Quegli orrori che ti devastano dentro

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Tema realizzato da Chiara Masullo – classe III^ S (terza media) Istituto comprensivo Don Milani Cerveteri

Traccia
Inverno 1943. Fuggito di casa, ha iniziato la tua lotta partigiana nella Resistenza per liberare l’Italia dal nazi-fascismo tra orrori, pericoli, paura e devastazione.

“Aiuto! Aiutatemi vi prego!”, sono queste le parole che mi svegliano ogni mattina insieme alle grida, ai lamenti e ai pianti della gente devastata e sfruttata dai tedeschi. E’ l’inverno del 1943 e l’Italia è divisa a metà: a sud è occupata dagli Alleati e a nord dai tedeschi. Io sono una partigiana, più precisamente una staffetta, che vive nel nord Italia e il mio compito è quello di lottare contro l’occupazione tedesca, di versare il sangue per liberare la mia patria. Ho solo 20 anni ma certe responsabilità sono costretta a prendermele perchè i miei genitori sono morti e devo crescere da sola mio fratello che ha solo 5 anni. Vorrei che lui non vivesse questo inferno: non si può uscire di casa perchè si ha paura di incontrare i tedeschi. Loro sono come dei massi di pietra sulle nostre teste, sempre pronti a schiacciarci come si fa con le formiche. Non vedono l’ora di trovare una scusa per maltrattarci o torturarci e nel farlo si divertono pure, ma dove per loro c’è una risata per noi c’è sempre un lamento o peggio, c’è morte. Io cerco di fare il possibile per garantire a mio fratello un futuro migliore, un mondo in cui il pianto non sia giornaliero, in cui la sofferenza e il dolore non sostituiscano la felicità e la gioia, ma soprattutto un mondo in cui la morte di uomini, donne e bambini non sia sempre la notizia del giorno. Inoltre mi sono schierata con la Resistenza per vendicare i miei genitori perchè è inaccettabile che siano morti solo perchè erano partigiani e perchè lottavano per la libertà dell’Italia. Ora io combatto seguendo i miei ideali, sapendo che prima o poi potrò fare la loro stessa fine e se mai dovessi morire, morirò per la patria a testa alta. Come ho detto prima sono una staffetta e il mio compito è quello di far comunicare fra loro i partigiani nelle città e nei boschi; inoltre fornisco loro informazioni, cibo, armi e munizioni. Per fare ciò devo agire in modo discreto, cercando il più possibile di nascondere i viveri e le armi che porto con me. Ogni mattina esco di casa dopo aver trovato un nascondiglio a tutto e lascio mio fratello solo, sperando di tornare da lui e di poterlo riabbracciare. Uscita di casa e in sella alla mia bici, i miei occhi sono sempre costretti a guardare gli orrori delle strade: cadaveri su cadaveri che spesso si sono deteriorati con il tempo; gente chiusa dentro casa dalla paura e solo tedeschi sul bordo delle strade che a volte si intrattengono, o meglio, si approfittano e sfruttano ragazze, ma anche bambine di 10 o 11 anni. Questi sono gli orrori di tutti i giorni, quegli orrori che ti devastano dentro. Una volta superati tutti i controlli dei tedeschi, raggiungo i partigiani e riferisco loro nuove informazioni, dò loro armi e cibo e ritorno a casa come se niente fosse. Questa volta però mi accorgo che manca un’arma che avrei dovuto consegnare ai partigiani. Allora risalgo in bici e torno indietro; ma niente, nessuna arma trovata. Torno a casa con il cuore in gola, con un’ansia sconfinata e completamente avvolta dalla paura. Arrivo nel vialetto di casa, ma l’abitazione è distrutta, è in fiamme; disperata e senza forze urlo come una pazza: “Fratellino! Fratellino mio, dove sei?”, ma non c’è nessun segno di vita. L’ unico membro che rimaneva della mia famiglia è morto, l’unico che nella miseria riusciva ancora a strapparmi qualche sorriso non c’è più; ora niente ha più senso e questo dolore straziante divora anche quell’unico granello di felicità che avevo dentro: è come se fossi già morta. Ecco arrivare i tedeschi, come degli avvoltoi, ecco arrivare le persone senza un cuore che hanno ucciso la mia famiglia e la mia felicità. Mi portano via mentre io, in lacrime, so già a quale destino vado incontro.

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