“Cervelli in fuga”. Non tornerò in Italia, troppa tristezza e rassegnazione

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CIVITAVECCHIA – Nuovo appuntamento con i “Cervelli in fuga”, che stavolta ci regalano la testimonianza di un altro civitavecchiese ormai da tempo lontano dall’Italia: Marco Fontana, 42 anni, dal 2010 in Svizzera. Paese di cui traccia differenze abissali rispetto al nostro, attraverso considerazioni che fanno veramente riflettere.

Da quanto tempo ti sei trasferito? Perché hai deciso di lasciare l’Italia e dove vivi attualmente? 

“Mi sono trasferito in Svizzera a febbraio 2010. Non c’è stata una ragione specifica per cui ho deciso di andarmene dall’Italia se non quella di voler provare una esperienza lavorativa all’estero. Mi occupavo già da diverso tempo di consulenze aziendali e avevo maturato esperienze professionali lontano da Civitavecchia, come a Milano o in Olanda. Sapevo che nel mio settore lavorativo la Svizzera rappresentava un’ottima scuola, soprattutto nei processi di trasformazione dei grandi gruppi. Così, anche un po’ per gioco, ho cominciato a mandare qualche curriculum. Dopo poco mi hanno contattato da Basilea per un colloquio di lavoro, spesandomi il viaggio, e mi hanno fatto una proposta lavorativa senza paragoni rispetto al contesto italiano. Ho accettato, anche per mettermi un po’ alla prova, trasferendomi quindi in Svizzera e oggi posso dire che è stata una scelta felice”.

Qual è stata la tua formazione e quali esperienze lavorative hai accumulato?

“La mia è una formazione economica, nel campo della finanza. Ho avuto esperienze lavorative nel controllo di gestione di varie società su Roma e Milano. Poi ho deciso di dedicarmi alla consulenza ed ho lavorato per Accenture, dedicandomi alla sua trasformazione aziendale in ambito finance; via via mi sono occupato poi di mergers acquisition e fusioni di gruppo; ho iniziato come profilo junior e attualmente invece sono capo progetto. Posso dire che in Svizzera ho avuto modo di crescere moltissimo e di sviluppare una forte esperienza soprattutto perché, contrariamente all’Italia, in breve tempo mi hanno subito affidato ruoli dirigenziali, in alcuni casi di oggettiva importanza. Ad esempio mi sono occupato del ramo di vendita dei vaccini Novartis, della Whirlpool e della sua fusione con Indesit e questo ha comportato comunque viaggiare e spostarmi molto, pur avendo come base operativa la Svizzera, perché molti clienti si trovano in differenti zone d’Europa”.

Di cosa ti occupi attualmente?

“Da circa due mesi sono il capo progetto di una revisione di tutto il sistema contabile di un gruppo bancario svizzero, un grande progetto che mi occuperà per i prossimi 3-4 anni”.

Quali differenze hai riscontrato, a livello di servizi e di qualità della vita, tra l’Italia e la Svizzera? E a livello lavorativo e contrattuale?

“Le differenze sono tantissime. Vivendo qui mi sono reso conto della enorme superiorità della Svizzera in termini di qualità di servizi, che per la mia esperienza non hanno paragoni in Europa, se non forse in Germania. Ho girato molto, sono stato anche in Asia e a New York, ma la qualità della vita che c’è qui non ha riscontri in nessun altro paese. Sono felicissimo della scelta fatta anche per la mia famiglia. Mio figlio frequenta una scuola internazionale aperta all’integrazione, come è nella natura della città di Basilea, la cui popolazione, essendo un centro di numerose aziende e attività europee, è per il 50% straniera. Si vive quindi un clima multietnico che mi piace molto. La qualità dei servizi la puoi misurare da tutto ciò che in Italia funziona poco o male: la pulizia delle strade e dei quartieri, la rapidità della burocrazia perché tutto può essere fatto in forma telematica (per esempio rinnovare la patente è una operazione di 5 minuti), l’efficienza dei servizi pubblici; gli autobus e i tram sono puntualissimi e Basilea è una città dove puoi benissimo fare a meno della macchina. Ci sono innumerevoli percorsi pedonali e ciclabili e girare in bicicletta è facile e normale; ultimamente sto utilizzando addirittura il monopattino. Per me che venivo da Civitavecchia, dove girare senza l’uso della macchina è impensabile, all’inizio è stato quasi uno shock. Ora l’auto ce l’ho comunque ma la uso davvero pochissimo. A livello lavorativo e contrattuale invece siamo su un altro mondo. Non tanto per la tipologia di contratto perché quelli a tempo indeterminato sono piuttosto rari; solitamente i contratti hanno scadenze fisse e se non lavori bene dopo poco tempo ti arriva la cosiddetta ‘busta gialla’ di licenziamento. La vera differenza risiede nella concezione che si ha del lavoratore: non sei un dipendente, un sottomesso, ma una risorsa su cui investire e da tutelare, ben sapendo che, essendoci una grande offerta di lavoro, te ne puoi andare; dunque se lavori bene il rapporto rispetto all’Italia è invertito: fanno di tutto per tenerti e garantirti le migliori condizioni di lavoro. Posso sintetizzare tutto questo concetto in una parola: c’è profondo rispetto per il lavoratore, per il suo ruolo, il suo benessere e anche per la sua vita privata. Ovvio che se non rendi secondo le aspettative il rapporto di lavoro si interrompe ma in Svizzera ci sono tutte le condizioni per gestire bene anche una simile situazione: sia perché mediamente nel giro uno o due mesi è facile trovare una nuova occupazione, sia perché in ogni caso gli armonizzatori sociali funzionano e ti garantiscono comunque per un anno una retribuzione pari all’80% del tuo ultimo stipendio”.

