“Cervelli in fuga”. In Italia non vedo opportunità per i miei figli

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CIVITAVECCHIADa Civitavecchia all’Inghilterra, vicino Londra, in un viaggio al momento di sola andata. E’ la storia di Simona Rossi, 40enne civitavecchiese da ormai due anni trasferitasi nel Regno Unito dove lavora come HR Business Partner nel settore delle energie rinnovabili. La sua intensa storia in questa nuova puntata di “Cervelli in fuga”.

Da quanto tempo ti sei trasferita? Perché hai deciso di lasciare Civitavecchia e l’Italia?

“Abito in UK, in una cittadina a solo un’ora da Londra. Il tempo passa così velocemente che, in un attimo, ti accorgi di vivere qui da due anni! Ricordo ancora il giorno in cui mio marito ed io abbiamo deciso di trasferirci, un misto di emozioni contrastanti: adrenalina, coraggio, paura, ambizione, entusiasmo. Perché ci siamo trasferiti? Le aziende in cui lavoravamo stavano attraversando un momento di crisi, si parlava di nuove possibili acquisizioni che, inevitabilmente, avrebbero influenzato le nostre carriere. Eravamo a un punto di arrivo e il lavoro non ci dava più quello stimolo che ci aveva accompagnato fino a quel momento. Da subito ci siamo guardati e abbiano pensato che l’esperienza internazionale sarebbe stata la scelta più giusta per noi, ma, soprattutto, per le nostre bambine. Ecco, quindi, che non abbiamo tardato molto a preparare le valige, a prenotare un volo di sola andata, destinazione UK!”

Di cosa ti occupi ora?

“Lavoro nella Direzione Risorse Umane di una multinazionale che si occupa di produzione di energia elettrica. Sono un HR Business Partner del settore energie rinnovabili. Amo molto il mio lavoro, sempre a contatto con le persone, il modo più bello per arrivare ai dipendenti facendoli sentire parte dell’azienda”.


È stato facile ambientarti e come lo hai fatto?

“Non è mai facile ambientarsi all’estero. Hai bisogno di tempo per integrarti e per imparare a non farti troppe domande, senza guardarti indietro, ma solo avanti, dritto verso il tuo unico obiettivo. Ricordo ancora il giorno in cui l’aereo ha decollato da Roma Fiumicino. Un misto di paura e adrenalina ha attraversato il mio corpo. Ho sentito un nodo stringermi alla gola, ho guardato le mie bimbe augurandomi che stessi facendo la cosa giusta. Quando ci sono i bambini le responsabilità non sono più sole verso te stessa e tuo marito, ma, soprattutto, verso di loro. Non saprei dirti come o cosa ho fatto di preciso. Posso dire che ho una bellissima famiglia, mio marito e le mie due bambine sono stati, senza dubbio, la mia forza più grande. Insieme abbiamo affrontato tutto questo, tenendoci per mano e affrontando ogni giorno ogni cambiamento senza mai arrenderci. Ogni tanto ci guardiamo e ci diciamo: siamo stati proprio bravi, tutti e 4!I bambini, poi, hanno una marcia più si adattano molto facilmente ai cambiamenti, per non parlare della rapidità ed elasticità con cui apprendono una nuova lingua. Ora sono loro che ci correggono quando parliamo. Ancora ricordo il mio primo giorno di lavoro in UK. Non ho pensato molto, ho parcheggiato la macchina, e mentre ho varcato le porte dell’azienda, ho detto a me stessa: ‘Forza Simo, oggi si va in scena!’”

Hai avuto problemi con la lingua?

“La lingua non è mai stata un problema. Ho studiato lingue al liceo e, sin dall’età di quattordici anni, ho fatto le vacanze studio in Inghilterra e in Francia. Inoltre, devo ammettere che gli inglesi sono un popolo fantastico: la loro gentilezza va oltre ogni limite, Non troverai mai un inglese che ti corregge mentre parli, al contrario, sono loro i primi a scusarsi se non hanno capito. Sono un popolo che fanno della diversità un valore, non certo un elemento discriminante”.

Quali differenze hai riscontrato tra il sistema lavorativo del Regno Unito e quello italiano?

