Cibo ed emozioni: la circolarità di un rapporto

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Ciò che mangiamo e le nostre emozioni, componenti essenziali della nostra vita quotidiana, condividono un rapporto in cui si influenzano a vicenda.
Infatti cibo, mente e psiche sono vincolati da un legame continuo e di reciproca dipendenza, in cui un equilibrato regime alimentare è alla base non solo della salute fisica ma anche psichica.
Il cibo, infatti, non è da considerarsi fonte di energia e nutrimento solo per il corpo ma anche per la mente: ha infatti la capacità di modificare il nostro comportamento, sentimenti e stato d’animo in modo positivo o negativo; d’altro canto, a volte sono le emozioni stesse che possono assumere un ruolo predominante nella regolazione del comportamento alimentare.
Riguardo la capacità che il cibo ha di influenzare la nostra sfera emotiva, il coinvolgimento dei cinque sensi é fondamentale nel determinare l’impatto che il cibo ha sulle nostre sensazioni ed emozioni.
La percezione sensoriale che si ha di un determinato cibo che, ancor prima di essere ingerito, contribuisce a rendere l’atto del cibarsi un’esperienza emozionale.
Basti pensare all’impatto visivo con cui si presentano alcune pietanze, l’abbinamento di forme e colori,odori esalati,la consistenza e il gusto soprattutto sono caratteristiche che, volenti o non, colpiscono la nostra mente.
Inoltre, il nostro cervello è in grado di memorizzare e rafforzare l’effetto che certi cibi hanno sulla nostra componente emotiva.questo è possibile perché al suo interno contiene una struttura, l’amigdala, che associa stimoli olfattivi e gustativi con emozioni, ne tiene memoria e li compara con esperienze passate: è una sorta di archivio della nostra memoria emozionale.
In questo modo alcuni cibi scateneranno puntualmente particolari emozioni e stati d’animo in base al ricordo cui il cervello li ha legati. consumare un cibo,vederlo o sentirne il profumo attiva sensazioni positive perché richiama un ricordo felice che infonde benessere, al contrario, un cibo legato ad un ricordo spiacevole provoca sensazioni negative.
Quando poi il cibo viene introdotto e digerito, viene scomposto in macronutrienti, cioè carboidrati, lipidi e proteine, e micronutrienti, rappresentati da vitamine e sali minerali.Queste sostanze sono utilizzate da ogni organo per rifornirsi di energia, e quindi anche dal cervello, dove esercitano un’azione diretta sui processi biochimici che ne regolano il funzionamento.
Tutti i principi nutritivi sono necessari al cervello per svolgere correttamente le sue attività, ma per quanto riguarda specificamente la capacità di influenzare la componente emotiva, alcuni amminoacidi, componenti elementari in cui vengono scomposte le proteine, più di altri nutrienti, sono particolarmente rilevanti.
Da questi infatti si formano i neurotrasmettitori, veri e propri messaggeri del sistema nervoso, liberati dai neuroni durante la trasmissione di un impulso nervoso. Essi contribuiscono a creare un “linguaggio” cerebrale ricco di mille sfumature e sono proprio tali neurotrasmettitori che, regolando le connessioni neuronali, determinano il nostro umore e le nostre emozioni.
E? chiaro, quindi, che c’e? un collegamento diretto tra il nostro regime alimentare e la produzione di neurotrasmettitori e che la loro presenza incida direttamente sul nostro stato emotivo.
Serotonina e dopamina sono i principali neurotrasmettitori che possono regolare il tono dell’umore.
La serotonina, sintetizzata a partire dall’amminoacido essenziale triptofano, svolge varie funzioni nel sistema nervoso: è considerato il neurotrasmettitore del buon umore, in quanto ne regola positivamente il tono, favorisce la tranquillità, la concentrazione, inoltre regola il comportamento alimentare: controlla infatti l’appetito favorendo il senso di sazietà e diminuendo la quantità di cibo ingerito. La serotonina modula anche il ritmo sonno-veglia in quanto è precursore della melatonina, ormone regolatore del ritmo circadiano.
