La triste fine del Mattatoio

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CIVITAVECCHIA – Che fine ha fatto il Mattatoio? Questa domanda ce la facevamo da un po’ di tempo. Oggi il vecchio stabile di via del gazometro è tornato alla ribalta della cronaca perché inserito nel discusso fondo immobiliare proposto dall’amministrazione comunale. Nei progetti della giunta pentastellata: un parcheggio multipiano.

Sembra questo il triste epilogo della grande struttura comunale a ridosso del porto. Eppure, per tanti anni il “fu” centro sociale occupato nel Dicembre del 2001,esattamente l’8 Dicembre, giorno dell’immacolata, resistette a vari tentativi di speculazione immobiliare. Del resto, un’area di più di 1600mq tra la Via Aurelia e le banchine delle Autostrade del Mare, non poteva che ingenerare appetiti, certamente legittimi, di Comune, Autorità Portuale e forze imprenditoriali. Ma la sorte da un lato e la caparbietà degli occupanti, dall’altro, avevano sempre impedito che quella struttura potesse tornare nelle disponibilità istituzionali.

Ma proprio il mese di Dicembre, stavolta del 2014, il vecchio centro sociale  dovette soccombere niente di meno che ai carabinieri. Attraverso una perquisizione,  furono rinvenute discrete quantità di hashish e posto in arresto il presunto proprietario. Locale inizialmente sottoposto a sigilli per le indagine e nei fatti sgomberato. Tutto ciò con qualche flash giornalistico nella cronaca giudiziaria, ma nessuna levata di scudi sul piano politico, culturale o negli ambienti della Civitavecchia giovane e “alternativa”.

In realtà la sensazione è che in molti, più o meno inconsciamente, quasi si aspettassero una fine del genere.

Abbiamo provato a parlarne con Ismele De Crescenzo che dal 2001 al 2003 ha vissuto in prima persona le vicende di un’esperienza senz’altro anomala e controcorrente, per certi aspetti l’unica forma di autorganizzazione giovanile che la città ricordi negli ultimi trent’anni, dalla quale sono transitate diverse centinaia di ragazze e ragazzi della nostra città e del comprensorio.

Si poteva evitare, almeno nel modo in cui si è consumata, una fine del genere?

“Penso di si. Proposi qualche mese prima, dopo tanti anni che non ci mettevo più piede, ai pochi che ancora avevano l’ambizione di gestire quel posto, di riorganizzarsi in associazione culturale e cercare di aprire una nuova fase di consenso e di partecipazione attraverso un tesseramento e un rilancio delle attività. L’epilogo del centro sociale è il prodotto di una mancanza di visione e di cultura, dentro le quali c’è l’effetto collaterale mortale dello spazio come proprietà privata”.

Cosa intendi per proprietà privata?

Intendo dire che l’ex Mattatoio nacque proprio per rispondere ad un bisogno di socialità, di partecipazione. Più semplicemente avevamo bisogno di uno spazio dove poterci esprimere, fare arte, politica, attività di tutti i tipi. Riuscimmo ad occuparlo perché coinvolgemmo tutti e tutti ebbero spazio e opportunità. Se un posto sociale e pubblico diventa ‘proprietà esclusiva’ di qualche persona muore.  Il centro sociale era diventato questo. Non a caso non c’è stata nessuna rioccupazione, nessuna protesta”.

Cronaca di una morte annunciata, quindi?

“Non voglio dare la colpa in toto agli ultimi ‘gestori’, ragazzi che conosco e che hanno provato a fare qualcosa. La realtà è che questa esperienza ha pagato sempre il trauma della divisione iniziale. Nel centro sociale ‘storico’ dei primi anni ci fu una contrapposizione tra chi pensava al centro come strumento di lotta e autorganizzazione sociale, culturale e  politica (erano gli anni della lotta contro il carbone, Ndr), e chi lo pensava come un fine, magari dove produrre reddito o a scopi abitativi. La mancata sintesi di queste due posizioni ha creato la diaspora. Ha prevalso la seconda linea e gli altri, peraltro quelli che lo avevano occupato il posto, sono stati allontanati. Credo che in quel momento sia nato il problema dell’uso privato”.

Un’esperienza complessa, quindi. La consiglieresti ai ventenni di oggi?

“Assolutamente si. Il problema è che, almeno nel nostro territorio, non ho nessuna percezione di movimenti giovanili in questo senso. L’occupazione di un centro sociale ha dentro l’idea di una  comunità in movimento. Fu bellissimo.  una rivoluzione permanente dove tutto è nuovo. Dormire nel posto per presidiarlo, organizzare tutto quello che vuoi, la musica, i concerti, le assemblee, le cotte e gli innamoramenti.  Un’esperienza radicale che mi ha fatto comprendere molto anche sul funzionamento dei rapporti interpersonali, sulla politica, sulla vita. Sembra incredibile, ma occupammo il centro sociale 10 anni dopo l’ondata delle occupazioni degli spazi in tutta Italia. Non contenti, lo facemmo sotto una giunta di destra (De Sio). La prima nella storia di Civitavecchia. Correva l’anno 2001, cinque mesi dopo il G8 di Genova”.

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