“Cervelli in fuga”. Una nuova vita a Tokyo: “Ho capito che in Italia non sarei mai stata soddisfatta”

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Un’appassionata e coinvolgente full immersion nel mondo giapponese quello che ci racconta Emma Santacroce, 25enne romana trasferitasi a Tokyo, in questa nuova puntata  di “Cervelli in fuga”. Nelle sue parole, in un costante “ping pong” tra Oriente e Occidente, Sol Levante ed Italia, l’esperienza di chi ha deciso di cambiare radicalmente e consapevolmente vita, tuffandosi con intelligenza,sensibilità e ironia in un mondo che ci racconta con straordinaria lucidità. Una storia che vale la pena leggere.

Da quanto tempo ti sei trasferita? Perché hai deciso di lasciare l’Italia e dove vivi attualmente?

“Sono arrivata in Giappone il 2 aprile del 2017. Tra qualche giorno mi trasferirò nel mio primo appartamento a Shibuya, quartiere centrale e grande snodo per i trasporti, noto come zona commerciale moderna e d’intrattenimento maggiormente per i giovani. La motivazione per la quale ho deciso di trasferirmi a Tokyo, lasciando dietro di me l’Italia, è puramente e strettamente legata alle mie ambizioni personali. Il mio percorso, mi permetto di dire fortunatamente, non è figlio di una necessità dovuta alla totale mancanza di alternative, come spesso accade ai miei coetanei che partono e si trovano a vivere una vita di nostalgia per il proprio paese. Ho cominciato a capire che restando in Italia non sarei mai stata soddisfatta, quando a 21 anni sono andata a vivere in Cina per un anno grazie all’ottenimento di una borsa di studio. Al mio ritorno in Italia, niente era più come prima, niente era abbastanza stimolante tanto quanto tutto quello che avevo imparato, tutto quello che avevo visto. È strano da ammettere effettivamente, mi parse subito chiaro che volevo vivere parlando una lingua che non era la mia e se possibile totalmente differente dalla mia. Parlare e ascoltare quella lingua complessa mi rendeva estremamente viva e lontana dal torpore dell’abitudine; il cervello sempre in moto, la personalità che si variopingeva di colori che prima non erano mai venuti alla luce. Per un qualche studio da anni è ormai risaputo che se si è bilingue o plurilingue si cambia inconsciamente personalità e atteggiamento a seconda della lingua che si sta usando. È assolutamente così. In più mi azzardo a dire che non solo le equazioni tengono allenata la mente, non c’è palestra migliore dello studio di una lingua straniera (specie se complessa). Alla fine da grande odiatrice di versioni mi costa dirlo ma quello che dicevano i ‘noiosi’ professori di latino al liceo era vero! Lo studio di una lingua complessa È un ragionamento matematico. Al momento tra l’altro, di ingegneri e architetti come di palazzoni e progetti ce ne sono tanti, ma quanti sono i mediatori culturali capaci? Impopolare forse, ma il mio pensiero è che quello di cui il mondo ha bisogno ora più che mai è mediazione culturale. Per capirci. Perché nel mondo non ci stiamo capendo proprio. Non ci capiamo tra dialetti e retaggi culturali tra nord e sud di uno stesso paese… Figuriamoci”. 

Qual è stata la tua formazione e quali esperienze di studio e lavorative hai accumulato?

