Populonia mater, la grande e ricca fucina etrusca direttamente sul mare

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C’era una volta una ricchissima città-stato etrusca, l’unica della Dodecapoli (le dodici città più potenti dell’ antica Etruria) insediata direttamente sul tàlassa (il mare in greco), il suo nome era Fufluna (da Fufluns il dio etrusco del vino e dell’ebbrezza) successivamente romanizzata in Populonia; la Populonia Mater come la definì Virgilio.

Un luogo, situato in un territorio già abitato dall’uomo 500.000 anni fa, che, per secoli, detenne il monopolio della lavorazione e del commercio marittimo del ferro. Lo detenne in quanto tutta la sua attività era incentrata totalmente sulla metallurgia ove il ferro dominava la sua floridissima economia. Nel suo attivissimo e ben munito porto era tutto un via vai di navi in quanto dalla dirimpettaia isola d’Elba e dal suo (di Populonia) entroterra campigliese, provenivano i minerali di ferro e rame che venivano lavorati nei suoi forni a cielo aperto detti “a basso fuoco” con annessi i relativi edifici ove la fusione veniva raffinata; ed era sempre dal suo approdo, sito nello splendido e protetto Golfo di Baratti, che ripartivano altre navi con il prodotto finito. Un lavoro a ciclo continuo alimentato da centinaia di schiavi che attendevano alla fusione dei metalli.

Tito Livio ci racconta che nel 205 a.C. Populonia fornì a Scipione l’Africano, durante la seconda guerra punica, il ferro necessario per la spedizione in Africa. Comunque la città, anche sotto l’egemonia di Roma, ebbe sempre una certa autonomia infatti continuò a battere moneta propria ed i Romani (furbescamente visto che comunque alla Caput Mundi pagavano fior di decime) non intaccarono mai la sua estesissima rete di commerci. Il bello è che il lavorare il ferro per varie centinaia di anni, con le modalità dell’epoca, fece in modo che si produssero vere e proprie collinette artificiali di scorie. Ciò fino ad andare a coprire tutta la vallata fra il monte ed il mare ed, in una sorta di “ordalia fusoria”, addirittura le loro necropoli di S. Cerbone, del Poggio della Porcareccia, del Poggio del Conchino e gli edifici e le mura del Poggio della Porcareccia e del Poggio della Guardiola (scavate nella tenera calcarenite) che furono riscoperte (in senso letterale) solo dal 1920 al 1957 con la concessione data dallo Stato a due società: l’Ilva e la Populonia che riportarono alla luce i siti suddetti andando a sfruttare, con metodi moderni, tutte le grandi quantità di scorie ferrose lasciate dagli antichi sistemi etruschi di lavorazione.

Chiaramente una realtà così benestante, nel periodo del suo massimo fulgore (VII-IV sec. a.C.), si poté permettere i maggiori agi ed i migliori artisti e di ciò abbiamo delle bellissime testimonianze archeologiche come quella della splendida statua di bronzo detta l’Apollo di Piombino (al Louvre), la bellissima Anfora d’argento di Baratti (al Museo di Piombino), capolavoro d’arte tardo antica con su incise 132 raffigurazioni di divinità su altrettanti clipei (scudi) decorativi, che raccontano dell’alternarsi delle stagioni, di cortei iniziatici ed epifanie divine, i due carri del corredo funebre della Tomba dei Carri (conservati al Museo Archeologico di Firenze), una coppa a figure rosse del ceramografo attico detto “di Pentesilea” datata alla metà del V secolo a.C., un tesoretto di monete in argento, databile all’età imperiale, trovato, per caso, nel 2002 nel mare di Rimigliano (zona subito a nord di Populonia) e poi un rinvenimento eccezionale di armi concrezionate in bronzo e ferro, venuto alla luce sulla spiaggia di Baratti nel 1996, e se ciò non bastasse a testimoniare la grande opulenza della Fufluna etrusca prima e della Populonia romana poi alle meraviglie succitate si aggiunge anche uno splendido cratere a figure rosse di produzione attica, opera di un ceramografo attivo all’interno dell’officina del “Pittore di Firenze” (metà del V secolo a.C.), cratere raffigurante uno dei miti legato alla fecondità. Queste e tantissime altre cose, in tutti i sensi molto preziose, si possono ammirare all’interno del percorso diacronico, che ha come chiave di lettura il rapporto storico tra uomo, territorio e risorse, fra le quali assume particolare rilievo il tema della produzione siderurgica antica e recente.

Un percorso storico-culturale veramente pregevole allestito all’interno dell’importante Museo Archeologico di Piombino di cui il territorio di Populonia fa parte. Su Fufluna ed i suoi contatti-commerci con tutte le popolazioni del Mediterraneo ci sarebbe ancora tantissimo da dire, ma manca lo spazio; aggiungo solo della ottima validità, anche naturalistica e storica, del Parco Archeologico di Baratti e Populonia e del suo territorio che comprende i territori dell’Alta Val di Cornia, di Campiglia, di Suvereto e di San Vincenzo.

Una curiosità a proposito degli abitanti di Fufluna: lo sapevate che gli antichi romani li consideravano i più libertini e gaudenti in assoluto di tutta l’Etruria e citavano le loro donne come quelle dai “costumi” più facili in assoluto fra tutte le etrusche le quali, in questo senso, già godevano di una certa qual nomea, non proprio meritatissima, in quanto con molta “modernità” rivestivano un ruolo fondamentale nell’ambito dell’economia famigliare e non solo il che le rendeva, per l’epoca, piuttosto indipendenti rispetto all’uomo.

Insomma Fufluna una sorta di “città tempio” del tanto lavoro, della tanta ricchezza e della tanta lussuria? Ai nostri giorni, al limite del Golfo di Baratti (che, fra l’altro, è un luogo splendido, da far invidia alle più rinomate località straniere del genere, il quale vanta un mare ipertrasparente ove nuotando, a pochi metri dalla riva, si incontrano variegati branchi di pesci come se ci si trovasse in una incredibile nursery ittica – ndr) nella zona dello Scoglio dello Stellino (guardando dalla riva è fuori dalla punta destra del golfo – ndr), ad un centinaio di metri da terra, il 2 febbraio 1989 sembra che un grande squalo bianco (stimato di 7 metri di lunghezza!) uccise un subacqueo di Piombino che si chiamava Luciano Costanzo dilaniandolo e trascinandolo a sparire per sempre nelle profondità del mare; la cosa (che accese un grande e controverso interesse mediatico) non è stata mai chiarita completamente e la conclusa indagine scrisse di quel sub: “disperso in mare”.

Insomma una sorta di mistero moderno di quella Populonia già Fufluna antica mega “fucina” etrusca insediata direttamente sulle rive di un mare in cui sicuramente non mancavano, neppure all’epoca, gli squali (sono oltre 300 milioni di anni che esistono), i quali magari seguivano fino in prossimità del porto (se non proprio fin dentro ad esso) tutto il flusso di navi che andavano e venivano dal sicuro e molto ridossato approdo etrusco – romano di quello che, attualmente, viene chiamato golfo di Baratti.

 

Arnaldo GioacchiniMembro del Comitato Tecnico Scientifico dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale Unesco

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