“Cervelli in fuga”. Studio a Bruxelles sperando poi di lavorare in Italia

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CIVITAVECCHIA – In questo clima nazionale dove lo scetticismo e il separatismo non hanno difficoltà a dilagare tra l’opinione pubblica, l’Unione Europea si presenta come una medaglia a due facce: da una parte viene considerata come un ostacolo allo sviluppo del nostro Paese, dall’altra come una preziosa risorsa per chi ne ha compresa la portata ed intende far parte di un meccanismo molto più oliato di quello che crediamo. È il caso di Chiara Fratalia, una ragazza civitavecchiese di 23 anni che, con le sue inusuali competenze, aspira a dare il meglio di sé in due contesti, quello nazionale e quello europeo, che da una stretta collaborazione troverebbero solo giovamento.

Dove ti trovi attualmente e da quanto tempo ti sei trasferita? È stato facile trovare un posto in cui risiedere?

“In questo momento mi trovo a Bruxelles, in cui mi sono trasferita agli inizi di settembre. Sono in un appartamento non molto lontano dall’università, che ho trovato dopo una lunga serie di visite a dir poco deludenti. Abbiamo visto case in cui, per andare dalla camera al bagno o in cucina, bisognava uscire sul pianerottolo, altre in cui nessuno puliva da anni, un’altra ancora ricavata in una soffitta con il bagno fuori dalla porta di casa. E poi, la migliore: quella con un buco nel pavimento del bagno con una scaletta a chiocciola per scendere direttamente in cucina. Dunque direi di no, non è stato facile trovare un posto dove stare: il budget da studente che va bene a Roma qui non basta e ho trovato la mia attuale casa per puro caso. E per fortuna!”

Sei partita da sola o con altre persone? Una volta arrivata è stato facile ambientarti? Come lo hai fatto?

“Vivo insieme ad una mia amica e facciamo entrambe parte di un gruppo di dieci ragazzi della mia università, tutti selezionati per questo programma. Si tratta di un Double Degree, ovvero un programma che permette di acquisire due titoli distinti (nel mio caso, lauree magistrali in Scienze Politiche) nel tempo che normalmente ti permette di acquisirne uno soltanto. In pratica, si fa un anno nell’università italiana e uno nell’università all’estero ed entrambe riconoscono gli esami sostenuti nell’altra sede, permettendo allo studente di acquisire entrambi i titoli finali dei corsi di laurea seguiti. All’inizio non è stato facile ambientarmi, perché l’università belga funziona in modo piuttosto diverso rispetto a quello a cui eravamo abituati. Inoltre non c’è molta attenzione per gli studenti di Double Degree, che sono degli ibridi tra gli studenti ordinari e gli studenti Erasmus, combinando però gli aspetti accademico-organizzativi ‘peggiori’ di entrambe queste carriere. All’inizio abbiamo fatto molto affidamento sull’ufficio internazionale della nostra università italiana, che ci ha aiutato con i problemi iniziali più importanti; successivamente abbiamo cominciato a entrare nei meccanismi dell’università belga e abbiamo piano piano imparato a risolvere le questioni che sono spuntate strada facendo. Al di fuori dell’università c’è il problema del tempo meteorologico: piove molto spesso e i momenti di sole sono più unici che rari… Non so se mi abituerò mai a questo!”

Attualmente di cosa ti occupi? Come ti sei avvicinata alla passione che ti ha portato dove sei ora e cosa rappresenta per te?

“Attualmente sto seguendo i corsi della laurea magistrale in Governo e Politiche, con la specializzazione in Politiche pubbliche. Quando ho iniziato la triennale in Scienze politiche non avevo le idee molto chiare su cosa avrei fatto dopo, ma durante il percorso ho avuto occasione di scoprire cosa mi piaceva e soprattutto cosa non mi piaceva per niente, come nel caso della carriera diplomatica. Ho cominciato a interessarmi a tutto quello che riguarda la progettazione e soprattutto la valutazione delle politiche pubbliche, ovvero l’insieme di azioni portate avanti dalla macchina statale per raggiungere determinati obiettivi ritenuti di pubblico interesse. Ho scelto poi di fare il corso in inglese, perché sono particolarmente interessata alle politiche dell’Unione Europea e perché speravo che questo mi aiutasse ad arrivare proprio dove sono adesso, a Bruxelles, che è sede degli organi politici più importanti dell’UE”.

