La morte e la follia nell’irriverente “Arsenico” di Marinelli

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CIVITAVECCHIA – Chi potrebbe immaginare una storia di omicidi in una cornice così “kitsch” quasi alla Carroll, in cui la protagonista è un’immensa teiera azzurra? La risposta è Giancarlo Marinelli, giovane regista di “Arsenico e vecchi merletti” di Joseph Kesserling, andato in scena lo scorso weekend presso il teatro Traiano di Civitavecchia.
In una scenografia surreale e straordinariamente colorata infatti si muovono Ivana Monti e Paola Quattrini, nei panni di due anziane signore apparentemente molto perbene, e Sergio Muniz nelle vesti del loro nipote Mortimer dall’inspiegabile accento spagnolo. Le due donne appaiono sin da subito come le classiche ereditiere molto stimate dalla piccola cittadinanza di Brooklyn e raffiguranti quasi un’icona nel vicinato per la loro generosità disinteressata; ma in realtà nascondono un segreto, anzi dodici segreti: nella loro cantina trasformata in un cimitero per quelle anime sole che le due benefattrici si occupanodi traghettare nell’aldilà con un poco di arsenico nel vino. Segreti che, scoperti dal nipote ingenuo e incredulo, iniziano a creare problemi quando si ripresenta a casa, dopo anni di assenza, un altro nipote dalle sembianze di Frankeinstein, anch’egli recante con sè il vanto di 12 omicidi.
Come da maunale per una commedia, lo scioglimento sopraggiunge senza troppi problemi con l’incarcerazione del nipote “cattivo” e la reclusione delle due donne in un ricovero per insani di mente insieme al terzo nipote che per tutto lo spettacolo si presenta come il Presidente Roosvelt, lasciando così la casa a Mortimer che si rivela essere stato adottato dalla famiglia, divenendo così libero dal peso della furia omicida e della follia che sembrano appartenere da generazioni alla famiglia Brewster.
E’ proprio quello dell’unità familiare il tema cardine dello spettacolo, che pur sviluppandosi in una guisa a dir poco paradossale, cela dietro il velo dell’assurdo l’importanza dei legami di sangue sino al finale tragicomico, che mostra l’ennesima eutanasia praticata dalle due donne nei confronti del direttore del manicomio rimasto solo e di conseguenza senza alcuna ragione di vita.
E’ infatti la solitudine a scatenare l’ignegno delle signore Brewster, convinte che la morte possa essere la soluzione per chi ormai non ha più nessuno con cui condividere la propria vita, rendendo anche l’omicidio una forma di beneficienza. Su questa falsa riga di una quasi rassicurante naturalità con cui viene mostrato il tema della morte, si sviluppa anche quello della follia, una follia assecondata che non getta la famiglia in confusione o nello sconforto, ma che costituisce anzi una preziosa risorsa.
Si tratta di una messa in scena assolutamente leggera e irriverente, dove non c’è da chiedersi il perchè, ma solo da ridere con gli interpreti di quanto spesso tendiamo a considerare parecchi aspetti molto tragici e poco comici.

Giordana Neri

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