“Riguardo la mia formazione, fino al liceo è stata pressoché usuale, addirittura scelsi un liceo scientifico (mi chiedevo costantemente chi me lo avesse fatto fare… Negata per qualsiasi cosa contenesse numeri. Con tutti i soldi delle ripetizioni di matematica e fisica a quest’ora villa con piscina a Roma e a Tokyo!) .L’unica cosa che suscitava il mio interesse era l’ora di inglese, normalissime lezioni di grammatica o letteratura in cui riuscivo egregiamente senza il minimo sforzo (il che agli occhi di una teenager era un aspetto più che allettante!). Sin da bambina ho manifestato una passione per la musica in lingua inglese perciò la grammatica soprattutto, rendeva quello che mi piaceva ancora più godibile perché passo dopo passo ne capivo sempre di più il significato. L’inglese mi ha accompagnata dalle scuole elementari, perciò inconsciamente è finito per essere considerato da me come un qualcosa di ovvio per il quale ‘non c’era bisogno di studiare’. Provai per qualche anno con lo spagnolo: interessante, lingua musicale certo ma non suscitava in me quel senso di stupore per una forma verbale, o di sorpresa quando improvvisamente mi ritrovavo ad usare un costrutto grammaticale complesso nel corso di una conversazione. Tutti piaceri che ho scoperto poi con il cinese e il giapponese. Studiare il cinese è stata la scelta più giusta che io abbia mai potuto prendere in tutta la mia vita. Una miniera d’oro di opportunità. Una chiave per infinite porte. Il cinese del resto è il latino delle lingue asiatiche. Non so come e quando lo scelsi, ricordo solo che il test per entrare in mediazione fu l’unico test che feci perché era l’unica cosa che volevo studiare. Da lì tutto in un battito di ciglia: esami, la borsa di studio, la Cina, la laurea. Come sono passata dal cinese al giapponese? Mentre vivevo in Cina ho fatto molte conoscenze e mi accorsi che c’era un interesse incalzante verso il Giappone (che avevo sempre un po’ snobbato ingiustamente perché terra creatrice dei manga che a volte lobotomizzano i miei coetanei). Così, una volta laureata mi sono messa a studiarne le basi da autodidatta, ormai volevo provare ad andare a vivere in Giappone e non c’era niente che me lo togliesse dalla testa. Da incosciente quale sono ho provato a ottenere uno stage presso l’Istituto di Commercio Estero a Tokyo. Era una cosa ben più grande di me ma ci sono riuscita. Così dopo tre mesi da stagista presso ICE Tokyo nella sezione Food&Beverage, da incosciente quale sono ho cominciato a programmare senza sosta di trovare un lavoro vero con l’intento di stabilirmi. Dopo un anno, eccomi qua. Sono grata per tutto il sostegno ricevuto dalla famiglia e dagli amici per questo mio capriccio”.

Di cosa ti occupi attualmente?

“Al momento lavoro presso un’azienda giapponese di consulting specializzata nel settore immobiliare. Traduco del materiale per l’azienda, mi occupo dei clienti stranieri soprattutto occidentali; recentemente ho iniziato a prepararmi anche per seguire il mercato cinese. L’azienda è giovane come i suoi dipendenti, l’atmosfera è piacevole, nessuna dinamica di competizione ossessiva, si lavora in team ma si ha il tempo e l’occasione di crescere individualmente a livello professionale. Somiglia come impostazione ad un start up, si tratta di una compagnia piena di progetti e se ne fai parte questo non può che stimolarti. Come compagnia giapponese ha le sue regole, a volte ai miei occhi incomprensibili (la mattina si ripete a voce alta il credo dell’azienda…) ma fortunatamente non si tratta di uno di quegli uffici ‘prigioni’ per salary men. Si lavora liberi, con umorismo e motivazione. Sono l’unica straniera al momento, mi sento fortunata”. 

Quali differenze hai riscontrato, a livello di servizi e di qualità della vita, tra l’Italia e il Giappone? E a livello lavorativo e contrattuale?

