“Il mio Capodanno nella Parigi in guerra”

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Mi è capitato di soggiornare a Parigi nei giorni successivi al Natale. Un viaggio programmato da tempo, da ben prima che la furia omicida del terrorismo sconvolgesse la città e il mondo intero in quella funesta notte di Venerdì 13 Novembre. La realtà è che avevo anche io vacillato sulla opportunità di fare quel viaggio, angosciato, come tanti, dalla possibilità che quella giornata potesse essere il preludio di una lunga stagione di guerra e terrorismo nelle metropoli occidentali. Con il passare dei giorni il buon senso e la calma hanno prevalso, sconfiggendo scetticismo e paranoia. La decisione è stata quindi di partire, ed è stata giusta.
Parigi è una delle città più belle del mondo, la sua atmosfera è magica. Ma questo è risaputo. Parigi nell’epoca della guerra e del terrorismo è invece fenomeno anomalo, che poco ha a che fare con la sua natura, soprattutto nel momento delle feste natalizie. E’ stato inevitabile farmi attraversare da un desiderio di vivere la città, in quei pochi giorni e con occhi curiosi, non solo per le sue bellezze maestose e mozzafiato, ma soprattutto per comprenderne i mutamenti nella vita quotidiana. In questo ho trovato molteplici spunti di riflessione e contraddizioni straordinarie che rappresentano, io credo, l’essenza di quello che sta vivendo l’Occidente in questa sua fase difficile.
A Parigi c’è l’esercito in strada. Una presenza discreta e silenziosa, ma ben visibile. Esercito e polizia in tutti i luoghi simbolo della città. Dalle Torre Eiffel al Louvre, dagli Champs elysees all’arco di Trionfo, da Notredame a Monmartre. Mitra spianati e metal detector, file per i controlli ovunque, anche per prendere il battello sulla Senna o per entrare al museo d’Orsay. Inizialmente è dura, la sensazione è che possa capitare qualcosa di brutto, ricapitare. Ma poi ti guardi intorno e la città è in movimento, stracolma di persone, di musica, di luci, di locali e cafè. La vita va incredibilmente avanti e i parisiens sono straordinariamente ordinati nel rifiutare le limitazioni che produce lo stato di emergenza permanente e la militarizzazione del territorio. I tre chilometri di bancarelle ai Campi Elisi e le file gioiose dei bambini per la ruota panoramica tricolore, in contrapposizione al nero dello Stato Islamico. La contesa diventa sul piano simbolico, persino cromatico. Parigi non è mai stata così inondata di luci. Ma l’orgogliosa e coraggiosa reazione parigina nasconde gli inevitabili effetti collaterali che una nazione in guerra, come dichiarato dal presidente Hollande, determina. Place de la Republique diventa quindi, da luogo simbolo delle adunate anti terrore, presidio permanente dei sans papiers, ovvero i migranti senza documenti, che con gli attacchi del 13 Novembre hanno visto peggiorare la loro condizione di richiedenti documenti o asilo. Lo stesso peggioramento di condizione che hanno avuto i lavoratori del trasporto, costretti a interminabili controlli alle frontiere. Solo i primi effetti del terrore che inevitabilmente pagano e pagheranno i normali cittadini, i lavoratori, gli ultimi.
La sicurezza dal terrorismo come limitazione delle libertà individuali, la guerra come strumento di risoluzione. Questa un po’ l’aria che intercettavo provando a leggere i giornali francesi o ascoltando le radio nei taxi o la televisione in albergo. Un errore tragico.
E mentre provavo a riordinare le idee, mi è venuto spontaneo pensare di andare sul campo, nel luogo del misfatto, al Bataclan. Non da turista del macabro, ma come osservatore cosciente di un pezzo di storia di questo nostro mondo. In un quartiere normale, come a Roma può essere Testaccio, in una traversa di rue Voltaire, ecco il Bataclan. Sul marciapiede opposto all’entrata del locale centinaia di fiori, foto, messaggi, candele. Un nodo in gola ed ecco la foto con la bandiera italiana di Valeria Solesin, assassinata anche lei quel 13 Novembre. Pacifista di Emergency.

Ismaele De Crescenzo

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