“Cervelli in fuga” Da Civitavecchia al Cern: la storia di Enrico, ricercatore in Svizzera

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Non è facile trovare chi dell’Italia, una volta emigrato, sa apprezzarne i punti forti quanto evidenziarne i difetti con una lucida consapevolezza. E’ il caso di Enrico Schioppa, un ragazzo civitavecchiese che a neanche 30 anni può dirsi soddisfatto di aver trovato l’impiego che ha sempre desiderato, ma non sul territorio della nostra penisola.

Da quanto tempo ti sei trasferito? Perchè hai deciso di lasciare Civitavecchia?

“Ho lasciato Civitavecchia per andare all’estero nel 2010. Nel mio ambiente è normale fare un periodo all’estero. Nel mio caso, per i primi 4 anni ho vissuto ad Amsterdam per conseguire il dottorato di ricerca. Dal 2014, invece, vivo in Francia, al confine con la Svizzera, dove lavoro come ricercatore”.

Di cosa ti occupi attualmente? Possiedi altri progetti per il futuro?

“Sono un ricercatore al CERN, il Consiglio europeo per la ricerca nucleare. Essendo laureato in fisica, specializzazione particelle elementari, questo è il posto migliore al mondo in cui posso fare il mio lavoro, ed è esattamente quello che ho sempre voluto fare. Ho appena ricevuto la possibilità di continuare a lavorare al CERN per altri 2-3 anni, dopodiché probabilmente tenterò il rientro nell’accademia italiana”.

Quali differenze hai riscontrato tra il sistema universitario o lavorativo di dove sei ora e quello italiano?

“Non avendo mai lavorato in Italia (sono partito subito dopo la laurea), non posso giudicare le differenze dal punto di vista lavorativo con i paesi in cui ho vissuto. Posso invece dire qualcosa sul sistema universitario, dato che – indirettamente o direttamente – vi ho sempre lavorato da quando sono emigrato. Almeno per quanto riguarda le materie scientifiche, l’università italiana non ha nulla da invidiare a nessun altra università del mondo. I ricercatori italiani sono spesso molto ben preparati e vengono richiesti e apprezzati ovunque. Specialmente nel campo della fisica, l’Italia primeggia ancora. Questo non significa che l’università italiana sia in salute, e lo vedo quando mi capita di incontrare colleghi da Roma, Milano, etc. che sono ridotti a fare ricerca con dei budget ridotti al minimo e in condizioni lavorative tutt’altro che rosee”.

Ogni quanto torni? Pensi che prima o poi tornerai definitivamente?

“In media torno a Civitavecchia 4-5 volte l’anno per venire a trovare i miei genitori e i miei fratelli. La mia idea sarebbe di tornare in Italia fra 2-3 anni al massimo, ma probabilmente non a Civitavecchia”.

Dove e con chi abiti attualmente? È stato facile ambientarti e come lo hai fatto?

“Vivo in un paesino nei pressi del lago di Ginevra, si chiama Crozet. Abito in una casa di campagna, con tanto di giardino e orto, insieme ad altri 3 coinquilini, 2 ragazzi italiani e una ragazza spagnola, che lavorano tutti nello stesso istituto di ricerca dove lavoro io. Mi trovo bene, non posso lamentarmi. Rispetto all’Italia questo posto ha dei pregi e dei difetti, ma alla fine i due si bilanciano. Stessa cosa vale per l’Olanda, in riferimento al mio precedente periodo all’estero. In entrambi i posti ambientarsi è stato facilissimo. I miei colleghi di lavoro sono tutti ragazzi della mia età, di ogni lingua e colore, si fa subito conoscenza l’uno con l’altro, c’è sempre qualcosa da fare e di cui parlare, non è certo un ambiente dove ci si annoia”.

Hai avuto problemi con la lingua del posto?

“A lavoro e a casa si parla per lo più inglese (prof.ssa L. Di Crescenzo, Liceo Scientifico G.Galilei di Civitavecchia, non aggiungo altro), ma spesso anche italiano, dato che, come al solito, di italiani all’estero ce ne sono sempre e ovunque. Fuori casa (per dire, al supermercato) si parla francese. Non avevo mai studiato francese prima di venire qui, ma sono bastati un paio di corsi per iniziare a masticarlo, non è certo una lingua difficile per chi parla italiano (fu invece diversa la mia esperienza con l’olandese…). Adesso lo parlo e lo capisco abbastanza facilmente”.

Vi sono molte differenze tra la società e la mentalità presenti qui e quelle del luogo in cui ti trovi ora?

“Nel mio lavoro si collabora tutti i giorni con colleghi da tutto il mondo, e si è costantemente in contatto con mentalità e culture leggermente o totalmente diverse dalla nostra. E’ un’esperienza che consiglio a tutti gli Italiani. A differenza di molte altre popolazioni, gli Italiani non hanno l’abitudine di viaggiare, e preferiscono nascere, crescere e morire nel loro paese. Questo purtroppo ha delle conseguenze spiacevoli. Si rischia spesso di crescere nella convinzione di essere superiori a tutti (l’Italia è il più bel paese, solo gli italiani sanno cucinare, etc.). Se non si impara già da giovani a convivere con le altre centinaia di culture diverse dalla nostra (nel bene o nel male), si rimane fossilizzati. Bisogna uscire di casa per capire cosa c’è fuori e guardare casa propria dall’esterno. Solo così si capiscono tante altre cose e magari si arriva alla conclusione che veramente l’Italia è il più bel paese di tutti”.

Giordana Neri

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