Il triptofano, da cui deriva la serotonina, è un amminoacido essenziale, cioè deve essere necessariamente assunto con l’alimentazione, in quanto il nostro organismo non può sintetizzarlo da sé in quantità adeguate.
Il triptofano è abbondante nei cibi prevalentemente proteici, sia animali dome carne pesce e uova, sia vegetali come soia e legumi. Tuttavia, la sintesi di serotonina è maggiormente favorita a seguito di un pasto ricco di carboidrati. Questi nutrienti infatti, pur non contenendo grandi fonti di triptofano, stimolano la secrezione di insulina, che aumenta la concentrazione di triptofano nel sangue e ne favorisce il trasporto al cervello rispetto ad altri amminoacidi, dove sarà poi convertito in serotonina.
Un pasto prevalentemente proteico, invece, pur aumentando la concentrazione ematica di triptofano, non aumenta di pari passo il livello di serotonina sintetizzata a livello cerebrale.
L’altro neurotrasmettitore coinvolto nella modulazione emotiva è la dopamina, la cui sintesi deriva dalla tirosina, amminoacido a sua volta sintetizzato a partire da un amminoacido essenziale: la fenilalanina.
Regola numerose funzioni cerebrali e, in particolare, è coinvolta nei meccanismi che generano piacere e gratificazione, modula quindi positivamente l’umore.
Vi sono degli stimoli piacevoli, artificiali o naturali, che inducono il rilascio di dopamina in determinate aree cerebrali, così da creare un vero e proprio circuito dopaminergico della ricompensa. Ogni qual volta arriva lo stimolo, ad esempio l’ingestione di un certo
cibo, il cervello lo interpreta come una ricompensa, viene rilasciata una scarica di dopamina che induce piacere e gratificazione che rinforza tale circuito cerebrale spingendoci quindi a ricercare sempre più l’esperienza piacevole per prolungarne l’effetto positivo.
I cibi percepiti come ricompensa, e che quindi maggiormente favoriscono il rilascio di dopamina, sono quelli zuccherini, ad alta densità calorica e grassi. La sensazione di euforia, benessere e appagamento che segue al loro consumo è il motivo per cui il cervello ci spinge a ricercarli compulsivamente.
Se si asseconda di continuo il desiderio di appagamento indotto dal cibo, il circuito dopaminergico tende a sregolarsi. La sovralimentazione infatti, a lungo andare, causa una cronica ondata di dopamina, portando verso una perdita dei suoi benefici effetti, necessari al cervello per capire quando ormai sazi e quindi quando è ormai ora di smettere di mangiare. Una giusta sintesi di dopamina che non alteri il circuito cerebrale può esser ottenuta consumando alimenti abbondanti di fenilalanina, amminoacido precursore della tirosina e quindi della dopamina.
Esso è per lo più rappresentato in fonti proteiche animali e vegetali.
Vi è un alimento noto per risollevare lo stato d’animo quando si è tristi, depressi,o di cattivo umore; la capacità che il cioccolato ha di agire come un antidepressivo naturale ha delle vere e proprie basi neurofisiologiche: contiene infatti importanti sostanze psicoattive che contrastano ansia,depressione, tristezza ed inducono sensazione di piacere e benessere. Innanzitutto, grazie alla ricca concentrazione di zuccheri, l’ingestione di cioccolato aumenta la concentrazione di triptofano e quindi stimola il rilascio di serotonina.
Le più importanti sostanze psicoattive del cioccolato sono teobromina e caffeina, sostanze eccitanti che favoriscono la veglia e la concentrazione, il magnesio che ha effetto rilassante, la feniletilamina, che ha struttura chimica simile alle amfetamine, di cui condivide gli effetti neurofarmacologici e mima gli effetti della dopamina.
Stimola inoltre la produzione di endorfine, con effetto analgesico e induttrici di piacere, contiene modeste quantità di difenildantonina, con effetto antidepressivo, e l’anandamide, una sostanza paragonabile al tetraidrocannabinolo, uno dei principi attivi della cannabis.
