La biotecnologia sulle tavole degli italiani

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A ognuno la sua trota, secondo i gusti: al cartoccio, con olive e pomodoro, o bollita, con la maionese. Ricette a parte, un dubbio potrebbe insinuarsi nella mente del consumatore. Che si tratti di una trota di allevamento? Niente di più facile, poiché, ormai, non si pesca più nei ruscelli. Pochi però immaginano che anche le trote possono essere geneticamente manipolate. Non proprio transgeniche, perché non contengono geni estranei al loro Dna originale, ma comunque “triploidi”, con cromosomi in più rispetto al normale, anche se fanno parte del loro corredo genetico. Come dire che invece del normale corredo cromosomico, metà di origine materna e metà paterna, hanno un corredo cromosomico modificato artificialmente, in cui la parte materna è raddoppiata e ciò rende sterili gli individui prodotti, con il vantaggio però, che crescono meglio. Quello che subiscono le uova, dopo la fecondazione, è un processo di semplice shock termico, un trattamento fisico senza manipolazione chimica: si eleva la temperatura dell’acqua dai normali 10°C a 27°C per venti minuti, poi si abbassa la temperatura e si continua l’incubazione delle uova. Stessa sorte tocca anche ai salmoni, che in Italia sono soltanto importati. Questi ultimi, una volta trasformati in specie triploidi, non soltanto diventano più grossi rispetto agli standard, ma proprio perché diventano sterili, non sono spinti a risalire i fiumi: restano in mare e possono essere facilmente pescati e fra poco arriveranno anche orate e branzini, trattati alla stessa maniera. L’Italia a tavola non sembra, comunque, pensare troppo a quello che mangia: basta che i piatti rispondano alle tradizioni e ai gusti abituali. Del resto un italiano su due non sa che cosa sono le biotecnologie. Sta di fatto, comunque, che i cibi transgenici sono arrivati e anche nel nostro Paese, come altrove, attraverso la soia: lecitina o olio. Sono infatti circa 200 gli alimenti che contengono soia: dai gelati alle merendine, dai panettoni ai biscotti soltanto per fare qualche esempio. Nella Pianura Padana, la Novartis ha provato il suo supermais. Lo stesso ha fatto la Monsanto con coltivazioni sperimentali di mais e soia transgenica a Maccarese, in provincia di Roma. Guardando soprattutto alle “specialità” italiane, come il pomodoro San Marzano, i ricercatori ne hanno messo a punto, in laboratorio, una variante transgenica che presenta frammenti di DNA in grado di permettere la produzione di una proteina che inibisce la replicazione del virus che dà luogo al mosaico del cavolfiore. Altri studi sono stati effettuati sulla melanzana. Se ne stanno occupando i ricercatori dell’Istituto sperimentale per l’agricoltura di Montanaso Lombardo, vicino a Lodi, i quali hanno pubblicato i loro risultati su ?Nature Biotechnology?: la melanzana biotecnologica è senza semi, riesce a crescere anche a bassissime temperature ed è più dolce e tenera di quella che tutti conoscono. Contiene, infatti, un gene chimerico composto cioè da due porzioni: una derivante dal gene di una pianta, la bocca di leone, e l’altra dal gene di un batterio. Questo nuovo gene induce una maturazione uniforme, senza l’utilizzo di quegli ormoni che vengono attualmente impiegati. Questa melanzana viene testata in Sicilia e sarà presto sottoposta agli esami tossicologici e allergologici. L’ultima prova spetterà comunque ai cuochi: riuscirà a reggere il confronto con le melanzane tradizionali nella preparazione della famosa caponata siciliana o della gustosa parmigiana? Manipolazioni simili si stanno studiando anche per la lattuga, in modo da renderla resistente agli attacchi degli insetti ed a basso contenuto di nitrati . Ma non sfuggono alle sperimentazioni nemmeno peperoni, uva mele e pere, frumento pesche e fagioli. Ci si può aspettare che l’ortolano si trasformerà, nei prossimi anni, in un rivenditore high-tech. Pericoli per la salute? purtroppo lo scopriremo solo tra 30 – 40 anni…….

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