“Cervelli in fuga”. 100 km più a nord ho trovato un altro mondo

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CIVITAVECCHIA – Talvolta non occorre allontanarsi troppo da casa per trovare la propria realizzazione professionale e un ambiente di vita migliore. A volte è solo questione di pochi chilometri. Come nel caso di Patrizio Galiani, giovane chef civitavecchiese ormai trapiantato in Toscana, da cui non ha alcuna voglia di tornare. La sua esperienza in questa nuova puntata sui “Cervelli in fuga”.

Da quanto tempo ti sei trasferito? Perché hai deciso di lasciare Civitavecchia?

“Sono andato via da Civitavecchia nell’ottobre del 2010, dopo aver ricevuto una chiamata di lavoro. Avevo voglia di fare delle esperienze fuori dalla mia città, anche perché in quel periodo la città non offriva grandi opportunità e sicurezze nel campo della ristorazione”.

Qual è stata la tua formazione e quali esperienze lavorative hai accumulato?

“Dopo essermi diplomato come ragioniere, nel 2003, andai a Firenze per studiare ‘Organizzazione degli eventi’ all’università. Prima di finire gli studi fui chiamato al porto di Civitavecchia per lavorare come operatore marittimo, ma sentivo il bisogno di cambiare città e di intraprendere una carriera in ambito gastronomico. Così, dopo un corso di cucina professionale mi sono dedicato ai fornelli. Dopo una breve ma interessante esperienza al Sunbay ho preso la palla al balzo e sono venuto a Grosseto”.

Di cosa ti occupi attualmente?

“Al momento sono chef presso il ristorante Casetta di Grosseto”. 

Quali differenze hai riscontrato, a livello di servizi e di qualità della vita, tra Civitavecchia e la Toscana?

“Solo un centinaio di chilometri separano Grosseto da Civitavecchia, eppure sembrano due mondi diversi. C’è più interesse per il bene comune, più amore per la propria terra, più rispetto delle regole. Anche se loro, essendoci abituati, non se ne rendono conto, questi atteggiamenti portano ad una qualità della vita superiore”.

È stato facile ambientarti e come lo hai fatto?

“Lavorando in mezzo alle persone è stato abbastanza facile. Ho iniziato la mia esperienza lavorativa maremmana in locali in cui giravano  molti ragazzi; è stato facile legare con i clienti e soprattutto con i colleghi di lavoro, con i quali, anche dopo anni, sono rimasto in stretto contatto. Lavorare in cucina tende a legare molto le persone, si diventa come una famiglia”.

Torni spesso a casa? E che idea ti sei fatto di Civitavecchia quando la rivedi?

“Ormai torno pochissimo, gli impegni di lavoro non me lo consentono. Quando capita, la prima impressione è di essere spinto indietro nel tempo. Salvo il grande lavoro di qualche privato che riesce a far crescere la propria attività e di conseguenza l’ambiente che lo circonda, vedo una città che non riesce più a trovare soluzioni idonee ai grandi problemi che l’affliggono”.

I “cervelli” civitavecchiesi e più in generale quelli italiani sono davvero destinati a fuggire? 

“Quelli italiani non credo, almeno non tutti. Quelli civitavecchiesi, mi dispiace dirlo, ma penso di sì. Quando parlo con qualche amico di vecchia data non riesco a non consigliargli di andare via, di ampliare il proprio business al di fuori di Civitavecchia, di guardare oltre”.

Hai in programma di tornare prima o poi a lavorare a Civitavecchia, oppure la tua vita ormai è lontano da qui?

 “La maggior parte dei cuochi sogna, dopo aver fatto le proprie esperienze, di tornare nella propria città e magari aprire qualcosa lì. Io al momento preferisco rimanere dove sono e in un futuro breve non credo di poter cambiare idea. Ho trovato stabilità lontano da casa con molta semplicità e so che a Civitavecchia sarebbe stato molto più difficile”.

 

 

 

 

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