“Cervelli in fuga”. La mia casa non è Civitavecchia ma l’Europa

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CIVITAVECCHIA – Per la rubrica “Cervelli in Fuga” questa volta atterriamo nella splendida Francia del Nord per intervistare Francesco Gagliardi: un medico civitavecchiese, che ora lavora a Bernay “piccola e ridente cittadina nel cuore della Normandia”, come la definisce lui. Con zelo, Francesco si è raccontato al nostro giornale:

Come e quando hai preso la decisione di trasferirti in Francia?

“Era il 2009. Io all’epoca lavoravo come oculista alla banca degli occhi dell’ospedale San Giovanni  di Roma. Inoltre avevo uno studio a Civitavecchia, uno a Montepulciano, uno a Tolfa con collaborazioni anche a Cesano e a Castelnuovo di porto.  Lavoravo anche per lo SMOM di Viterbo in un centro per pazienti diabetici e collaboravo con vari colleghi che sostituivo in varie ASL del Lazio. Questo voleva dire lavorare sette giorni su sette, sempre in macchina. Alcuni giorni partivo da Civitavecchia, lavoravo la mattina a Viterbo poi di corsa ad Anzio o a Colleferro e infine pronti per la guardia notturna. La mia non era una condizione diversa da molti medici specialisti di allora e di oggi.  Dal punto di vista economico le cose andavano bene ( anche se i ritardi nei pagamenti soprattutto delle strutture pubbliche erano all’ordine del giorno) me fisicamente  la cose non poteva durare. A questo bisogna aggiungere l’enorme fatica psicologica che lavorare per la banca degli occhi comporta: essere a contatto con la morte più volte durante l’arco della giornata stava diventando sempre più stressante. In ottobre mi sento telefonicamente con un collega di studi e amico per il consueto scambio di auguri: siamo nati io il 4 e lui l’8 ottobre per cui anche dopo gli studi avevamo questa simpatica consuetudine di sentirci a quattro giorni di distanza. Io sono negato per ricordare le date dei compleanni ma la sua essendo molto vicino alla mia la ricordavo bene. Lui si era trasferito all’estero, precisamente in Normandia, perché voleva fare un’esperienza del genere. Lo chiamo e mi dice che è rimasto solo e che se voglio potrei raggiungerlo dove lavora lui. La sera stessa presi il biglietto per Parigi e l’11 novembre mi ritrovai in un piccolo paese nel bel mezzo della Normandia per una prima intervista di conoscenza con il capo del personale. Dal 4 gennaio 2010 vivo e lavoro con piena soddisfazione a Bernay: piccola e ridente cittadina nel cuore della Normandia, tra Parigi e monte Saint Michel , vicinissima a Honfleur, a Lisieux, a Rouen. Uno dei pochi centri non bombardati dagli americani che pertanto ha mantenuto tutto lo charme dei paesi normanni con case in legno e strutture medievali. Paese ricco di storia, anche recente: da Rommel che ferito dopo lo sbarco alleato viene ricoverato nell’ospedale dove andavo a lavorare, a Edith Piaf la cui nonna era la tenutaria del bordello cittadino. Ma sto divagando…quindi diciamo che la Francia è arrivata per caso. A questo punto la domanda potrebbe essere un’altra. Non hai avuto paura? In realtà io sono cresciuto in una generazione che ha visto l’Europa come la propria casa: stessa storia, stessa cultura, stessa moneta. Erasmus, Ryanair, Shengen, moneta unica…sembrava che da un giorno all’altro dovessimo fare gli Stati Uniti europei. Io sono cresciuto con queste idee e questo credo. Andare a lavorare in Francia o lavorare a Grosseto, vivere a Francoforte o a Milano, a Londra oppure a Palermo per me non faceva e non fa alcuna differenza. Fare colazione a Atene, pranzare a Roma e dormire a Parigi era ed è il mio ideale di giornata. Questo l’ho ritrovato anche a Bernay, nel mezzo della campagna francese, dove capita spesso che gli oculisti italiani invitino a cena i dentisti spagnoli, i medici rumeni, gli psicologi francesi, gli amici portoghesi ma anche i colleghi libanesi, egiziani e marocchini. Quindi per rispondere alla tua domanda sul perché la Francia, la sola risposta che posso darti è: perché no? La mia non è stata proprio una fuga, ma solo un cambio di indirizzo.

