“Cervelli in fuga”. La differenza tra Italia e Olanda? Sta nella felicità della gente

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CIVITAVECCHIA – Forse “fuga” è una parola grossa. Forse non si addice a certi cervelli e sicuramente non etichetta quello sveglio e scevro da pregiudizi di Giorgia Bussu, una giovane ricercatrice Civitavecchiese di 26 anni che avrebbe dei consigli piuttosto rilevanti da suggerire alla sua nazione, culla della sua preziosa formazione, che forse un giorno avrà il piacere di riaccoglierla anche dal punto di vista professionale.

Dove ti trovi attualmente e da quanto tempo ti sei trasferita?

“Al momento vivo a Nijmegen in Olanda da circa un anno e 10 mesi”.

E’ stato facile trovare un posto in cui risiedere?

“Devo dire che è stato facilissimo una volta arrivati in città, mentre dall’Italia era più difficile mantenere i contatti con le agenzie. L’ufficio risorse umane del centro di ricerca in cui lavoro ha messo a disposizione un appartamento per i nuovi dipendenti, tuttavia essendomi trasferita con il mio fidanzato abbiamo voluto cercare qualcosa di indipendente e meno ‘studentesco’, perciò ci siamo affidati alle agenzie immobiliari consigliate dal mio supervisore e siamo entrati ufficialmente nel nostro appartamentino 4 giorni dopo l’arrivo in Olanda”.

Sei partita da sola o con altre persone?

“Come ho detto prima, il mio fidanzato, Ruben, ha deciso di seguirmi ed iniziare questa nuova avventura insieme. È andata talmente bene che ora siamo sposati”.

Una volta arrivata è stato facile ambientarti? Come lo hai fatto?

“Per me è stato facile, ma devo ammettere che sono una persona che si adatta facilmente, non ho particolari esigenze e mi entusiasma l’idea di visitare nuovi posti ed imparare nuove cose. Per quanto riguarda il come, la presenza di Ruben ha facilitato enormemente il processo; penso infatti che la presenza di una persona cara aiuti a non sentirsi soli in un mondo nuovo e a sentire meno la nostalgia di casa. Inoltre bisogna dire che gli Olandesi hanno dimostrato di essere persone estremamente cordiali ed aperte, per questo ci siamo sentiti integrati fin da subito. È anche vero che il mio capo mi ha spedita due mesi a Londra poco dopo il mio arrivo a Nijmegen, perciò i primi mesi sono stati un pochino strani, ma allo stesso tempo ho trovato estremamente eccitante il contatto con realtà ed abitudini alquanto diverse dalle nostre”.

Attualmente di cosa ti occupi?

“Al momento faccio parte di un progetto europeo che prevede la collaborazione di varie università ed enti privati nella formazione di 15 giovani ricercatori, tra cui io, sparsi un po’ in tutta Europa, il cui scopo è quello di integrare le conoscenze attuali sull’autismo ed altri disordini del neurosviluppo a livello interdisciplinare. In particolare, mi occupo di analisi longitudinali e dello sviluppo di modelli predittivi per la diagnosi di autismo a partire dall’integrazione di misure multifunzionali e multimodali osservate su bambini tra 5 mesi e 3 anni d’età. Lo scopo è quello di poter ridurre i tempi di diagnosi della malattia, così che i bambini e le famiglie possano accedere al più presto ai programmi di intervento comportamentale e/o farmacologico al fine di migliorare il decorso della malattia stessa”.

Come ti sei avvicinata alla passione che ti ha portato dove sei ora e cosa rappresenta per te?

“Fin da piccola mi ha sempre affascinato la comprensione dei meccanismi di funzionamento nascosti dietro un evento qualunque, in particolare il funzionamento del corpo umano. Sono stata combattuta tra medicina e fisica nella scelta dell’università e tuttora mi divido tra le due passioni, al punto che ho scelto un lavoro che riesce a connettere questi due interessi. Alla fine ho scelto di laurearmi in fisica perché questa non avrebbe ridotto la conoscenza dell’altra, anzi mi avrebbe dato delle capacità per andare più a fondo, come ho sempre voluto. E poi perché tutto è fisica e la puoi apprezzare già nelle piccole cose di tutti i giorni senza farci nemmeno caso, nei colori accesi di un tramonto, in una partita di biliardo, nello sbattere contro il tizio accanto a te quando la metro frena. Insomma, per me la fisica rappresenta tutto ciò che mi circonda ed è una passione insita nel mio modo di ragionare e vedere le cose”.

