“Cervelli in fuga”. Professore a Los Angeles dopo che l’Italia non ha investito nella mia ricerca

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CIVITAVECCHIA – Una storia che fa seriamente riflettere e che lascia molto amaro in bocca quella di Corinna La Rosa, 51enne civitavecchiese che ormai da quasi venti anni vive e lavora negli Stati Uniti come professore presso la City of Hope National Medical Center di Los Angeles. Un autentico “cervello in fuga” dall’Italia dove non ha trovato sostegno e investimenti per il suo prezioso e particolare lavoro di ricerca, al contrario estremamente apprezzato negli Usa, come ci racconta lei stessa in questa intervista.

Dove vivi e lavori attualmente?

“Vivo e lavoro nella contea di Los Angeles”.

Da quanto tempo ti sei trasferita? Perché hai deciso di lasciare Civitavecchia e l’Italia?

“Mi sono trasferita nel sud della California nel settembre del 1997. Ho lasciato Civitavecchia a 19 anni nel 1984 per frequentare Biologia all’Universita’ di Camerino, volevo vivere appieno l’esperienza della vita universitaria e non fare la pendolare con Roma. L’opportunità è stata fantastica, Camerino pullulava di studenti e di eventi universitari, inoltre era a meno di 1 ora dalle piste da sci (sono un’avida sciatrice) e dal mare (sono pur sempre nata in un porto e ho bisogno del sole). La mia famiglia era anche molto contenta: 2 fratelli di mio padre si erano laureati là e uno era addirittura diventato professore universitario a Camerino. Sono stati anni molto belli, non nascondo che essere la nipote di un professore era un plus, ma a me piaceva molto quello che studiavo e i risultati non mancavano. Già prima di finire la tesi di laurea (1989) il mio professore mi aveva mandato per una conferenza in Florida e al Rockfeller Institute e al NYU a New York, per apprendere alcune importanti tecniche. Poi ho vinto una borsa di dottorato all’università di Pisa e nel 1993 ho ottenuto il Dottorato di Ricerca (PhD). Dopodicheé è iniziata l’attesa per un posto di ricercatore, con 3 concorsi non vinti, borse di ricerca per condurre progetti all’Università di Losanna e Bristol, saltuari contratti di ricerca con l’università di Pisa, ma allo stesso tempo mio padre doveva finanziarmi perché comunque dovevo mantenermi e pagare l’affitto, tra un contratto e un altro. Praticamente dovevo ‘aspettare che la situazione si sbloccasse’ andando un po’ all’estero… Nel giugno del 1997 dopo aver accettato una posizione di ricercatore post-doc trovata su internet al prestigioso Karolinska (Svezia), il web da poco nato mi diede un’altra possibilita’: un post-doc in un ospedale/istituto di ricerca altrettanto prestigioso nel sud della California. A me piaceva Camerino, ma detestavo l’incerta attesa di un sistema universitario pieno di intrighi… Di certo la Svezia non faceva per me, invece la California aveva le stesse caratteristiche del posto che ero costretta a lasciare: mare+piste da sci+ricerca scientifica. Su queste basi ho rinunciato alla Svezia e sono partita per Los Angeles sapendo da subito che non sarei più tornata”.

Di cosa ti occupi attualmente e quale è stato il tuo percorso di studi e professionale?

“Sono un professore del Dipartimento di Terapie Sperimentali della City of Hope National Medical Center e mi occupo dello sviluppo di un vaccino per proteggere i nostri pazienti che ricevono un trapianto di cellule staminali dal citomegalovirus. Questo tipo di trapianto può curare i pazienti dalla leucemia o altri cancri del sangue, tuttavia la procedura include terapie immunosoppressive che possono facilitare l’insorgere di infezioni opportuniste tra le quali la riattivazione del citomegalovirus. Il nostro vaccino sperimentale sta mostrando interessanti livelli di protezione e riduce l’uso degli antivirali, farmaci molto tossici. Tutte le ottime basi accademiche e di ricerca mi sono state date dall’Università di Camerino e Pisa. Con me l’Italia ha fatto un investimento a vuoto. In America ho continuato la stessa línea di ricerca che avevo iniziato in Italia”.

È stato facile ambientarti e come lo hai fatto?