“Non parlerei solo di sistema lavorativo, ma anche di mondo scolastico, di opportunità lavorative e di formazione. Non dirò cosa rappresenta per me il sistema lavorativo italiano, ma mi soffermerò su quello inglese, da quale, secondo me c’è da imparare molto. Qui ci sono orari flessibili, i dipendenti sono valutati per obiettivi, ognuno è responsabile del proprio lavoro, del suo tempo e degli obiettivi da raggiungere entro l’anno.  In UK si è premiati perché’ si è bravi veramente! Si parla molto di ‘diversity’ e qui è un valore da cui non si prescinde. Le opportunità sono per tutti, donne o uomini in carriera, senza discriminazioni. La cosa che ammiro di più è l’attenzione ai piani di sviluppo, alle certificazioni per i ruoli chiave. Autonomia, stima, lavoro di gruppo, trasparenza sono solo alcuni dei principi e dei valori che ci sono nelle aziende. ‘It is not fair’ è la frase più bella che si possa sentire pronunciare in una multinazionale. Le ferie, poi, sono un vero e proprio diritto e, come tali, vanno fatte con il cellulare rigorosamente spento! Il life-balance qui si applica veramente, non è solo scritto nei manuali. Ho vissuto dodici anni di pendolarismo Civitavecchia–Roma, tre o quattro ore della mia vita su un treno per andare a lavoro. Non biasimo quel periodo, ma non lo rimpiango. Oggi impiego sette minuti di macchina per andare in ufficio e, quando, il tempo lo permette uso la bicicletta. La qualità della mia vita è certamente migliorata. E poi c’è l’elemento età. In UK la privacy è molto importante e i CV sono rigorosamente senza dati anagrafici. Nei colloqui di lavoro non si possono fare domande sulla vita personale. Tutti hanno le stesse opportunità di lavoro, l’età non è un elemento discriminante ma sinonimo di esperienza, in Italia non direi lo stesso, anzi! Un altro valore importante è ‘Imparare dagli errori’. Nel mondo del lavoro il commettere un errore durante un progetto o un’attività è considerato un valore, un valore da cui imparare e fare meglio. Le famose ‘lessons learnt’ vengono applicate veramente. L’approccio mentale è completamente diverso da quello che, per anni, ci hanno insegnato, ossia ‘non bisogna commettere errori’. Non lavoro temendo di poter commettere degli errori, ma so che se li faccio sarà un modo per me e per i miei colleghi per imparare e migliorare. Ecco l’errore come sinonimo di improvement! Per non parlare, poi, del mondo scolastico. Non ci sono zaini!! O meglio non ci sono gli zaini come li intendiamo noi, carichi di libri pesanti. I bimbi lasciano i quaderni a scuola e hanno nella loro borsa solo un diario e la merenda. Nelle scuole statali, le famiglie non devono provvedere a comprare nessun materiale. La scuola provvede loro alla consegna di: diario, matite, penne, quaderni, insomma tutto ciò che può servire ai bambini. Non ci sono i compiti da fare durante il giorno, ma solo durante il week end. Gli asili e le scuole sono dotati di IPAD che i bambini possono utilizzare per le attività scolastiche. Potrei raccontare mille altre esperienze positive che sto vivendo per la prima volta da quando sono qui. Ho una bimba di 9 anni che frequenta la classe Year 5 e i suoi racconti sulla scuola mi fanno sognare e sperare che, forse, un giorno anche in Italia qualcosa cambierà. Le scuole preparano i bambini sin da piccoli alle competizioni, insegnano loro a parlare in pubblico, alle presentazioni su power point, a riflettere sul mestiere che vorranno fare da grandi. Insomma la scuola prepara i bambini al mondo del lavoro! Ho un’altra bimba di 3 anni e mezzo che ha iniziato l’asilo questo anno. Le maestre hanno fatto visita nelle case per conoscere i bambini e farsi conoscere. Hanno scelto un ambiente familiare ai bimbi dove potevano sentirsi al sicuro, cosi l’inserimento a scuola sarebbe stato meno traumatico, E devo dire che ha funzionato! Ogni mattina la mia bimba cerca le maestre che sono venute a trovarla a casa”.


Più in generale, che differenze ci sono tra la società e la mentalità britanniche e quelle dell’Italia?