Come mai hai deciso di lasciare la tua città? Ogni quanto vi torni? Pensi che prima o poi tornerai definitivamente nella tua nazione?

“Ho semplicemente valutato le varie offerte di lavoro, tra cui anche a Roma, e scelto quella che poteva offrirmi di più a livello di crescita professionale e realizzazione personale. Siamo tornati relativamente spesso, soprattutto per via del matrimonio. Non mi è mai piaciuta l’espressione ‘cervello in fuga’ e non mi reputo tale, non mi sento di fuggire da nulla ma di scegliere ciò che mi permette di crescere e migliorare. Questo non significa perdere l’identità nazionale, sono fortemente legata alle mie radici e sarò sempre grata della formazione personale e professionale ricevuta in Italia, ma diventare più forti e consapevoli del mondo tramite il contatto con realtà diverse dalla nostra. Perché piuttosto che pensare alla perdita dell’individuale Italia, dovremmo beneficiare del mutuo scambio non solo di beni, ma anche di conoscenza, esperienza e cultura tra diverse nazioni. Piuttosto che pensare ai ricercatori ed i lavoratori che l’Italia perde, dovremmo pensare a cosa l’Italia può migliorare così da offrire qualcosa di diverso dalle altre nazioni che porterà altri lavoratori e ricercatori a scegliere l’Italia per migliorarsi professionalmente e personalmente, così come io ho scelto l’Olanda, e beneficiare di uno ‘scambio di cervelli’ anziché piangerne la fuga. La ricerca Italiana non ha nulla da invidiare a livello qualitativo, bensì a livello di fondi e considerazione professionale da parte dello Stato. L’esperienza all’estero per me è un valore aggiunto nel bagaglio di esperienza personale che non toglie nulla all’eccellenza della formazione ricevuta nella mia nazione. Oltre alla formazione però, bisogna anche offrire valide opportunità di lavoro. Per tutto questo non escludo affatto il ritorno in Italia, così come non escludo il trasferimento in nessuna nazione di questo mondo, perché dipenderà dalle scelte che mi troverò ad affrontare al fine di esercitare la mia professione al meglio”.

Trovi che ci siano molte differenze tra la mentalità del posto in cui ti trovi ora e quella della tua città natale?

“La differenza principale tra Italia e Olanda penso sia la felicità della gente. Gli Olandesi hanno un forte senso del lavoro ma anche della vita privata, ed è sacro il tempo passato con la famiglia. Sono precisissimi nell’iniziare il proprio turno ed estremamente rigidi ed operativi sul lavoro, così come sono pronti a tornare a casa allo scoccare delle cinque e godersi pienamente il tempo libero. Perciò penso che sia questo equilibrio tra rigore e rispetto della vita privata che faccia la differenza, portandoli ad essere più soddisfatti personalmente e più tolleranti e aperti verso gli altri”.

Qual è la posizione più alta che potresti ricoprire considerando il tuo ambito professionale? Credi che sarebbe ugualmente raggiungibile in Italia?

“Dipende da cosa deciderò di fare dopo il dottorato, se rimanere in ambito accademico o passare all’industria. Nel primo caso dovrei continuare come postdoc, diventare lecturer, per poi sperare un giorno di ricoprire il ruolo di full professor; nel secondo caso significherebbe iniziare ad esempio come data analyst ed aspirare al ruolo di project manager. Questi ruoli sono teoricamente raggiungibili anche in Italia”.

Che progetti hai per il futuro?

“Il mio progetto a breve termine prevede di terminare con successo il dottorato, con lo scopo di raggiungere gli obiettivi di ricerca prefissati. A lungo termine, sto ancora valutando se continuare come ricercatrice o passare al privato”.

Giordana Neri

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