“Nel sud della California siamo tutti stranieri…E’ un melting pot, nessuno in pratica e’ a casa sua, ma a tutti piace questo grande e bel posto pieno di opportunita’ ‘for working hard and playing hard’”.

Hai avuto problemi con la lingua?

“Sin da adolescente i miei mi avevano mandato in Inghilterra durante l’estate per apprendere la lingua. All’università di Camerino avevo fatto corsi di russo, tedesco e francese. Poi avevo appreso abbastanza bene il greco grazie alla robusta presenza della comunità greca a Camerino, le reminiscenze del greco antico studiato al Guglielmotti e i miei frequenti viaggi con gli amici greci nella loro terra. A 32 anni quando mi sono trasferita a Los Angeles avevo ormai padronanza della lingua inglese e un forte British accent dovuto alla mia permanenza all’Università di Bristol. Dopo pochi mesi, mi sono resa conto che gli Americani erano innamorati dell’Italia. A quel punto mi sono liberata della maschera inglese e da allora sfodero un forbito inglese con marcato accento romano. Allo stesso tempo parlo lo spagnolo cosi’ frequentemente che la parte italiana del mio cervello a volte ha problemi, per non dire poi di quelle aree che mi facevano parlare in tedesco, francese, greco e russo…”

Quali differenze hai riscontrato tra il sistema lavorativo americano e quello italiano?

“Ho sempre lavorato molto in Italia, per me il lavoro è una passione. Non vedo differenze qui, se non per la remunerazione. Qui è un diritto guadagnare e sempre di più se si hanno risultati. In Italia è un optional…”

Più in generale, che differenze ci sono tra la società e la mentalità degli Usa e quelle dell’Italia?

“Questa è una società ‘money oriented’, con molte possibilità dovute anche alle enormi dimensioni e risorse del paese. Qui un’emigrante come me è riuscita a diventare professore senza conoscere nessuno. Dal 2010 sono anche cittadina americana, ma ho sempre mantenuto i miei ritmi e stile non certo americani: iniziare tardi e finire tardi, per esempio. Ho ottenuto i risultati richiesti e anche di più, nessuno mai a messo in discussione i miei ‘orari’. In Italia siamo in troppi nel mondo accademico (l’unico ambiente lavorativo che conosca), bisogna essere meritevoli e allo stesso tempo avere connessioni importanti. Ma anche negli USA coniugi, amanti, figli e nipoti godono degli stessi privilegi che siamo soliti vedere in Italia. Il ‘kin favoritism’ è proprio della nostra specie!”

Ogni quanto torni a casa? E che idea ti sei fatta di Civitavecchia, quando la rivedi a distanza di tempo?

“Non torno spesso perché per me è difficile assentarmi per lunghi periodi dal lavoro e l’Italia è lontana per fare un long week-end! Ciò che mi manca veramente sono le isole del Mediterraneo, gli Americani non sono riuscite ad inventarle! Civitavecchia è lentamente migliorata, ma tutto in Italia procede ancora ai ritmi della fabbrica di San Pietro. Quando viaggiavo da piccola in auto, mia zia mi spiegava che un giorno l’A12 avrebbe collegato Civitavecchia a Genova. Quest’estate andando in vacanza all’Elba mi sono resa conto che dopo più di 40 anni l’A12 è arrivata a collegare Civitavecchia con Tarquinia!”

I “cervelli” italiani sono davvero destinati a fuggire? Insomma, l’Italia non è un Paese per intelligenze come te?

“Si sono destinati ad emigrare se non si hanno le conoscenze adatte o non si è nel momento giusto al posto giusto. Sono molti gli italiani intelligenti che rimangono nell’eccellente ambito accademico italiano e tanti investigatori sono conosciuti e stimati a livello mondiale. Ma essere strutturati nell’Università italiana richiede molto più dell’intelligenza”.

Hai in programma di tornare prima o poi a lavorare in Italia, oppure la tua vita ormai è negli States, o comunque lontano dal Belpaese?

“Non siamo padroni del futuro, qui fin che c’è salute tutto va a gonfie vele, ma la malattia non e’ contemplata. Un problema di salute serio può mettere tutti sul lastrico e senza lavoro in pochissimo tempo… Basta poco per essere oberati dai creditori e perdere la casa. Qui non siamo nel Belpaese, per questo non rinuncerò mai alla mia cittadinanza italiana!”

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