Cosi come ciò che mangiamo influenza il nostro stato d’animo, Si può individuare un percorso inverso in cui sono le emozioni a determinare il comportamento alimentare.
Si parla allora di emotional eating, cioè fame emotiva, o nervosa che dir si voglia. A differenza della fame fisiologica, la fame emotiva non nasce dalla necessità dell’organismo di nutrirsi, in quanto viene scatenata da una o piu emozioni, di solito negative. Di solito si protrae per un periodo di tempo variabile, da alcuni minuti ad alcune ore dopo l’insorgere dello stato emozionale e suscita la voglia di uno specifico cibo, di un alimento di una determinata categoria oppure il desiderio generico dell’atto di cibarsi in sé; richiede un’immediata soddisfazione di cibo ed è difficilmente placabile in quanto non risponde allo stimolo di sazietá.
La fame emotiva è alla base di un alterato rapporto col cibo, in quanto la soluzione al problema di base viene erroneamente indirizzata al campo alimentare e non a quello psicologico,cui appartiene.
Le emozioni e stati d’animo che portano alla fame emotiva sono molteplici: rabbia, stress, frustrazione, depressione,tristezza, scarsa autostima,problemi in relazioni interpersonali. Quando si ha difficoltà ad affrontare queste situazioni il cibo può assumere una forte connotazione emotiva: esso diviene una sorta di anestetico emotivo con cui si cerca di sedare l’impatto negativo di ciò che si sente, è l’unico mezzo con cui si crede di poter gestire le emozioni. Ci si riempe lo stomaco tentando di colmare vuoti più profondi e difficilmente esprimibili.
La fame emotiva tende quasi sempre a sfociare nell’ abbuffata, ossia l’introduzione in un determinato periodo di tempo di una quantità di cibo superiore a quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nelle stesse circostanze e stesso tempo.
Questi episodi si accompagnano ad un senso di mancanza di controllo sulla quantità di ciò che si mangia e alla sensazione di non riuscire a smettere.
Aspetto tipico dell’abbuffata è la predilezione per il cosiddetto junk food, ossia cibo “spazzatura”, altamente calorico e per nulla nutriente, ad elevato contenuto di zuccheri grassi della peggior qualità. Questi cibi sono i più bramati per il loro potere di far stare bene e regalare euforia ed appagamento.
Si innesca così un circolo vizioso che si autorinforza, perché ad un certo punto non si distingue più tra fame vera e fame emotiva e dinanzi a stimoli emotivi diversi si risponde sempre allo stesso modo: usando il cibo come valvola di sfogo.
Le diverse emozioni non sono più riconisciute e si avverte solo un continuo ed esasperato bisogno di mangiare.
Nonostante le possibili conseguenze negative connesse, l’abbuffata permette di raggiungere un obiettivo: distrarsi,almeno per un po’ di tempo, dalle proprie emozioni negative. Purtroppo subito dopo si scatenano sentimenti negativi come senso di colpa, frustrazione e rabbia nei propri confronti per aver ceduto alla debolezza di lasciarsi sopraffare dalla voglia di mangiare, e ci si ripromette di essere più forti e resistere al prossimo attacco.
Uno squilibrio alimentare, quindi, è molto spesso l’espressione di un rapporto disfunzionale e sofferto con le proprie emozioni, spesso intollerabili e difficili da esternare.
Il cibo assume un ruolo consolatorio, ma a lungo andare può divenire più decisivo nel gestire le difficoltà emotive: sporadici episodi di abbuffate possono divenire sempre più frequenti fino a dare origine a disturbi del comportamento alimentare a genesi psichica.In questo caso la gestione del problema si complica, perché è necessario non solo un intervento dietetico, ma anche intraprendere un percorso psicoterapeutico.
L’unico modo per spezzare il circolo vizioso, infatti, è risalire e risolvere cause psicologiche a monte del problema,”digerire” le emozioni una volta per tutte e rieducare corpo e mente verso un sano rapporto col cibo.
