“Cervelli in fuga”. La mia vita tra le nuvole…

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CIVITAVECCHIA – Per seguire la via professionale che si desidera non è necessario frequentare l’università, come invece molti oggi sostengono. Lo dimostra Francesca Bruni, un cervello in fuga per il mondo che, sebbene abbia trovato tra le nuvole una valida alternativa alla vita accademica, non si può certo affermare che non abbia i piedi per terra.

Qual è la tua professione attuale?

Sono assistente di volo per Ryanair basata all’aeroporto di Stansted, qualche chilometro a nord-est di Londra e secondo più grande della città, che ospitando più di 30 aerei rende l’aeroporto la più grande base della compagnia con oltre 1100 tra hostess e steward e 80 destinazioni”.

Quale percorso hai dovuto seguire per arrivarvi?

“Il metodo più comune ad oggi utilizzato dalle compagnie sono gli Open day ai quali si può accedere solo se il proprio curriculum viene accettato e che, nel caso di Ryanair, non occupano più di una giornata. Una volta passato il primo step ci si ritrova nel giro di pochi giorni ad affrontare un colloquio: durante questo incontro si tiene dapprima un test d’inglese e successivamente, per coloro con esito positivo, una presentazione generale seguita dalla vera e propria intervista. Se idonei, a distanza di qualche settimana si parte per il Training Course, che personalmente ho svolto ad Hahn in Germania, dove per 6 settimane si studia dal Primo soccorso al Trasporto di materiali pericolosi, dalle Procedure d’emergenza alle Tecniche di vendita, venendo esaminati giornalmente. Concluso il corso con la Cerimonia delle ali, durante la quale si riceve la spilla della compagnia e i certificati di competenza, ci si trasferisce presso la base alla quale si è destinati per la Base visit e iniziano i 3 giorni di praticantato, chiamati Supernumerary, perché la Crew è composta da 6 membri invece che 4, per poi diventare ufficialmente assistenti di volo”.

Sono richiesti dei requisiti particolari?

“Almeno per quanto riguarda questa compagnia, i requisiti principali sono 2: buona conoscenza della lingua inglese e c’è un minimo e massimo per l’altezza da rispettare, oltre ovviamente ad un’adeguata capacità di interagire con i clienti e i passeggeri, cosa che però può migliorare solo con l’esperienza”.

Come ti sei avvicinata alla passione che ti ha portata dove sei ora?

“Mi sono avvicinata quando ho capito che la vita universitaria non faceva per me i miei amici, cercando di aiutarmi e conoscendo la mia passione per il viaggio, mi hanno aiutata nella ricerca di ogni informazione utile. Così dopo qualche settimana mi sono ritrovata a Roma per il colloquio”.

E’ stato difficile per te lasciare il tuo paese e la tua città o lo hai fatto volentieri?

“Amo l’Italia ma per alcuni aspetti mi è sempre stata stretta. Voglio bene alla mia famiglia ma non è stato particolarmente difficile lasciarla, infatti pur avendone la possibilità sono tornata una sola volta a casa in un anno. Certo, non posso negare che il buon cibo e il bel tempo non mi manchino, ma quando ti ambienti e ti circondi di nuovi amici che formano la tua seconda famiglia, direi che non è poi così male”.

E’ stato facile ambientarti nonostante le difficoltà? Sei ancora convinta della tua scelta?

“Come ogni ambiente di lavoro, anche questo ha i suoi pregi e i suoi difetti. È un mestiere imprevedibile che non lascia spazio a troppi errori, poiché d’altronde si ha la responsabilità di tante vite, ma forse è proprio la sua dinamicità che mantiene viva la passione e lo rende così bello e affascinante. La mia esperienza per ora è legata solo a questa compagnia che, a volte, può rendere la vita un po’ dura soprattutto a coloro che lavorano in una base grande come Stansted dove clima e organizzazione non sono dei migliori, ma secondo me rimane principalmente una questione di attitudine. Nel mio caso, arrivando a Londra nel pieno del suo inverno freddo e piovoso, ho passato i primi 3 mesi circa tra aereo e letto, perché questo è più o meno il tempo che il corpo necessita per abituarsi alla nuova routine fatta di sbalzi di pressione, vertigini, diversi fusi orari, sonno e alimentazione irregolari. Quindi dopotutto non è difficile immaginare come in molti non riescano a gestire la cosa, soprattutto se non spinti dalla giusta motivazione, aggiungendo le diverse spese per una nuova casa e tutti quegli aspetti che non la rendono una vita tutta viaggi e soldi come da cliché. Però poi arriva quel momento in cui le cose che impari, i sorrisi ammirevoli dei bambini, le storie che ascolti da anziani passeggeri ma soprattutto le amicizie che fai e che, aldilà di spazio e tempo rimarranno sempre nel cuore e immutabili, ti ripagano di ogni singolo sforzo e sofferenza affrontati sin dal primo giorno”.

Al ruolo degli assistenti di volo sono legati molti stereotipi; come funziona realmente questo mestiere?

“Nell’ideale comune in cabina si può trovare la hostess bella ragazza, lo steward di bella presenza e i piloti affascinanti nelle loro divise trasudanti di fierezza e abilità ma no, direi che non è più così. Volare è diventato più accessibile a molti facendo sì che le compagnie siano in costante ricerca di nuovo personale con l’incremento dei voli, e ciò sta causando un abbassamento degli standard nella valutazione dei candidati. Questa professione è piena di responsabilità e non solo #cabincrewlife e valigie alla mano, ma credo che una più facile accessibilità stia spingendo ad applicarsi solo coloro in cerca di lavoro o visibilità piuttosto che quelli a cui batte il cuore all’accensione dei motori. Inoltre, al contrario di ciò che pensano in molti, il numero di donne ‘al volante’ sta aumentando permettendo al genere femminile di farsi spazio in una categoria da sempre considerata prettamente maschile ed è impossibile negare quanto questo ci renda orgogliose. Un altro stereotipo riguarda la vita sentimentale, quella sì che manda in confusione. Perché in fondo noi ci innamoriamo tanto. Centinaia di volti ogni giorno, ognuno con una storia da raccontare o un pensiero da condividere, che non ti lasciano mai indifferente.  Una cosa che forse in molti non si aspettano è invece il fatto che l’aviazione sia diventata un sorta di oasi per la comunità gay, soprattutto per la parte maschile e per coloro che, per diverse ragioni, hanno o avevano riscontrato delle difficoltà nell’espressione della loro natura. Ciò rafforza molto il senso di coalizione e rispetto all’interno di questo mondo, minimizzando ogni barriera e superando quei limiti presenti nella società chiamati cultura, religione, sessualità e via dicendo. E per chi si domanda se nascano ancora storie d’amore in volo, che sia tra colleghi o con passeggeri, la risposta è assolutamente ‘sì!’ “.

Giordana Neri

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