Il fascino eterno della Processione, tra pubblico e penitenti

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CIVITAVECCHIA – “E’ un contatto diretto con Dio, non ci sono altre parole per spiegarlo”: è così che una penitente anonima ha descritto l’esperienza della processione del venerdì santo che ogni anno anima le vie cittadine. “Dio lo senti, cammina con te sin dall’inizio, quando la sensazione dominante è quella energica dell’adrenalina che ti scorre dentro e poi lascia spazio a emozioni fortissime, sebbene vissute nell’intimità di una continua preghiera con il signore”.

La presenza di tante altre persone, tra figuranti e spettatori, non mina l’integrità di quell’intimità tipica di una dimensione di preghiera?

processione3“No perché io mi isolo completamente dal contesto esterno, sono sola con Dio in quel momento e non ascolto nessun altro. Per me è un’occasione di preghiera e confessione, il resto conta poco. Vedo molte persone che fanno questa esperienza non capendo cosa significhi realmente, solo per provare; personalmente non lo trovo opportuno e rispettoso ma come ho detto non mi curo troppo degli altri per me è un momento molto personale e profondo. Bisogna cercare di non lasciarsi distrarre da coloro che si prendono gioco di questa cosa, a me è capitato di vedere persone che lanciavano sassi e vetri sotto ai piedi dei penitenti scalzi e purtroppo una volta mi sono anche tagliata per via di queste bravate. Mi rincuora però sapere con certezza che molti di coloro che partecipano sono veramente fedeli e cercano le stesse cose che cerco io, intimità, confessione, ma soprattutto vicinanza con Dio”.

processione4Lo si vede dagli occhi di chi guarda: vi sono quelli accesi di curiosità, quelli celanti uno sbadiglio latente, quelli nascosti dalla lente di una fotocamera o quelli che con freddezza tradiscono un certo distacco, ché quelle catene non si portano mica da sole. Lo si sente anche dalle parole di chi guarda: “Ma chi glielo fa fare?”, “E quello da che s’è vestito?”, “Beh comunque te deve piace’ altrimenti non lo fai”, “Scusi eh però se levi che io sto qua da un’ora a prende il posto”. Ma il posto per cosa? Per filmare come fosse un saggio di danza il nipote che reca appesi al collo simboli quasi più vecchi dell’uomo, perché si sa che le cose si vedono meglio in pole position o forse per arrogarsi il diritto di spiegare ai bambini assetati di risposte cosa significano tutte quelle croci, tutti quei visi coperti, raccontando di storie e falsi miti che si aggiungono al peso del legno sulle spalle, del ferro nei palmi delle mani. Non è un caso che i penitenti siano la sezione che più attragga e incuriosisca il pubblico, definita spesso come la parte più importante dell’intera processione e in ogni caso quella da cui dipende l’uscita della stessa nel caso in cui il venerdì santo versi in condizioni metereologiche sfavorevoli. Non lo si fa neanche con tracotanza, chiedersi cosa trascinino quelle catene, chi si nasconda dietro quelle tuniche, cosa si nasconda dietro quelle vite; ma ci sono la musica composta delle bande, il canto del parroco, le istruzioni più o meno udibili dei confratelli, a distogliere necessariamente e legittimamente le menti da quella che chi la vive descrive come una preghiera continua e un momento sacro di processione5riconciliazione. Le domande e i commenti rumorosi sono accessori indesiderati e incontrollati che la discrezione di ognuno dovrebbe frenare. La tradizione, come la religione, merita anch’essa un grandissimo margine di tutela, e questa non può che pervenire dalla strenua voglia dei cittadini di addobbare con la loro presenza i bordi delle strade anno dopo anno. Ma coloro che sfilano nel centro meritano rispetto, un rispetto che da dentro spesso non viene percepito, un rispetto che solo il silenzio, forse una delle più alte forme di civiltà, può assicurare. (foto di Giordana Neri e Flavia Forestieri)

Giordana Neri

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