“La Compagnia portuale resisterà, ma il Jobs Act sarà un bagno di sangue”

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CIVITAVECCHIA – “Quando tra due anni finiranno le agevolazioni fiscali del Jobs Act, ci sarà un bagno di sangue”. Ne è convinto il Presidente della Compagnia Portuale Enrico Luciani, che non ha dubbi nel prefigurare i futuri scenari del sistema lavorativo nazionale con la contestata riforma approvata lo scorso anno dal Governo Renzi. E lo fa dalla roccaforte della Cpc, ultimo baluardo della cooperazione sociale, dove nonostante la crisi, le riforme e i drammatici dati nazionali sul lavoro in questi ultimi anni, i diritti dei lavoratori sono rimasti integri; così come i livelli occupazionali.

“Dal 2011 al 2014 – spiega Luciani – quando gli effetti della crisi si sono fatti veementi, la Compagnia ha perso quasi il 30% del suo fatturato, con bilanci in passivo fino al 2015. Troppo dirompente la crisi in settori strategici come le acciaierie di Terni e l’industria di Civitacastellana. Poi è cominciata la lenta risalita, grazie soprattutto al forte impulso dato dalla movimentazione delle auto nel Porto, e dallo scorso anno i bilanci della Cpc sono tornati in attivo. Ma in questi 4 anni di crisi la Compagnia portuale non solo non ha licenziato nessuno, ma senza nemmeno fare mai ricorso alla Cassa integrazione ha anche mantenuto i suoi livelli occupazionali, favorendo il turn over con l’uscita anticipata dal lavoro da parte di chi poteva godere dei benefici della Legge sull’amianto; soci ai quali abbiamo riscattato diversi anni di contributi consentendogli lo scivolo e rendendo possibili nuovi assunzioni. Contestualmente, con il Jobs Act, da giugno 2015 abbiamo stabilizzato 60 lavoratori, confermando il tetto dei 200 soci complessivi che vanta oggi la nostra Compagnia”.   

Cosa preoccupa allora del Jobs Act, se ha consentito 60 ulteriori assunzioni?

“Premesso che i nuovi 60 soci li avremmo assunti comunque, la Compagnia portuale di Civitavecchia è una realtà a parte dove i lavoratori vengono tutelati sempre e comunque. Ciò significa che quando tra due anni termineranno gli sgravi fiscali del Governo noi garantiremo in ogni caso a questi 60 lavoratori il lavoro a tempo indeterminato, anche a costo di stringere la cinghia e fare ulteriori sacrifici, come abbiamo sempre fatto, nel nome di quella cooperazione sociale che ci ha sempre contraddistinto; cooperazione vera, non quella del sistema Buzzi, ma che non è più prerogativa del mondo lavorativo italiano né mai lo è stato nelle grandi imprese”.

E quindi?

“E quindi finiti gli sgravi fiscali del Jobs Act le imprese in tutta Italia licenzieranno e sarà un bagno di sangue, dovendo fare i conti con migliaia di licenziamenti, resi possibili da un perverso gioco normativo di quello stesso Governo che, mentre oggi consente di assumere, domani con l’abolizione dell’articolo 18 consente di licenziare. E i licenziamenti arriveranno, perché nelle imprese prevale la logica del profitto. Basta guardarsi intorno, dentro al nostro Porto, e vedere quello che sta succedendo già ora in alcune imprese per rendersene conto”.

Il giudizio sul Jobs Act dunque è già negativo?

“Assolutamente sì, è stato un provvedimento insensato e sbagliato nella sua genesi. Soltanto una cascata di finanziamenti a pioggia, con effetti a breve termine e non duraturi, invece di interventi strutturali che, con le stesse cifre messe in campo, potevano garantire lavoro stabile per un lungo periodo”.

Che tipo di interventi strutturali?

“Ad esempio l’abolizione di imposte come l’Irap o sgravi fiscali sulla effettiva produttività delle imprese. O ancora la separazione dell’assistenza dalla previdenza nell’Inps, le cui casse dovrebbero essere finalizzate esclusivamente al pensionamento, liberando risorse significative per l’uscita dal lavoro. Invece il deficit generato dall’assistenza, che dovrebbe essere scorporato e coperto dalle risorse dello Stato invece che dai contributi previdenziali dei lavoratori, ha prodotto quel mostro che si chiama riforma Fornero con cui si è ritardato in modo vergognoso l’uscita dal lavoro per milioni di italiani, senza alcuna distinzione, senza una reale consapevolezza di cosa significhi in certi settori lavoratori andare in pensione a 67 anni. L’esempio dei lavoratori portuali valga su tutti: obbligare persone che si calano nelle stive a 30 metri di profondità, che respirano ogni giorno inquinamento, che sollevano quotidianamente quintali di merci a lavorare fino a 67 anni lo posso definire semplicemente criminale”.

Quale futuro attende la Compagnia portuale allora?

“Non nascondo che un po’ di preoccupazione c’è, soprattutto a partire dal prossimo anno quando scadranno i contratti con alcuni grandi armatori nel Porto e ai quali dovremo comunque chiedere un aumento delle tariffe, ferme da tantissimi anni. Ma sono ottimista, perché la Compagnia portuale è solida e come è sempre accaduto, anche nei momenti di maggiore difficoltà, saprà fare ulteriori sacrifici, se necessario, per garantire lavoro e diritti a tutti i suoi soci. Siamo sopravvissuti ad ogni crisi senza mai un aiuto di Stato. Posso dire con orgoglio che siamo un modello virtuoso che andrebbe preso ad esempio ed esportato in tutta Europa, perché la Compagnia portuale Civitavecchia è la dimostrazione che lavoro e diritti possono realmente coesistere”.

Marco Galice

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