“Cervelli in fuga”. Trump è una sfida per l’umanità, ma gli States restano il paese della meritocrazia

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Direttamente dagli States, nel pieno effetto del ciclone Trump, l’esperienza di un altro “Cervello in fuga” dall’Italia: Giovanni Moraja, 40 anni di Ostia, da sette a San Francisco dove ha avviato una società di digital design. La sua esperienza in questa intervista dove affronta con grande lucidità le profonde ma anche contraddittorie differenze tra gli Usa e l’Italia.

Da quanto tempo ti sei trasferito? Perché hai deciso di lasciare l’Italia?

“Sono partito per gli States nel 2010. E’ stata una decisione presa all’ultimo momento, frustrato da una situazione lavorativa stabile ma stagnante, decisi di rimettermi in gioco e cercare nuove opportunità all’estero. Avevo già il biglietto fatto per Londra ma una settimana prima della partenza ho contattato un amico in Silicon Valley e gli ho chiesto se avesse intenzione di prendermi come stagista nella sua società, mi risposto di si e da li è cambiato tutto”.

Qual è stata la tua formazione e quali esperienze lavorative hai accumulato?

“Ho una laurea breve in Scienze Politiche e una formazione in digital design. Ho iniziato a lavorare come visual designer per poi passare al design della User Experience, cioè ad un design più logico che visual, focalizzato a rendere le interfacce digitali (smartphones, tablets, desktop e in generale qualsiasi tipo di terminale) intuitive, semplici ed efficaci”. 

Di cosa ti occupi attualmente?

“Ora ho una società di digital design, Vertical (www.vertical.is), incentrata sulla User Experience e sull’inclusività, cioè sul rendere fruibili i prodotti dei nostri clienti anche agli utenti con disabilità. E’ un processo di sviluppo più lungo del normale e pieno di sfide ma proprio per questo più stimolante”.

Quali differenze hai riscontrato, a livello di servizi e di qualità della vita, tra l’Italia e gli States?

“Gli States sono una realtà enorme al cui interno trovi tutto e l’opposto di tutto, vedi le ultime elezioni in cui il paese si è spaccato a metà. Non si può generalizzare ma è indubbio che i servizi funzionino meglio che in Italia. Questo è dovuto da una parte ad una macchina burocratica che funziona meglio ma anche (se non soprattutto) ad una mentalità diversa. Non c’è una cultura del ‘furbetto’ cosi diffusa come da noi. E’ facile e comprensibile far ricadere nella classe politica la causa di tutti i nostri mali ma dimentichiamo che la classe politica siamo noi. E’ l’impiegato che fa timbrare il cartellino al collega, il proprietario di casa che costruisce illegalmente e condona, l’evasore fiscale, il passeggero che non timbra il biglietto. Il problema non è solo nelle grandi ed indubbie responsabilità di chi ci governa ma anche nelle piccole scorciatoie che cerchiamo ogni giorno, che convalidano questo comportamento e lo rendono in qualche modo accettabile. Poi per fortuna abbiamo infinite qualità, però questo credo sia un male radicato che ci impedisce di crescere. Per quanto riguarda la qualità della vita invece qui la situazione non è rosea. L’Italia è un paese più umano, più solidale. Gli States hanno una cultura più individualista, l’altra faccia della medaglia della meritocrazia. Se da una parte ricevi la possibilità di dimostrare le tue qualità, dall’altra se per qualsiasi motivo qualcosa va storto è molto più facile ritrovarsi da soli. Un esempio su tutti: l’assenza di un’assistenza sanitaria”. 

È stato facile ambientarti e come lo hai fatto?

“Si e no. La California è un posto fantastico, pieno di persone motivate, positive, aperte, progressiste. Ci sono comunque differenze culturali (vedi sopra) con cui è più difficile fare i conti. Però sì, piano piano ci si ambienta, l’importante è essere aperti al nuovo ed al diverso”.

Come giudichi l’elezione a Presidente di Trump? Credi che possano essere introdotte norme più restrittive per chi, come te, si è trasferito per lavoro negli Usa?

“L’elezione di una figura come Trump alla guida di un paese come gli States rappresenta una grande sfida per l’umanità. Quest’uomo ha tirato fuori quanto di più ripugnante ci sia nell’essere umano e rischia di portare l’Occidente ad una crisi senza precedenti. Si, ci saranno più problemi per chiunque si voglia trasferire negli States d’ora in poi ma questo non vuol dire rassegnarsi, anzi, è proprio ora il momento di rimboccarsi le maniche e lottare quotidianamente per riaffermare i valori positivi non solo degli americani ma di tutta l’umanità”.

Torni spesso a casa? E che idea ti sei fatto dell’Italia quando la rivedi?

“Torno due volte l’anno. L’Italia mi manca. La vedo stanca ed impantanata negli stessi problemi di sempre, ma anche fantastica. E’ pieno di persone che hanno davvero voglia di fare, creatività, spirito di sacrificio, dedizione e passione. Quando vogliamo abbiamo davvero una marcia in più, è proprio vero nonostante sia una frase fatta”.

I “cervelli” italiani sono davvero destinati a fuggire? 

“No, ma ci vorrà del tempo prima che le cose cambino. Ci vogliono leggi diverse, meno pressione fiscale ed una burocrazia più snella. Per aprire la società negli States ci ho messo una settimana e $1.000, in Italia ci ho messo mesi e 10.000 euro tra notai, timbri ed avvocati. Altri 10.000 euro per chiuderla. E poi ci sono le tasse, eccessive, sui lavoratori dipendenti. E’ davvero dura fare impresa in Italia. La cosa però più importante è che cambi la mentalità, l’Italia deve diventare un paese meritocratico”. 

Hai in programma di tornare prima o poi a lavorare in Italia oppure la tua vita ormai è lontana da qui?

“Non lo so. Mi piacerebbe sicuramente passare molto più tempo in Italia, per la mia famiglia, mia figlia e gli affetti che sono rimasti invariati dopo tanto tempo. Per ora lascio le porte aperte a nuove strade e continuo a camminare”.

Marco Galice

 

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