Una “Bambolina” emozionante al Nuovo Gassman

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CIVITAVECCHIA – Sabato 8 e domenica 9 aprile al Nuovo Sala Gassman è andato in scena “Bambolina”, spettacolo scritto e diretto da Gianni Spezzano e prodotto da Cerbero Teatro, giovane compagnia di Latina. Un dramma, o forse una vera e propria tragedia, che si rivela notevolmente interessante da diversi punti di vista, in un’intrinseca fusione di vecchio e nuovo, tradizionale e sperimentale.
La vicenda si svolge a Napoli, o meglio in un appartamento-tugurio di Napoli, nel quale i protagonisti passano la maggior parte del proprio tempo, praticando la loro sport preferito: farsi “botte” di cocaina. Le vite di un piccolo spacciatore, un agente di polizia corrotto, una giovane ragazza e un tossicomane ormai vicino a toccare il fondo, si intrecciano seguendo lo schema secolare dell’“Isso, essa e ‘o Malamente”, in altre parole, la sceneggiata napoletana. Ma c’è molto di più di questo.
L’ “Isso” è il pusher di quartiere, Genny (Adriano Pantaleo), un ragazzo mingherlino, pieno di desideri poco realizzabili e di innocente amore per Nicole. Lei (Cristel Checca), la “Issa”, ha conosciuto Genny per strada, innamorandosi di lui e facendosi forse ingenuamente trascinare nella turbolenta vita dello spacciatore. A completare e distruggere il di per sé fragile quadro, arriverà il “Malamente”, il poliziotto Lello (Ivan Castiglione), ubriaco, o, più propriamente, drogato di potere. Questo non si accontenterà più di abusare del suo “dipendente” Genny, che vende per lui “la robba” che gli fornisce, ma inizierà a volere ciò che di più caro il giovane ragazzo possiede, quella che Lello chiama la sua “bambolina”.
Il palco è letteralmente cosparso di coca, solo che questa assume una forma particolare: quando i protagonisti si “fanno”, afferrano dei palloncini bianchi, sospesi a mezz’aria, li scuotono vorticosamente e poi li fanno esplodere con una spilla da balia, facendo uscire della polvere bianca che si spande tutt’intorno. L’immagine ludica ed eterea della droga che così intelligentemente si viene a creare è legata a doppio filo con quel che accade dopo lo scoppio: i protagonisti si insinuano in flussi di coscienza incontrollati, agitandosi con movimenti spasmodici cercando di dare risposte a domande e richieste esistenziali, che arrivano dritte dritte dalla propria infanzia. Domande che, infatti, sono rivolte alla mamma.

La scenografia di Dino Balzano non fa che rinforzare il senso di precaria sospensione che domina lo spettacolo. Così come i palloncini dal basso vanno verso l’alto viceversa gli oggetti di scena, tutti appesi a sottili fili di ferro, così come lo sono le vite dei protagonisti. Il contributo musicale risulta poi determinante, laddove amplifica la resa scenica dello “sballo” della droga, cercando di dire col linguaggio sonoro ciò che non si riesce a dire con le parole. Uno spettacolo cupo, realisticamente cruento e nichilista, sapientemente costruito, con tutti i mezzi che il teatro possiede: parole, scene e musica. Grandissima interpretazione dei quattro attori, che tengono col fiato sospeso per l’intera serata e che regalano un magistrale spettacolo al piccolo teatro… vuoto. Sì, solo sei le persone in sala la sera del sabato e biglietti rimborsati, per uno spettacolo che diventa così una prova generale. Non si può non chiedersi dove fossero coloro i quali occupano chiassosamente quegli stessi posti vuoti, quando si tratta invece di assistere a spettacoli nostrani.

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