Dati i numerosi problemi della sanità italiana ci sorge spontaneo chiederti come è la situazione sanitaria, invece, in Francia.

“La Francia è un paese con mille problemi come il nostro, dove però ancora c’è uno stato centrale presente e un welfare imponente. Purtroppo la crisi sta mettendo a dura prova questo sistema e i recenti risultati elettorali che premiano il fronte nazionale testimoniano proprio questo stato di tensione. Il sistema sanitario in realtà è molto simile al nostro. Grandi ospedali spesso integrati ai poli universitari e una miriade di piccoli ospedali di periferia. Purtroppo la stessa follia che in Italia ha fatto chiudere i piccoli ospedali senza, grazie a questo, riuscire a risparmiare un solo euro o migliorare le prestazioni sanitarie ha colpito anche i politici francesi che hanno cominciato a favorire i grandi centri ospedalieri a scapito delle piccole realtà. Ma siamo ancora lontani anni luce dalla situazione italiana. Con due parole: ci sono ancora i soldi, ma stanno diminuendo. Poi chiaramente esiste la sanità privata che però è convenzionata con lo stato. Ciò vuol dire che io specialista posso aprire uno studio privato ma ho tariffe imposte dallo stato che poi rimborsa direttamente il paziente. A tutto questo si affianca una politica universitaria di formazione dei medici molto selettiva: numero chiuso (molto chiuso) e forte selezione durante gli anni di laurea. Tutto questo fa si che tutti beneficino del sistema: dal paziente che non paga per nessuna prestazione, allo stato che non deve costruire aziende che si occupino di sanità, agli specialisti che non conoscono la concorrenza spietata che si è costretti a subire in Italia. Chiaramente non è tutto oro, ma il sistema funziona.”

Nonostante il tuo allontanamento, ti interessi ancora di quello che avviene in Italia e a Civitavecchia?

“I cugini francesi su cui ridiamo e che disprezziamo per futili motivi calcistici ci adorano e si illuminano quando sentono il francese parlato con l’accento italiano. Sono curiosissimi e adorano il nostro paese. Ti chiedono sempre di Fellini, di Mastroianni, di Pasolini, ma anche di Valentino Rossi o del rugby italiano. Vogliono sapere tutto della Ferrari, di Roma , di Venezia e ti chiamano entusiasti per farti assaggiare il loro tiramisù o la loro carbonara. E’ bello discutere della lunghezza del caffè con il torrefattore del paese (tra l’altro il migliore di Francia nel 2013) o di Berlusconi o Renzi con i pazienti. Anche non volendo sono loro che ti chiedono, che ti costringerebbero ad informarti e seguire. Personalmente poi, come dicevo, non mi sento in fuga, ma ritengo solo di aver cambiato indirizzo. Quindi per me è naturale seguire le vicende nazionali e quelle cittadine. Ho tutta la famiglia a Civitavecchia e molti tra i più cari amici che vivono là. Interessarsi alla città è interessarsi a loro. Certo la differenza nel livello del dibattito è abissale. Quando provo a spiegare la polemica sui crocefissi nelle scuole pubbliche mi guardano come se fossi un alieno (che bella la laicità di questo paese). Quando racconto alcune nefandezze politiche la domanda è sempre la stessa: ma perché voi li rivotate? Perché anche qui esiste la corruzione, il voto di scambio eccetera, ma esiste anche la vergogna. La differenza sta tutta lì. Quindi mi informo, seguo, mi arrabbio, discuto e cerco di partecipare per quanto sia possibile. Certo, la mia vita ora è qui e a volte mi chiedo se sia giusto continuare ad interessarsi ad un posto in cui non si vive più. A volte mi riprometto di non farlo più, ma poi puntualmente ci ricado di nuovo. In fondo non sono fuggito, ripeto, ho solo cambiato indirizzo.”

Se potessi tornare indietro, quindi, lo rifaresti? Torneresti?

“Penso di aver già risposto: non sono mai andato via perché la mia casa non è Civitavecchia o l’Italia ma è l’Europa.” 

Lorenzo Piroli

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