valori del lavoro e della sostenibilità ambientale.
“La felicità non viene dal possedere un gran numero di cose, ma deriva dall’orgoglio del lavoro che si fa.” (Gandhi)
A chi governa i destini della città l’augurio di essere l’artefice di una veloce ripresa per dare certezze e speranza nel futuro.

Il Centro Studi Marittimi “Raffaele Meloro

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