“Questa è un’ottima domanda. Comincio col dire che a livello di servizi non c’è veramente paragone con l’Italia. La velocità nelle procedure burocratiche è commovente! L’organizzazione negli uffici pubblici è un sogno, qualsiasi pratica tu debba sbrigare non è mai quell’esperienza tragicomica che siamo costretti ad affrontare in città come Roma. Tokyo in particolare è una città fatta per dare comodità a chi vi abita. Tutto è disponibile e a portata di mano. Una volta parlavo con la madre di una mia cara amica giapponese; era la prima volta che visitavo il Giappone e volevo sapere tutto circa la società perciò chiesi se effettivamente tutto funzionava così bene come si percepiva ‘da fuori’: mi fu risposto che il giapponese  lavora tanto e lavora sodo, pertanto per il governo è essenziale che alla fine della giornata il lavoratore non debba avere nessun grattacapo dovuto alla città. Perciò l’eccellenza nei servizi. La disponibilità. Io ritengo che il giapponese medio non si renda conto dell’agio in cui vive. Per una nata e cresciuta a Roma, anzi ad Acilia (per gli amici fuori il raccordo più o meno in area Suburra), ogni minuto di puntualità di un treno a Tokyo è un dono del cielo che va onorato e ringraziato!  I trasporti sono un’eccellenza a livello mondiale. Possedere l’automobile per un giapponese residente a Tokyo è più un vezzo che una necessità effettiva per raggiungere un luogo. I treni sono puliti e a norma; la puntualità poi è impeccabile e così comoda per il cittadino che anche ritardi di 3/5 minuti prevedono comunque il certificato emesso dalla stazione per giustificarsi in ufficio o a scuola. Sedili delle vetture riscaldati in inverno, aria condizionata ovunque (18 gradi fissi, motivo di svariate tonsilliti ahimè non si può avere tutto). Vogliamo parlare poi di sicurezza? Sono solita prendere la metropolitana senza quell’attenzione compulsiva alla borsa, spesso non la chiudo neanche o lascio il computer nello scomparto in alto e mi addormento. E come me fanno tutti quanti. Mi soffermo a raccontare una particolarità di questo paese: qua davvero nessuno vuole abitare al piano terra di un palazzo, c’è veramente una sorta di rifiuto! Infatti gli affitti sono molto molto bassi rispetto agli altri piani anche in condomini dotati di telecamere di sicurezza e auto lock. La motivazione che ne danno è che si sentono poco sicuri, specialmente le donne. Considerando però la percentuale di crimini irrisoria mi chiedo come possano al contrario non approfittare della convenienza del prezzo in una città salata come Tokyo. Pertanto gli stranieri che chiedono espressamente di abitare al piano terra sono tantissimi: ad affitto economico non si guarda il piano! Quel che penso in realtà è che non tanto per questioni di sicurezza, il giapponese preferisce i piani alti di un condominio per una questione di status sociale: dal primo piano in su, affitto alto come da prassi = benessere economico.

Per quanto riguarda il mondo del lavoro le differenze più grandi tra Italia e Giappone che io abbia maggiormente riscontrato sono essenzialmente:

1) Il neolaureato in Giappone è di fatto una risorsa e le aziende cercano soprattutto neolaureati. Motivo? Non hanno esperienza. Sono quindi ‘duttili e malleabili’, facili da formare. In Italia le aziende cercano neolaureati con esperienza (tipo non so laureato in architettura da tre mesi con stage di Renzo Piano nel cv?? ) ma non perché considerati come risorse bensì perché hanno bisogno di entrare nel mondo del lavoro e quindi qualsiasi contratto, anche ai limiti della legge, alla fine è ok. Ammirevole no? In Giappone se non hai esperienza puoi imparare e mentre impari non sei trattato come margine della società, sei comunque un impiegato e percepisci uno stipendio degno di questo nome grazie ad un contratto degno di questo nome. Ti viene data fiducia, diventi membro effettivo della società. In Italia quando esattamente si diventa membri della società? 

2) In Giappone qualsiasi mestiere tu faccia sei rispettato. Grande rispetto per chi insegna soprattutto. Ricordo ancora insegnanti della mia infanzia che si trovavano a prendere cancellini in testa o che inseguivano e bloccavano fisicamente studenti che tentavano di picchiare altri studenti. 

3) La carriera in salita in Giappone è possibile e non bisogna arrivare a 60 anni per vedersi nella posizione per la quale si è lavorato duro. In Italia come risaputo i protagonisti del mondo del lavoro sono gli stessi protagonisti di Jurassic Park. 

4) Presentando la quarta differenza farò forse una rivelazione che sconvolgerà molti. Se potessimo fare un paragone tra un buon impiegato giapponese e un buon impiegato italiano, temo proprio che a livello di performance vincerebbe l’italiano. Certo, il mondo conosce il giapponese come una macchina da lavoro capace di sopportare lunghi straordinari di lavoro no stop mentre l’italiano è il fannullone che vuole per forza rientrare nelle sue ore da contratto, lo stretto indispensabile o se possibile anche meno. Ben venga dico io se alla fine sono i risultati a contare! A discapito delle rispettive reputazioni, siamo sicuri che quantità sia uguale a qualità? Il giapponese in azienda scandaglia le luuunghe ore lavorative con interminabili e discutibilmente utili meeting per fare il punto della situazione. Con rapporti da scrivere sul punto della situazione discusso nel meeting, e dopo il meeting il colloquio individuale col capo per discutere il punto della situazione che si è discusso nel meeting che al mercato mio padre comprò. OK, abbiamo fatto il punto della situazione ma effettivamente quando è che lavoriamo per il punto della situazione? L’italiano d’altro canto, proprio perché scattate le 18, vuole andarsene a casa si sbriga: il punto della situazione lo facciamo una volta sola e a lavoro compiuto”. 