“Proud…questa è la parola che riassume, a mio avviso, la società e la mentalità inglese. Gli inglesi sono fieri e orgogliosi del loro paese, della loro cultura, lottano per la loro identità.  Il modello inglese si esporta ovunque, difficilmente si importano gli altri modelli, giusto o sbagliato non lo so…so solo che mi piacerebbe tanto avessimo anche noi anche solo un pizzico di questo atteggiamento. Noi siamo più inclini ad adattarci, siamo più flessibili a qualsiasi cosa, non lottiamo veramente per le cose in cui crediamo, il nostro è più un atteggiamento di rassegnazione. La società inglese lotta veramente per quello in cui crede, nel  mondo del lavoro come nella vita di tutti i giorni. Un altro aspetto che mi piace molto è l’apertura verso la diversità. Noi italiani pensiamo di essere un popolo aperto, quando, in realtà, non è così. Nel mondo del lavoro, specialmente, guardiamo il nostro vicino sempre come colui che è ‘disposto a rubarci il posto’. Raramente ho visto lavorare con lo spirito di gruppo giusto, quello vero. La società inglese non teme questo, è competitiva, combatte e vince, sempre o quasi sempre. Il popolo inglese arriva sempre primo, in tutto quello che fa. E quando sbaglia, lo fa con lo stesso spirito di gruppo con cui ha iniziato. Vivendo e lavorando qui, ho imparato a stare da quest’altra parte e a dire al mio collega svedese o tedesco, ‘Sorry, in UK we have already done!’”

Cosa ne pensi della Brexit? La decisione dell’UK di uscire dell’euro pensi  possa avere ripercussioni sulla tua vita?

“Non ti nascondo che il giorno dopo le votazioni mi sono svegliata, ho acceso la TV e sono rimasta incredula davanti allo schermo. Ricordo di essere andata in ufficio e di aver trovato i miei colleghi stupiti, nessuno si aspettava un tale risultato. I primi due giorni ero un po’ preoccupata e spaventata…poi, vivendo qui mi sono fatta un po’ travolgere dalla cultura inglese, dal loro fortissimo orgoglio britannico che li porta a farcela sempre, in qualunque situazione. Per ora stiamo vivendo solo qualche ripercussione economica. Mi piace pensare che UK possa farcela anche questa volta!”.

Ogni quanto torni a casa? E che idea ti sei fatta di Civitavecchia quando la rivedi a distanza di tempo?

“Rientro a casa una o due volte l’anno. Sinceramente non mi sono fatta nessuna idea particolare di Civitavecchia, e, comunque, non diversa da quella che avevo prima. E’ sempre stata la mia città anche se non l’ho frequentata moltissimo. Ho degli amici di infanzia e non a cui sono ancora molto legata e che mi piace rivedere con molto piacere, ogni volta che torno. La verità è che ho sempre studiato, lavorato a Roma e viaggiato all’estero e, questo mi ha aiutato ad allargare i miei orizzonti. Io non biasimo chi resta, nè tifo per chi lascia la città. Ognuno di noi è libero di scegliere il proprio destino e di vivere le opportunità che la vita ci offre. Io ho deciso di volare via e, mi auguro, che un giorno le mie bimbe possano volare verso nuovi orizzonti”.

I “cervelli” italiani sono davvero destinati a fuggire? Insomma, l’Italia non è un Paese per intelligenze come te?

“Non so se i cervelli italiani sono destinati a fuggire. Sicuramente vorrei incoraggiare la nuova generazione a guardare oltre, ad avere il coraggio e le possibilità di vivere nuove esperienze, a non fermarsi al primo ostacolo, ma essere curiosi ed ambiziosi. Il mondo è pieno di belle opportunità per chi sa coglierle. L’Italia è un paese bellissimo, che ho sempre nel cuore, ma oggi, purtroppo, non vedo molte opportunità per le mie bimbe”.

Hai in programma di tornare prima o poi a lavorare in Italia, oppure la tua vita ormai è nel Regno Unito, o comunque lontano dal Belpaese?

“Per ora il mio volo è di sola andata, non ho in programma di rientrare definitivamente in Italia. Ad oggi mi auguro che le mie bimbe possano godere appieno di tutto il bello che questo paese ha loro da offrire. Mi piace pensare che questo nostro viaggio durerà ancora per molto e si concluderà con un lieto fine”.

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