L’estate dell’austerità civitavecchiese

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Civitavecchia non naviga certo nell’oro, si sa. La narrazione pentastellata ce lo racconta da tre anni e, sommessamente, sembra che il civitavecchiese medio si sia più o meno rassegnato ai tempi dell’austerità grillina. In effetti proprio di austerità parliamo, proprio quella che ancora oggi infesta i governi europei a trazione tedesca e per i quali i parametri della troika sembrano essere il vangelo, senza nessuna possibilità di scampo. Sembra a volte che quegli stessi governi europei siano come malati della sindrome di Stoccolma, innamorati dei propri aguzzini. Il tono e la postura della “umanità nova” grillina nella fu città d’incanto non si discosta molto, certamente in piccolo, dalle linee di condotta di Juncker e soci. Il dominio della tecnica carolingia sulla democrazia ateniese. E il paradosso su cui nessuno avrebbe scommesso un euro è che quello che doveva essere il governo più politico e democratico della storia cittadina, si candidi oggi ad essere il governo più tecnico e burocratico che abbiamo mai visto. Naturalmente l’entourage grillino si affretterà a rivendicare il senso di responsabilità impostogli dalla crudezza dei numeri rappresentati da debiti stratificati nei decenni, dalla incapacità e dalla sciatteria e/o ruberia delle amministrazioni passate. Il racconto non funziona più, non convince più molti degli stessi aderenti al Movimento. Tutto ciò poteva valere il primo anno, forse anno e mezzo. Sembra che questa anomala dimensione da ragionieri, da fan club della corte dei conti calzi invece a pennello a Cozzolino e company. Questo per due ragioni: la prima è senza dubbio lo shock prodottosi con l’elezione, con la scoperta dell’amministrazione, del lavoro duro per rispondere ai cittadini e soprattutto della scoperta che “un conto è parlar di morte, altro è morire”, ossia la complessità del governo della macchina amministrativa. La seconda, che è necessariamente subordinata alla prima, attiene alla strutturale mancanza, dentro il cinque stelle, di una qualsivoglia complessiva linea politica, di visione generale. Se ci pensiamo bene, non poteva essere diversamente. Orientamenti, storie, culture, militanze politiche diametralmente opposte unite da qualche slogan trasversale. Ecco quindi la ciambella di salvataggio del rigore, dell’austerità, del primato dei numeri sulla politica. Una manna dal cielo.
Le idee (posto che ve ne siano) sostituite, o compensate, dai numeri; la corte dei conti conta più del popolo: è a questa che i grillini al governo della città riservano tutte le attenzioni. Palazzo del Pincio è vicino ed accessibile, ma sembra una cittadella fortificata dentro la quale si barricano gli amministratori, che non si vedono e non si sentono se non per qualche contro risposta alle opposizioni. L’estate a Civitavecchia è torrida e l’austerity tocca persino i beni di prima necessità come l’acqua: non c’è! In alcune zone da mesi, in altre quando c’è è inquinata: colibatteri fecali, tecnicamente merda. L’austerity tocca tutto, compresi i cavalli di battaglia di molti ex guerrieri senza paura. Non parlano più di vertenze contro i poteri forti, dell’acqua a port utility, della mobilitazione della città contro l’inquinamento, della democrazia diretta, eccetera, eccetera, eccetera. Il dramma è la desertificazione della città, sul piano estetico, sociale, politico ed economico. Ma soprattutto l’austerità è nella democrazia. Mai la città è stata così silente, rassegnata, senza strumenti di partecipazione.
Il cartellone estivo civitavecchiese è la dimostrazione plastica di questo vuoto, di questa mancanza di idee e programmazione. Nessuno pensa che un’amministrazione debba “strumentalizzare” la cultura, ma tutti pretendono che questa agisca dando un indirizzo alla politica culturale, che si faccia promotrice di qualsivoglia messaggio, purché abbia una linea, una strategia, un senso. Delegare per intero ai privati il cartellone estivo è derogare alla propria soggettività di città. Mettere insieme tutto il trash nazionale a parametro zero, tra basi midi stile Karaoke e perizomi brasiliani, non è risparmiare, ma è un patetico tentativo di nascondere la totale mancanza di cultura, di sperimentazione e di idee.

Ismaele De Crescenzo

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