È stato facile ambientarti oppure la vita giapponese ha cambiato radicalmente le tue abitudini quotidiane?

“Qualche anno fa, quando sognavo la vita in Giappone, lessi un articolo di una giovane scrittrice italiana ormai da tempo residente a Tokyo. Definiva questa città ‘diffacile’ e devo ammettere che non c’è aggettivo più calzante di questo. Tokyo è facile e comoda per una quantità enorme di motivi a partire dai servizi come ho già detto, ma allo stesso tempo è una città così grande e così piena di ogni cosa che può essere alienante. Tokyo è metropoli per persone sole e non è raro per l’appunto sentirsi tali pur avendo intorno una grande quantità di persone. Tokyo è un posto fatto per l’individuo: letteralmente il paese della monoporzione e dei monolocali. Arrivata qui un anno fa mi dicevo che non sarei finita a fare certe assurdità ma ora le faccio tutte e come: mangiare pasti pronti e ai limiti del commestibile perché troppo stanca per fare qualsiasi cosa, uscire in pigiama di notte per uno snack, prendere impegni con gli amici a partire da un mese (a volte due) prima della data designata per via delle fitte agende ed infine ma non ultimo spingersi come animali nei mezzi o urtarsi senza mezze misure nelle stazioni perché qui è tollerato e sai che nessuno ti aggredirà per questo. Credo davvero che sia uno dei pochi contesti sociali in cui il giapponese sfoga la sua frustrazione. L’unica cattiveria lecita verso l’altro. Funziona!”

Come vengono percepiti i cittadini stranieri in Giappone? E’ una società tollerante e aperta alle altre culture, come tradizionalmente appare, oppure anche nel Sol Levante si sta generando un clima di intolleranza nei confronti del diverso?

“Asia ed Europa, per questioni storiche e di conseguenza politiche sono molto difficili da paragonare in termini di rapporti con lo straniero. Il Giappone è un paese che anche per le sue caratteristiche geografiche si è sempre trovato a proteggere e conservare la sua identità. Pertanto ciò che ho compreso da ‘immigrata’ è che l’opinione del cittadino medio non è quella di un Giappone melting pot, anche se dal punto di vista demografico ed economico, questo paese ha bisogno degli stranieri. C’è discriminazione nei confronti dello straniero, diffusa maggiormente per gli stranieri provenienti da Cina, Vietnam e Filippine, ecc. Magari essa non si manifesta con episodi di violenza imperdonabile come succede sempre più spesso in Italia fortunatamente, si tratta di una manifestazione lieve e proprio perché così sottile a volte ovviamente può ferire. Io mi ritengo fortunata perché non mi sto trovando a combattere chissà poi che battaglia per affermare la mia persona, mi sento rispettata. Tuttavia è nella natura dell’uomo l’ignoranza, quindi l’ignorante è sempre presente e facile da incontrare e in quei casi non è piacevole essere vittima del pregiudizio che, siccome si proviene da una cultura che manifesta apertamente i propri sentimenti e/o desideri sessuali, automaticamente si è ‘lo straniero marpione’, ‘la straniera facile’, ‘la persona alla quale tutto si può dire perché tanto non è sensibile e quindi non si ferirà perché abituata a sentire tutto’”. 

Segui le vicende politiche dell’Italia? E qual è l’immagine del nostro Paese che viene percepita attualmente in Giappone?