La capacità che un cibo ha o meno di evocare un certo stato d’animo è piuttosto soggettiva ed unica, dipende molto dalla variabilità e suscettibilità individuale. Eppure il rapporto emotivo che si instaura col cibo non deriva sempre da pulsioni ed emozioni personali, a volte può essere indotto da fattori esterni, come nel caso delle strategie di marketing alimentare cui tutti siamo sottoposti ogni giorno. per convincere a comprare il loro prodotto , molte aziende attive nel campo alimentare, grandi marchi e catene di fast food fanno leva sull’impatto emotivo che esso può generare nel consumatore. L’intento di creare un prodotto alimentare legato ad un messaggio emozionale che evochi stati d’animo positivi e rassicuranti in grado di attecchire nell’immaginario collettivo .
Di solito sono strategie rivolte ad ogni tipologia di consumatore, ma in particolare mirano ad un target specifico: i bambini. Essi sono infatti facilmente influenzabili e ricettivi a stimoli esterni, oltre a rappresentare una fetta di mercato che può orientare le scelte di consumo di tutta la famiglia.
Ecco allora che si ricorre a tecniche di persuasione di ogni tipo per attirare l’attenzione dei piu piccoli: accanto alla palatabilitá e al gusto irresistibile si punta a bombardamenti pubblicitari ovunque per offrire massima visibilità, si promuovono linee di prodotto divertenti, colorate, dotate di packaging originale o associate a gadget e giochi particolari, molti brand promuovono i loro prodotti utilizzando l’immagine di personaggi dei cartoni animati o affidandosi ad un testimonial di sicuro successo.I bambini risultano suscettibili a questi richiami e colgono la garanzia di piacere,soddisfazione, successo e divertimento che viene promessa dal prodotto in questione; si generano una serie di sensazioni e pulsioni inconsce in cui il bambino vede soddisfatte le sue preferenze ed ambizioni.
Purtroppo la maggior parte dei prodotti pubblicizzati sono anche i meno salutari e di scarso valore nutrizionale: merendine, snack di ogni tipo, bibite, dolciumi vari,per non parlare delcibo proposto nei fast food. Sono tutti alimenti che andrebbero consumati sporadicamente, e che invece la loro capacità di far presa nello stomaco e nella mente del consumatore li ha portati ad essere ormai presenti nelle quotidiane abitudini alimentari, favorendo l’instaurarsi di un’alimentazione squilibrata e di una dilagante epidemia di giovannssimi in sovrappeso/obesi.
Al contrario, cibi salutari e sani come frutta, verdura, alimenti integrali che dovrebbero essere parte dell’alimentazione quotidiana,non sono allo stesso modo enfatizzati o promossi. Non essendo associati ad alcuna connotazione positiva, spesso capita che essi genirino sentimenti negativi nel bambino, come senso di obbligo ed imposizione nel caso in cui vengano imposti dall’alto perché “fanno bene”. Ne risulta quindi non solo una mancanza di interesse per questi cibi, ma anche un innato rifiuto a consumarli.
Alla luce di ciò risulterebbe riduttivo considerare il cibo unicamente come fonte di sostentamento necessario alla sopravvivenza: esso è aspetto fondamentale ed integrante del nostro essere, caratterizza da sempre ogni aspetto della nostra vita, assumendo dunque valore etico, culturale, religioso e sociale.
È un mezzo con cui ci affermiamo e definiamo il rapporto col nostro Io e con gli altri, diviene quindi espressione della propria entità e volontà.
Dato lo stretto rapporto tra alimentazione e sfera psicologica, risulta fondamentale instaurare sin dall’infanzia un rapporto equilibrato e sano con il cibo, seguendo un’alimentazione bilanciata e completa dal punto di vista nutrizionale, senza dimenticare che il cibo è in primo luogo salute, ma deve essere anche fonte di piacere.
Solo così sarà possibile perseguire e mantenere il benessere non solo fisico ma anche psichico, perché corpo e mente non sono da considerarsi come entità a se stanti, esse sono una il completamento dell’altra e la loro reciproca salute inizia proprio dalla tavola.

Alessandra Stella

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