“Cervelli in fuga”. Me ne sono andato dall’Italia perché non volevo più essere precario

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CIVITAVECCHIA – Per la nostra rubrica “Cervelli in Fuga” oggi intervistiamo Damiano Celestini, ex giornalista civitavecchiese ed ex collaboratore del nostro giornale, che ora si occupa di digital marketing nella splendida capitale irlandese: Dublino.

Quando hai maturato l’idea di lasciare l’Italia? E come sei finito in Irlanda?

“L’idea di lasciare l’Italia l’ho sempre avuta ma era rimasta solo un’idea fino a circa sei anni fa quando ho capito che non potevo e non volevo più vivere da precario. Così iniziai seriamente a documentarmi, a studiare le varie possibilità e anche a lavorare sul mio inglese. Poi nel 2011 decisi di ‘fare sul serio’ e pensai di fare il primo passo: andare fuori qualche settimana per un corso di inglese, portare con me il CV e vedere che succedeva. Stavo per approdare in Inghilterra ma i costi erano assurdi, così scoprii l’Irlanda e anche che il fratello di una mia amica viveva lì da molti anni. Parlammo un po’ e capii che era il posto giusto per tanti motivi: economici e anche di opportunità visto che l’Irlanda è un po’ la Silicon Valley europea. Trascorsi a Dublino 5 settimane nel 2012 e feci 2 colloqui. Tanto basta per decidere di tornare in Italia, mettere i soldi da parte e tornare non appena possibile per trascorrere più tempo e trovare lavoro. In Italia invece non mi rispondeva nessuno o proponevano lavori con stipendi ridicoli o ‘non abbiamo budget ma puoi avere visibilità’. Quando lo racconto qui ancora ridono. Sapevo che avrei dovuto cambiare mestiere, niente più giornalismo, ma se proprio dovevo rinunciare ad un ‘sogno’ volevo avere l’opportunità di inseguirne un altro e quindi decisi di puntare sul digital marketing. Dublino era il posto perfetto ed eccomi qui dopo 3 anni a occuparmi di digital marketing per una multinazionale irlandese. Sono un uomo di 34 anni e vivo una vita normale: non devo mendicare il datore di lavoro per essere pagato, per esempio, e posso pensare al futuro con un po’ più di serenità. Molti miei coetanei in Italia non hanno la stessa fortuna: le scelte di questi ultimi 20 anni hanno distrutto almeno due generazioni. La normalità è la vera rivoluzione per un italiano di 30/40 anni”.

La lingua è forse una delle cose che maggiormente spaventa chi vuole cambiare stato e può essere un ostacolo soprattutto per chi della lingua ha fatto il proprio mestiere.  E’ stato difficile per te passare dallo scrivere in italiano allo scrivere in inglese?

“Pur non facendo più il giornalista, per lavoro scrivo abbastanza e devo anche fare presentazioni, riunioni ecc… tutto in inglese. All’inizio è stato complicato ma con il tempo e un po’ di pazienza si supera tutto. Va presa come una opportunità per imparare qualcosa di nuovo e mettersi alla prova. Ho avuto anche la fortuna di incontrare qui la mia futura moglie e di perfezionare il mio spagnolo visto che è di Barcellona. Il bello di Dublino è anche questo: puoi trovare il modo di imparare anche un’altra lingua se vuoi, ci sono corsi e opportunità di conoscere persone di ogni parte del mondo. Infine, ad essere sinceri, ho sopportato 10 anni di precariato giornalistico in Italia: non mi spaventa più nulla…”

Dato che hai avuto anche esperienze giornalistiche in Italia (fra le quali una con il nostro giornale), ci sono differenze fra il giornalismo irlandese e quello  italiano?

“Fermo restando che si possono trovare difetti anche al giornalismo irlandese, in linea di massima la differenza sul piano dei contenuti è abissale. Il giornalismo italiano è piano zeppo di ‘fuffa’. Pagine e pagine di dichiarazioni di politici, servizi nei telegiornali di 90 secondi con persone che ‘dichiarano’, concordano’, ‘rispediscono al mittente’. Tutta fuffa inutile che odiavo fare quando ero giornalista e che non solo non interessa a nessuno, ma è anche deleteria perché non va dritta al sodo. In Irlanda, ma più o meno in tutto il nord d’Europa, ammesso che una polemica politica sia degna di finire sul giornale avrà comunque lo spazio che si merita e non 10 pagine. Ecco, secondo me la differenza più grande è questa: qui generalmente si dà di più il giusto spazio e dimensione alle cose senza sceneggiate”.

Che consiglio daresti a tutti coloro che vorrebbero lasciare la propria città, ma in fondo non hanno il coraggio di farlo?

“Non parlerei proprio di coraggio anche perché secondo me è coraggioso anche chi resta e, nelle condizioni che conosciamo tutti, riesce a mettere su famiglia o a crearsi una vita. In generale direi: lascia stare social network, forum ecc… L’esperienza all’estero è personale, se cerchi opinioni online finisci come quando cerchi cosa possa essere quel neo che hai sul braccio e ti ritrovi a leggere da qualche parte che magari è il primo sintomo di una malattia tropicale mortale che si credeva scomparsa dal 1850. Al massimo se conosci qualcuno che vive lì fagli qualche domanda ma non prendere ogni cosa che dice come oro colato. Cerca dati ufficiali: costo medio della vita, appartamento/stanza, stipendi medi, su che si basa l’economia del paese in cui vorresti andare. E poi cerca di esercitare più che puoi la lingua. Metti in conto che potresti non iniziare col lavoro dei sogni ma che fuori dai nostri confini la meritocrazia esiste e si può fare carriera se lavori sodo. Infine prendi questa esperienza come una opportunità, goditela perché puoi solo che trarne dei benefici. E non pensare solo e sempre a te stesso come al ‘povero italiano che è dovuto emigrare’, anche se magari è vero, perché vivere e lavorare all’estero in Europa nel 2016 dovrebbe far parte comunque del tuo percorso di vita. Certo, a differenza di un collega del nordeuropa io so che per me tornare nel mio paese sarebbe più complicato che per lui, ma va bene così. Tornare in Italia non rientra nei miei piani perché sono felice qui. Non mi reputo un cervello in fuga ma un immigrato. Le cose vanno chiamate con il proprio nome”.

Tu lo rifaresti? Te ne andresti di nuovo?

“Non solo lo rifarei, ma lo rifarei forse anche un po’ prima. Emigrare a 30 anni non è come farlo a 25. Le esperienze si vivono con una intensità diversa. Certo, ho lasciato amici e famiglia e a volte fa male non poter essere con loro ogni volta che vorrei ma ad essere onesti, non vivo dall’altra parte del pianeta e posso tornare quando voglio più o meno. Cerco sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno”.

Lorenzo Piroli

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