“Tempo permettendo continuo a seguire tutte le vicende politiche, non solo quelle italiane. In Giappone, specialmente tra i giovani,  non c’è nessun interesse nei confronti della politica, nessuno ne parla né ci sono talk show di approfondimento; dopo il bombardamento ricevuto per anni in Italia a volte mi trovo a pensare che sia un sollievo. Tuttavia i contenuti televisivi giapponesi sono oltremodo superficiali per cui anche se è strano, mi sento di dire che politicamente parlando sono molto più informata sul resto del mondo. I vecchietti giapponesi sui mezzi non parlano di ‘sto governo che è tutto un magna magna, se stava mejo quando se stava peggio’. Parlano di come sono cambiate le stagioni, ‘una volta a marzo faceva più fresco, eh! Stamattina quanta umidità!’. L’Italia in Giappone è simbolo di buona cucina, di eleganza e buon gusto nel vestire, di romanticismo condito da una buona dose di marpioneria. Il Giappone per anni ha vissuto il sogno americano e si è focalizzato perciò su quella parte di mondo. Non ha quindi una visione ben distinta delle differenze tra i paesi europei, c’è una forte confusione tra Italia e Francia. Nonostante ciò c’è curiosità”.

Torni spesso a casa? E che idea ti sei fatta dell’Italia e di Roma ogni volta che le rivedi?

“Mi piacerebbe tornare più spesso per stare con la mia famiglia di cui seriamente sento la mancanza ogni giorno ma tra il lavoro e la distanza non è affatto facile. L’Italia è sempre la stessa, quando torno tutto è esattamente come l’avevo lasciato. Da una parte trovo questo aspetto confortante, dall’altra è lo stesso motivo per cui dopo una decina di giorni, egoisticamente, già sono pronta per rimettermi su un aereo e tornare alla mia vita qui”. 

I “cervelli” italiani a tuo parere sono davvero destinati a fuggire? 

“Mi dispiace dirlo ma sì. All’estero l’italiano capace funziona, fa la differenza, sempre. In Italia invece è dato per scontato: ‘accontentati perché questo passa il convento’. Da neolaureata in cinese come prima esperienza tutto quello che trovai fu un lavoro in pasto a clientela arrabbiata e affamata di rimborsi in denaro in aeroporto, 800 euro 8 ore al giorno no pause, contratto che si rinnovava a sorpresa allo scadere del mese! Il ragazzo che studia in Italia è un ragazzo che oltre a ricevere una formazione seria (il metodo di insegnamento ma soprattutto di verifica dell’apprendimento utilizzato in Italia credo sia uno dei migliori: poche crocette su a,b,c,d), viene per forza di cose responsabilizzato e abituato a cavarsela in situazioni difficili. Si tratta secondo me di un grande paradosso che pone a due poli estremi Italia e Giappone. In Italia i servizi non funzionano, le scuole non sono nemmeno a norma di sicurezza, non ci sono club per coltivare i propri interessi nell’ambiente scolastico salvo casi particolari. Il ragazzo italiano con un obiettivo, giorno per giorno si trova ad affrontare le scomodità di un paese i cui ingranaggi scricchiolano e faticano a muoversi e questo lo rende estremamente capace. La scuola è il posto in cui si studia e basta. Se vuoi fare altro, muoviti perché se resti ad aspettare che qualcuno venga ‘a riempire la tua tazza vuota’ stai perdendo il tuo tempo e non otterrai nulla. Il ragazzo giapponese al contrario è abituato ad avere tutto, un ambiente scolastico fornito dove poter coltivare le proprie passioni, un percorso verso il lavoro tracciato. Il sistema d’istruzione qui mi pare a volte ai limiti del baby-sitting (Briefing di spiegazioni preparatorie al mondo del lavoro??). Questo inevitabilmente genera giovani adagiati sugli allori: poco inclini a sfidarsi”.

Pensi di  tornare a vivere e a lavorare in Italia dopo questa esperienza in Giappone oppure vedi la tua vita ormai lontana da qui?

“Continuerò a realizzare tutto quello che ho in mente qui in Giappone. Perché qui sento terreno fertile. Non è facile essere veramente lontani dagli affetti, specie se hai la fortuna di avere una famiglia e degli amici che ti amano davvero e ti sostengono col cuore. Tuttavia ad avere a che fare con la nostra vita, siamo noi soltanto. Noi soli con quello che scegliamo, anche se il costo è perdersi molte cose. Non credo che sia possibile scegliere o non scegliere qualcosa per paura di ferire gli altri. Perciò non credo al momento che tornerò a vivere in Italia, non riesco ad immaginarmi in nessun altro posto al mondo se non Tokyo. Pregi e difetti compresi. Per lo meno sono i pregi e i difetti che ho scelto io”. 

 

Marco Galice

 

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