È stato facile ambientarti e come lo hai fatto? Hai dovuto studiare una nuova lingua per poter comunicare?

“E’ stato facilissimo, non me ne sono quasi accorto. E stato come sentirsi subito a casa, anche per la presenza come ho detto prima di tante persone straniere in questa città, tra cui moltissimi italiani. Anche mia moglie, che ha vissuto sempre a Civitavecchia, una volta trasferitasi qui si è subito ambientata, apprezzando immediatamente le differenze positive con il nostro Paese. Per quanto riguarda la lingua più che studiarla ho dovuto migliorarla, e mi riferisco all’inglese, la lingua base nel lavoro e anche nella vita quotidiana, dato proprio il carattere internazionale di Basilea. Tutte le principali conversazioni si svolgono in inglese, che è la prima lingua anche nella scuola di mio figlio. Fermo restando che in Svizzera le lingue ufficiali sono tre: italiano, tedesco e francese e volendo puoi utilizzare l’italiano praticamente ovunque, anche nei cantoni tedeschi”.

In tutta Europa c’è una sempre più diffusa insofferenza nei confronti degli immigrati. Percepisci anche in Svizzera questo clima di crescente ostilità?

“Per la mia esperienza posso dire assolutamente no. C’è un clima di ostilità nei confronti di chi non rispetta le regole, che sia immigrato o meno. L’educazione, il garbo, il rispetto del silenzio e degli impegni, la puntualità: sono questi i parametri di giudizio nei confronti di chi arriva in Svizzera; non si viene giudicati per la nazionalità ma per la capacità di adeguarsi alle abitudini e al contesto sociale del Paese. E in questo senso gli svizzeri sanno essere profondamente accoglienti e ospitali, forse anche più che in Italia”.

Torni spesso a casa? E che idea ti sei fatto dell’Italia e di Civitavecchia quando la rivedi?

“I primi anni tornavo spesso, ora che ho diversi progetti da seguire in tutta Europa tornare a casa è più complicato ed ormai vengo soltanto un paio di volte all’anno per le feste. L’ultima è stata infatti sei mesi fa per Natale, anche se per lavoro in Italia mi capita di esserci più frequentemente, sebbene non a Civitavecchia. In ogni caso la sensazione più dolorosa che avverto ogni volta che torno, al di là del fastidio per la sporcizia o i servizi non funzionanti, è quella di scorgere volti tristi, senza luce per il futuro. Sembra che le persone tendano a sopravvivere piuttosto che a vivere, si guarda al futuro non come una opportunità ma come qualcosa che spaventa per cui l’obiettivo è quasi riuscire a concludere la giornata. Insomma, c’è una rassegnazione di fondo molto diffusa e credo che ciò rappresenti oggi l’aspetto più triste sia dell’Italia che di Civitavecchia”.

I “cervelli” italiani sono davvero destinati a fuggire? 

“Penso molto sinceramente che sei vuoi fare carriera la risposta è sì: in Italia i cervelli sono destinati a fuggire. Non consiglierei mai a mio figlio di restare, almeno fino a che la situazione è questa. Ma non vedo in giro politici in grado di cambiare radicalmente il nostro Paese a breve termine. Ci vorranno almeno alcune generazioni, sempre che ci si riesca. Per quella che è la mia esperienza penso che gli italiani siano potenzialmente molto competitivi sul lavoro, in termini di competenze e professionalità, e appena varcano il confine riescono sempre a dimostrare qualità superiori rispetto ai colleghi europei. Il problema è che in Italia mancano i mezzi per farlo”.

Hai in programma di tornare prima o poi a lavorare in Italia oppure la tua vita ormai è lontana da qui?

“Non ci penso proprio, né per lavorare né per vivere. L’Italia è bella da vivere come turista ma ormai non mi ci ritrovo più come cittadino. In realtà non mi sento nemmeno svizzero ma più semplicemente cittadino del mondo. Non so se resterò sempre in Svizzera ma non credo sarebbe un problema in in futuro trasferirmi in un altro Paese. Di sicuro però non sarebbe l’Italia”.

Marco Galice

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