Come mai hai deciso di lasciare la tua città? Ogni quanto vi torni? Pensi che prima o poi tornerai definitivamente nella tua nazione o progetti una carriera all’estero?

“Non direi che ho deciso di lasciare la mia città, ma piuttosto che ho deciso di cogliere un’importante opportunità che mi terrà lontana per un po’ di tempo. Del resto, Civitavecchia non ha molte opportunità per una persona con un interesse così spiccato per l’UE e per un percorso di studi come il mio è molto importante aver fatto delle esperienze all’estero, sia dal punto di vista della crescita personale che del bagaglio accademico e di conoscenza. Purtroppo non posso tornare particolarmente spesso perché il calendario accademico segue un ritmo piuttosto serrato, però da Roma sono solo un paio di ore di volo e ho già ricevuto diverse visite da parenti e amici. Per quanto riguarda la carriera all’estero, devo dire che non mi farebbe particolarmente piacere trascorrere la mia intera vita lavorativa all’estero: ho studiato in Italia e vorrei in qualche modo ‘restituire il favore’ lavorando in Italia. D’altra parte, una carriera a livello europeo non è altrettanto facilmente realizzabile dall’Italia”.

Trovi che ci siano molte differenze tra la mentalità del posto in cui ti trovi ora e quella della tua città natale?

“Né più né meno delle differenze che ci sono tra una piccola città come Civitavecchia e una grande città. Qui i rapporti interpersonali, anche coi vicini di casa, sono meno facili da sviluppare rispetto ai centri più piccoli: basti pensare che in più di tre mesi non ho ancora scambiato una parola coi miei dirimpettai. Però devo dire che sono molto sorpresa dal fatto che la vita qui non è come mi aspettavo: le persone generalmente non corrono frettolosamente per strada, difficilmente corrono dietro l’autobus, non suonano quasi mai il clacson e non sfrecciano ai semafori. Da una grande città piena di aziende e uffici mi sarei aspettata un livello di stress molto più elevato, e invece solitamente tutto scorre abbastanza tranquillo… anche troppo, in alcuni casi: per esempio, abbiamo dovuto aspettare un mese e mezzo per avere il wi-fi in casa”.

Qual è la posizione più alta che potresti ricoprire considerando il tuo ambito professionale? Credi che sarebbe ugualmente raggiungibile in Italia?

“Non saprei, tutto varia in funzione del tipo di ente per cui si lavora. Generalmente le posizioni più comuni sono policy advisor e policy officer: entrambi lavorano nell’ambito delle politiche pubbliche, con la differenza che l’officer serve sempre nello stesso ente, mentre l’advisor ‘si presta’ temporaneamente per una consulenza ad un determinato ente e/o su una determinata politica. Gli enti più grandi possono avere delle policy unit composte da diverse persone e in quel caso il grado più alto sarebbe il capo dell’unità, che si occupa generalmente di coordinare il lavoro dei componenti dell’unità e di fornire pareri qualificati. Non credo sarebbe particolarmente difficile acquisire questa posizione in Italia, considerando che finalmente tanti enti sia pubblici che soprattutto privati si stanno finalmente rendendo conto dell’importanza del lavoro nell’ambito delle policy. Sarebbe però probabilmente più difficile trovare posizioni così legate al livello dell’Unione, che qui invece sono molto diffuse”.

Che progetti hai per il futuro?

“Per ora mi sto dedicando principalmente ad un tirocinio alla European Anti-Poverty Network, che mi permette di mettere finalmente in pratica tutto quello che ho studiato in questi anni. Il tirocinio finirà a marzo, e in quel momento gran parte delle mie energie sarà dedicata alla stesura della tesi, che sarà (spero!) discussa in entrambe le università entro la fine del 2018. Non ho ancora avuto tempo di pensare a cosa farò dopo la laurea: sembra un momento così distante nel tempo, anche se so che arriverà prima del previsto. Forse dovrei cominciare a farci un pensierino…”.

 

Giordana Neri

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